Il ciclo di Dante non è la bicicletta di Dante, il Poeta non sapeva andare in bicicletta, era un tipo posato, prova ne è che il ciclo di Dante è una serie di libri gialli scritti da Giulio Leoni, ambientati nella Firenze dell’anno 1300 (escluso l’ultimo, ambientato nella Roma del 1301) con protagonista Dante Alighieri. In ogni giallo c’è un delitto, un assassino e un investigatore, di solito l’assassino è il maggiordomo, Dante all’epoca era priore a Firenze quindi non può che ricoprire la parte dell’investigatore.
Ecco un dialogo che descrive alla grande Dante, Firenze e la sua gente:
Correva lungo la via che menava alla chiesa, guidato dal vociare che si faceva via via più intenso.
A una strettoia del cammino dovette arrestarsi, ostacolato da una donna anziana curva sotto una fascina, che arrancava lentamente nella sua stessa direzione. Cercò di insinuarsi tra il carico e il muro per passare oltre, ma senza riuscirvi. Dopo il secondo tentativo andato a vuoto sbuffò, esasperato: “Lasciatemi passare, vecchia! Va’ all’inferno con la tua legna!”.
Invece di farsi da parte la donna si girò, in modo da poterlo scorgere in viso. “Perché m’insultate, priore? Aiuto la buona gente di Firenze. Ci sarà un rogo di eretici, giù alla torre dei Cavalcanti. E il mio è legno di stagione, buono per il fumo bianco!”
“Chi vorresti bruciare, strega? Pensa piuttosto alla tua anima!”
“Pensate voi alla vostra!” lo rimbeccò lei, senza accennare a spostarsi. “O vorreste correre in loro aiuto forse?” soggiunse con un lampo di malizia che rianimò i suoi occhi opachi per le cataratte (1).
Le strade di Firenze sono ancora strette, tortuose e buie, la gente ancora pronta a donare le migliori primizie e Dante ancora perso in una selva oscura.
(1) Giulio Leoni, I delitti della luce, (2005). Mondadori.
giovedì 25 settembre 2008
Scandalo in Toscana
Scandalo in Toscana di Nancy Shroyer Howard (editore Mandragora) narra, come recita il sottotitolo, le scorribande di un porcello in un celebre affresco senese (età di lettura dai 6 anni in poi). Il libro descrive l'affresco senese degli Effetti del Buon Governo in città e in campagna, opera del pittore Ambrogio Lorenzetti, attraverso le parole e gli occhi di un "personaggio" dell'affresco, un maialino della razza chiamata Cinta Senese, per via del manto nero attraversato da una fascia bianca (cinta sta per cintura); portato al mercato dal padrone ne combina di tutti i colori. Il maialino, di nome Cinta, vuole solo divertirsi, esplorare, meravigliarsi di tutto, è una creatura innocente. Come tutte le creature innocenti non è un fine gourmet. La mattina, prima di portarlo al mercato, il padrone gli dà quattordici mele ammaccate, ventisei fichi molli, dieci patate coi germogli e i chicchi dolcissimi di due melagrane. E Cinta è felice.
Ma il giorno dopo la cacciata da Siena, con un ramoscello d’ulivo in bocca:
"Il suo padrone gli buttò un cesto con dieci pomodori marci, due cavoli ammuffiti e quattro pesche bacate, quattro di numero. Cinta trangugiò tutto senza farselo dire due volte. Il padrone voltò il capo per un attimo.
Cinta se ne accorse e mangiò il cesto.
Poi si accucciò sul suo ramoscello d'ulivo.
"Ce la farò a ricordarmi di tutto quello che è successo ieri?" si domandò. Chiuse gli occhi, frugò nella memoria e pian piano tutto ricomparve come in un affresco:
il castello di mattoni rossi,
i contadini, e poi il mulo,
le colline e il mulino,
il ponte, le mura
e le porte della città,
il taglialegna, le uova,
i ciabattini, il cacio,
il tamburello, le danze,
la sposa sul cavallo bianco,
le carte, il contabile,
i muratori, la veranda
e perfino
la gabbia e l’uccellino…" (1)
Certo nel Medioevo non c'erano le patate, quello che sembra un errore di Nancy Shroyer Howard, pure sfuggito all’editor del testo è, in realtà, un piccolo indizio che mette sulla giusta via sia il lettore adulto (non offuscato dall’ossessione del cercatore di errori) che il lettore bambino, perché entrambi si chiedono alla fine della storia: Cinta si salva o prima o poi finirà al macello?
Se le patate sono un segno di un tempo atemporale allora Cinta vive per sempre nell'affresco senese.
"Con gli effetti del Buon Governo, si dispiega a perdita d’occhio, disseminata di piccole figure intente ai lavori quotidiani, la veduta panoramica della città e del contado: la società, nel rapporto vario e animato di civiltà e natura. Si passa così dai grandi, eterni principi ai piccoli fatti della cronaca: ciò che manca è proprio ciò che interessa Giotto, la storia. I fatti che Ambrogio rappresenta non sono storici, ma neppure episodici o aneddotici: sono i fatti che si ripeteno ogni giorno e che, non avendo un tempo e un luogo determinati, formano con la loro successione il continuo dello spazio e del tempo. La scena in cui si svolgono è costante: la città con i suoi edifici e il contado, con le sue colline, i suoi campi, i suoi viottoli" (2).
Ovvero dieci patate con i germogli nel Medioevo.
(1) N. Shroyer Howard, Scandalo in Toscana, (2008).
(2) G.C. Argan, Storia dell’arte italiana (1975), vol. 2, pag.36.
Ma il giorno dopo la cacciata da Siena, con un ramoscello d’ulivo in bocca:
"Il suo padrone gli buttò un cesto con dieci pomodori marci, due cavoli ammuffiti e quattro pesche bacate, quattro di numero. Cinta trangugiò tutto senza farselo dire due volte. Il padrone voltò il capo per un attimo.
Cinta se ne accorse e mangiò il cesto.
Poi si accucciò sul suo ramoscello d'ulivo.
"Ce la farò a ricordarmi di tutto quello che è successo ieri?" si domandò. Chiuse gli occhi, frugò nella memoria e pian piano tutto ricomparve come in un affresco:
il castello di mattoni rossi,
i contadini, e poi il mulo,
le colline e il mulino,
il ponte, le mura
e le porte della città,
il taglialegna, le uova,
i ciabattini, il cacio,
il tamburello, le danze,
la sposa sul cavallo bianco,
le carte, il contabile,
i muratori, la veranda
e perfino
la gabbia e l’uccellino…" (1)
Certo nel Medioevo non c'erano le patate, quello che sembra un errore di Nancy Shroyer Howard, pure sfuggito all’editor del testo è, in realtà, un piccolo indizio che mette sulla giusta via sia il lettore adulto (non offuscato dall’ossessione del cercatore di errori) che il lettore bambino, perché entrambi si chiedono alla fine della storia: Cinta si salva o prima o poi finirà al macello?
Se le patate sono un segno di un tempo atemporale allora Cinta vive per sempre nell'affresco senese.
"Con gli effetti del Buon Governo, si dispiega a perdita d’occhio, disseminata di piccole figure intente ai lavori quotidiani, la veduta panoramica della città e del contado: la società, nel rapporto vario e animato di civiltà e natura. Si passa così dai grandi, eterni principi ai piccoli fatti della cronaca: ciò che manca è proprio ciò che interessa Giotto, la storia. I fatti che Ambrogio rappresenta non sono storici, ma neppure episodici o aneddotici: sono i fatti che si ripeteno ogni giorno e che, non avendo un tempo e un luogo determinati, formano con la loro successione il continuo dello spazio e del tempo. La scena in cui si svolgono è costante: la città con i suoi edifici e il contado, con le sue colline, i suoi campi, i suoi viottoli" (2).
Ovvero dieci patate con i germogli nel Medioevo.
(1) N. Shroyer Howard, Scandalo in Toscana, (2008).
(2) G.C. Argan, Storia dell’arte italiana (1975), vol. 2, pag.36.
martedì 23 settembre 2008
Firenze 1892-1895
Esperienza straordinaria è la lettura e la visione del volume "Firenze 1892-1895, immagini dell'antico centro scomparso" di Maria Sframeli (Editore Pagliai Polistampa, 2007). Più di trecento fotografie eseguite fra l'agosto del 1892 e il dicembre del 1895 per documentare i palazzi e le case del centro storico prima e durante le demolizioni. E' il centro medioevale di Firenze che viene giù: l'area che si estendeva da via Porta Rossa a via de' Cerretani, da piazza Strozzi e via dei Pescioni a via Calzaiuoli.
"Là sorgevano i palagi dalle facciate di conci e di filaretto di pietra, colle grandi finestre ad arco sul mezzo tondo, colle ampie tettoie sporgenti sulle bene intagliate mensole: e accanto ai palagi, superbe ergevansi le torri, una selva di torri, varie per grandezza, per maestosità, per tipo di ornamenti. Dentro a'palazzi i severi cortili ad uno o più ordini di logge, le ripide scale, i saloni colla soffitta a grandi travature, le pareti dipinte a fresco nelle fogge più bizzarre: a paese con alberi di frutta, animali, uccelli, tende, reti, parati di vaio, spartiti geometrici ed ornamentali, con stemmi, meandri, corridietro, fregi d'ogni genere e talvolta con figure, con soggetti favolosi ed anche religiosi. Dovunque, anche in tutte le cose che si riferivano agli usi domestici, dominava ed imperava una nota grandiosa, austera che era in perfetta armonia colla severità e la rigidezza dei pubblici ordinamenti, delle forme di governo" (1).
Le prime idee e progetti per il "risanamento" del centro storico si manifestano già all'inizio del secolo XIX, e si ripresentano nel corso del secolo come un'ossessione, un’idea fissa, l'idea fissa della Grande Firenze. Tre parole d'ordine dominano le menti delle autorità cittadine (del secolo XIX): igiene, decoro, viabilità. Famosi giornalisti introducono nella mente del lettore borghese (già convinto di suo) il tarlo dell'inevitabilità del fare e del disfare (come poi dell'entrare in guerra nel secolo XX, o passando dalla tragedia alla farsa di un nuovo stadio di calcio nel XXI secolo), con uno stile neutro, semplice, oggettivo:
"Siete voi andato mai in quegli antri, in quelle tane, per que' sotterranei, dove la notte le pareti formicolano d'insetti, dove il soffitto è così basso, che è impossibile a un uomo di giusta statura entrare lì senza curvarsi, e dove su putridi giacigli si scambiano gli amplessi di ladri e di baldracche, lordure umane, sgorgate in quegli orrendi sterquilinii, dopo aver corso, trabalzato, per le fogne del vizio?" (2).
Ma, come sempre, "dietro le giustificazioni ufficiali che si rifanno all'Arte e alla Storia da una parte, e dall'altra a ragioni di traffico e di igiene il 'risanamento' dell'antico centro intorno al Mercato Vecchio, compiuto a fine secolo, è dovuto soprattutto alla volontà della classe borghese di affermare il proprio prestigio. Il mezzo per tale operazione è anche in questo caso quello della speculazione edilizia" (3). Per tamponare i duri giudizi espressi soprattutto sulla stampa estera la Giunta Comunale nel marzo del 1888 nomina una Commissione Storico Archeologica per rilevare e studiare gli edifici della zona da demolire. Ma i rilievi non dovevano in alcun modo ritardare i lavori, così nell'aprile del 1892 viene nominata una nuova Commissione con una sfera di competenza che escludendo l'archeologia si estendeva a tutto il territorio comunale; per ovviare all'impossibilità di misurare gli edifici che scomparivano dalla mattina alla sera la Commissione avanzò la richiesta di utilizzare lo strumento fotografico.
“Una camera oscura per prove 18x24 con soffietto di pelle a cono girevole, otturatore istantaneo e a pose facoltative, treppiede e sacco” (4).
Le immagini non sono "belle", colpisce la quasi totale assenza di vita, il silenzio assordante del dopo bomba; i cartelli attaccati ai muri annunciano ai rari passanti che il venditore di pesci d'Arno fritti si trasferirà in faccia alle Logge n.1, così il trasloco del pizzicagnolo, del salumiere, del rosticciere, del fagiolaio, ecc. Pubblicità di cerotti per calli, letti e mobili in ferro vuoto e sagomato, Synger Cycles, pastina diastasata alla pepsina. Muratori posano in bilico su assi appoggiate su scale sospese sul vuoto. Esperti della Commissione immobili ed impettiti. Ragazzini con il cappello in testa, garzoni di bottega, guardano nell'obiettivo del fotografo con sguardi da gatto; un ragazzino visto di profilo è l'esatto opposto del militare sull'attenti. Dove sono andati a finire 'sti tipi alla Huck Finn? E i nomi delle vie? piazza del vino, piazza delle cipolle, via delle ceste, piazza delle ricotte... Ma ormai era stata imboccata una strada in discesa, si comincia con piazza Vittorio Emanuele II, il monumento al re a cavallo è già al suo posto. Attorno crescono i palazzoni di facciata (pieni di banche, uffici, alberghi, assicurazioni), sicuramente igienici ma scarsi di vita e di cortili. Per fortuna l'Oltrarno, defilato o semplicemente fuori moda, fu risparmiato dal santo piccone risanatore.
"Ogni finestra spalanca la sua bocca nera sulla strada maledicendo la mediocrità. Ogni porta pare che inviti a entrare i pochi fessi che passano riserbandogli sorprese le più impreviste. Difatti una ricchezza di stanze cubicamente superiori a quelle delle case moderne si cela in questi interni e non è raro che dalle finestre posteriori si possa ammirare leggiadri giardini che non sognano le più belle vie del centro" (5).
(1) Guido Carocci, Firenze scomparsa (1897), pag. 95.
(2) Jarro, Firenze sotterranea (1881), citato in Com'era Firenze 100 anni fa, Piero Bargellini.
(3) Giovanni Fanelli, Firenze architettura e città (1973), pag. 448.
(4) Maria Sframeli, Firenze 1892-1895, immagini dell'antico centro scomparso, (2007), pag. 20.
(5) Ottone Rosai, Via Toscanella, (1930) pag. 18.
"Là sorgevano i palagi dalle facciate di conci e di filaretto di pietra, colle grandi finestre ad arco sul mezzo tondo, colle ampie tettoie sporgenti sulle bene intagliate mensole: e accanto ai palagi, superbe ergevansi le torri, una selva di torri, varie per grandezza, per maestosità, per tipo di ornamenti. Dentro a'palazzi i severi cortili ad uno o più ordini di logge, le ripide scale, i saloni colla soffitta a grandi travature, le pareti dipinte a fresco nelle fogge più bizzarre: a paese con alberi di frutta, animali, uccelli, tende, reti, parati di vaio, spartiti geometrici ed ornamentali, con stemmi, meandri, corridietro, fregi d'ogni genere e talvolta con figure, con soggetti favolosi ed anche religiosi. Dovunque, anche in tutte le cose che si riferivano agli usi domestici, dominava ed imperava una nota grandiosa, austera che era in perfetta armonia colla severità e la rigidezza dei pubblici ordinamenti, delle forme di governo" (1).
Le prime idee e progetti per il "risanamento" del centro storico si manifestano già all'inizio del secolo XIX, e si ripresentano nel corso del secolo come un'ossessione, un’idea fissa, l'idea fissa della Grande Firenze. Tre parole d'ordine dominano le menti delle autorità cittadine (del secolo XIX): igiene, decoro, viabilità. Famosi giornalisti introducono nella mente del lettore borghese (già convinto di suo) il tarlo dell'inevitabilità del fare e del disfare (come poi dell'entrare in guerra nel secolo XX, o passando dalla tragedia alla farsa di un nuovo stadio di calcio nel XXI secolo), con uno stile neutro, semplice, oggettivo:
"Siete voi andato mai in quegli antri, in quelle tane, per que' sotterranei, dove la notte le pareti formicolano d'insetti, dove il soffitto è così basso, che è impossibile a un uomo di giusta statura entrare lì senza curvarsi, e dove su putridi giacigli si scambiano gli amplessi di ladri e di baldracche, lordure umane, sgorgate in quegli orrendi sterquilinii, dopo aver corso, trabalzato, per le fogne del vizio?" (2).
Ma, come sempre, "dietro le giustificazioni ufficiali che si rifanno all'Arte e alla Storia da una parte, e dall'altra a ragioni di traffico e di igiene il 'risanamento' dell'antico centro intorno al Mercato Vecchio, compiuto a fine secolo, è dovuto soprattutto alla volontà della classe borghese di affermare il proprio prestigio. Il mezzo per tale operazione è anche in questo caso quello della speculazione edilizia" (3). Per tamponare i duri giudizi espressi soprattutto sulla stampa estera la Giunta Comunale nel marzo del 1888 nomina una Commissione Storico Archeologica per rilevare e studiare gli edifici della zona da demolire. Ma i rilievi non dovevano in alcun modo ritardare i lavori, così nell'aprile del 1892 viene nominata una nuova Commissione con una sfera di competenza che escludendo l'archeologia si estendeva a tutto il territorio comunale; per ovviare all'impossibilità di misurare gli edifici che scomparivano dalla mattina alla sera la Commissione avanzò la richiesta di utilizzare lo strumento fotografico.
“Una camera oscura per prove 18x24 con soffietto di pelle a cono girevole, otturatore istantaneo e a pose facoltative, treppiede e sacco” (4).
Le immagini non sono "belle", colpisce la quasi totale assenza di vita, il silenzio assordante del dopo bomba; i cartelli attaccati ai muri annunciano ai rari passanti che il venditore di pesci d'Arno fritti si trasferirà in faccia alle Logge n.1, così il trasloco del pizzicagnolo, del salumiere, del rosticciere, del fagiolaio, ecc. Pubblicità di cerotti per calli, letti e mobili in ferro vuoto e sagomato, Synger Cycles, pastina diastasata alla pepsina. Muratori posano in bilico su assi appoggiate su scale sospese sul vuoto. Esperti della Commissione immobili ed impettiti. Ragazzini con il cappello in testa, garzoni di bottega, guardano nell'obiettivo del fotografo con sguardi da gatto; un ragazzino visto di profilo è l'esatto opposto del militare sull'attenti. Dove sono andati a finire 'sti tipi alla Huck Finn? E i nomi delle vie? piazza del vino, piazza delle cipolle, via delle ceste, piazza delle ricotte... Ma ormai era stata imboccata una strada in discesa, si comincia con piazza Vittorio Emanuele II, il monumento al re a cavallo è già al suo posto. Attorno crescono i palazzoni di facciata (pieni di banche, uffici, alberghi, assicurazioni), sicuramente igienici ma scarsi di vita e di cortili. Per fortuna l'Oltrarno, defilato o semplicemente fuori moda, fu risparmiato dal santo piccone risanatore.
"Ogni finestra spalanca la sua bocca nera sulla strada maledicendo la mediocrità. Ogni porta pare che inviti a entrare i pochi fessi che passano riserbandogli sorprese le più impreviste. Difatti una ricchezza di stanze cubicamente superiori a quelle delle case moderne si cela in questi interni e non è raro che dalle finestre posteriori si possa ammirare leggiadri giardini che non sognano le più belle vie del centro" (5).
(1) Guido Carocci, Firenze scomparsa (1897), pag. 95.
(2) Jarro, Firenze sotterranea (1881), citato in Com'era Firenze 100 anni fa, Piero Bargellini.
(3) Giovanni Fanelli, Firenze architettura e città (1973), pag. 448.
(4) Maria Sframeli, Firenze 1892-1895, immagini dell'antico centro scomparso, (2007), pag. 20.
(5) Ottone Rosai, Via Toscanella, (1930) pag. 18.
venerdì 19 settembre 2008
Il Pianeta proibito

Dimenticato da chissà chi e chissà quando, sul fondo polveroso della cristalliera, c’era un vecchio numero di Urania (il numero 5, agosto 1977): Il Pianeta proibito di W.J. Stuart. Primo esempio di trasposizione letteraria di un’opera cinematografica, era stato scritto sulla sceneggiatura di Cyril Hume del film omonimo, prodotto dalla M.G.M e distribuito nel 1956, lo sceneggiatore si era ispirato a sua volta a un racconto di Irving Block e Allen Adler, libera interpretazione in chiave fantascientifica del dramma La Tempesta di William Shakespeare. Il libro (come il film) è ambientato nel XXIII secolo, e narra la storia della missione di salvataggio dell’astronave C-57D, diretta sul pianeta Altair IV, sul quale era approdata, venti anni prima, l’astronave Bellerofonte. Il pianeta è deserto, sconfinato, sembra privo di vita o quasi, gli unici esseri umani sono il professor Morbius e sua figlia Altaira. Morbius racconta al capitano dell’astronave la tragica sorte dei componenti del Bellerofonte straziati da una misteriosa forza naturale, e di come poté salvarsi grazie alla scoperta della tecnologia dei Krell, gli antichi abitanti del pianeta misteriosamente scomparsi, milioni di anni prima, nel giro di una notte. La tecnologia Krell era capace di generare l’energia sufficiente ai bisogni dell’intero pianeta con il solo aiuto del pensiero, amplificato da una Macchina. Sotto la superficie silenziosa del pianeta si estendeva per una profondità vertiginosa la Macchina silente e autistica, talvolta una spia si accendeva, la Macchina registrava il volo di un’ape attorno a un fiore, il lento dipanarsi delle nuvole nel cielo.
La Macchina era l’ultimo vestigio dell’antica civiltà dei Krell, delle città maestose con torri di metallo splendente non restava traccia sul suolo del pianeta, e non esistevano immagini dei Krell, si poteva fantasticare sul loro aspetto osservando la forma di una porta Krell.
Si pensi a un grande triangolo col vertice in alto ma i cui lati, prima di raggiungere la base, si pieghino anch’essi ad angolo e in maniera sghemba, verso la base stessa. Il vertice era circa a due metri da terra, e la larghezza massima del vano toccava i tre. (*)
Morbius si era sottoposto a una Macchina del Sostegno, capace di sviluppare le facoltà intellettive nei bambini Krell tardivi, ed era riuscito ad aumentare la sua intelligenza al punto di decifrare l’antica lingua dei Krell e a costruire un robot capace di sintetizzare qualsiasi sostanza, naturale o artificiale: dalla cioccolata fondente a quella al latte, dalla Coca-Cola alla Coca-Cola decaffeinata, dai pezzi di vetro ai diamanti naturali. Robby, così si chiamava il robot, dotato di una forza straordinaria, era vincolato a una legge che gli proibiva di nuocere agli esseri umani.
Le insistenze del capitano dell’astronave nel convincere Morbius a tornare sulla Terra fanno precipitare gli eventi. Una notte un misterioso essere invisibile visita l’interno dell’astronave e compie un atto di sabotaggio, il mattino dopo viene scoperta un’impronta della creatura dalla quale si ricava il calco in gesso. Il calco, che avrebbe colmato di mistica letizia il cuore del Fisiologo ma anche trafitto il fianco di Darwin con una nuova spina (dopo quella dell’occhio), provoca dubbi e perplessità nella mente del medico di bordo.
L’amore che si sviluppa tra il Capitano e Altaira pare misteriosamente potenziare l’aggressività della creatura. Gli attacchi alla nave si susseguono, sempre più violenti e rabbiosi. Finalmente, dopo un ultimo attacco alla nave la creatura sceglie di colpire il bersaglio grosso, la casa di Morbius, dove si sono asserragliati, insieme al professore, il Capitano e Altaira, che si è decisa a lasciare il pianeta per seguire il Bel Capitano. Robby, l’unica difesa attiva contro la creatura, misteriosamente si rifiuta di attaccarla e si disattiva. I tre si rifugiano nel laboratorio, difeso da porte di un impenetrabile metallo alieno. Mentre la creatura è occupata a fondere il metallo delle porte, che tengono duro come un panetto di burro lasciato al sole in un pomeriggio di luglio, Morbius è incalzato e infilzato dalle domande impietose del Capitano, che ha compreso la vera natura del mostro, grazie al sacrificio del medico di bordo che, di nascosto, curioso come una scimmia (o il gatto) o un qualsiasi scienziato degno di questo nome o ricercatore alla ricerca del nome, si era sottoposto alla Macchina del Sostegno danneggiandosi irreparabilmente il cervello, se è vero che la curiosità uccide il gatto questa volta è il medico a lasciarci lo zampino, ma non prima di svelare la verità al Capitano, e così Morbius scopre che la misteriosa creatura sterminatrice della civiltà Krell era stata generata dai loro stessi desideri inconsci, amplificati e materializzati dalla Macchina. Poveri Krell sterminati in una sola tragica notte, dalla loro natura animale repressa e inconscia ma depositata, come un fiore tra le pagine di un libro, nel cuore oscuro della loro chiarissima mente dai loro avi selvaggi. Ma non esiste più un solo Krell su Altair, ribatte trionfante il professore al Capitano, come spiegare la presenza del mostro? Morbius non è ancora in grado di affrontare tutta la terribile verità: il mostro che sterminò l’equipaggio del Bellerofonte e ora sta per penetrare nel laboratorio per farli a pezzettini è della materia dei sogni e degli incubi del professore. È il demone di Morbius alla porta.
(*) W. J. Stuart, Il Pianeta Proibito, Mondadori Urania, 1977, pp. 105-106.
martedì 22 luglio 2008
Firmino è un plagio!
Troppo facile osservare che Firmino è un topo e Marta è una tarma (e Topolino?), e che Marta mangia i libri perché gli piace e continua a mangiarli fino a quasi alla fine del libro, mentre Firmino comincia per fame (tredicesimo della nidiata e solo dodici capezzoli ad erogare il latte) e smette nel giro di poche pagine, e che l'occhio di una tarma non si può riflettere in una tazza di caffè, e che da lì parte la storia. Troppo facile, e banale.
Il plagio c'è. Si deve solo leggere Firmino all'incontrario e riflesso in uno specchio, cioè applicando il metodo galileiano (a proposito Lévi-Strauss ha plagiato Galileo?).
Infatti, l'odio che in Marta si trasforma in amore verso il leggilibri muta nell'amore che si trasforma in diffidenza e sospetto verso il libraio (il vendilibri).
L’introversione di Marta all'inizio della storia evolve in civilissima partecipazione grazie ad una moltitudine di buoni incontri nel Bel Paese (zitto Tozzi!), il vivere sociale in un branco di ratti involve in una solitudine sempre più gretta in Firmino, che al massimo strimpella narciso su un pianino giocattolo. La lettera finale di Marta (sempre giovane e scattante) al leggilibri si trasforma nella pagina mangiata da Firmino (vecchio in un mondo al tramonto, o forse è solo il mondo visto dagli occhi di un vecchio che sta per morire? boh, misteri dell’arte), una pagina del primo Grande Libro. Qui Savage non ha plagiato, cioè copiato, ma si è "ispirato" a Il nome della rosa.
Come nel mito i personaggi mutano e si trasformano ma il tema resta lo stesso: il cane pulcioso (l’Opera) si trasforma nello scrittore barbone con le pulci (l’Autore). Notare la sottile riflessione speculare operata dal perfido Savage: il cane devoto all’autore-editore, con guinzaglio e sberle sulla testa (mai sulle orecchie, ché un cane-opera sordo ai comandi-suggerimenti è inutile) si maschera nello scrittore barbone privo di editore-guinzaglio e autolesionista (sempre 'briaco); la vecchiaccia materialista (sesso e Nutella) in agguato in fondo alle scale (visione dall’alto) si trasforma nelle Bellezze incorporee (visione dal basso); la Libreria (luogo pubblico, con libri selezionati ad uso lettori, dal vendilibri) nella libreria in mogano (luogo privato, libri scelti da e per il leggilibri); il quartiere disfatto dalle ruspe nel mondo sotto l'atomica (locale e concreto vs. brevi cenni sull'universo); la scena del bagno con Marta che attacca il grassone nudo e merdoso (con pena e imbarazzo verso l’Autore) nella scena di Firmino (nudo) che si guarda allo specchio e prova pena e imbarazzo a mostrarsi così com’è al Lettore.
Inutile la cavillosa e togata analisi testuale effettuata dall’editore Fanucci su un libro scritto in italiano e uno tradotto in italiano; che importa sapere che anche il traduttore è colpevole di plagio? È sufficiente un colpevole per dissetare la nostra sete di giustizia.
Ininfluente la dichiarazione di Savage di non leggere l'italiano, la sua colpevolezza è gridata ai quattro venti e ai quattro formaggi: nel suo tacere all'email del critico patentato di La Repubblica e nel dichiarare (a domanda: perché un topo?) che non poteva mica scrivere su una tarma! Lì si è tradito il plagiatore massimo, ché la lingua batte dove il dente duole.
Nell'intervista a La Repubblica l'Autore di Firmino dichiara di non aver bisogno di copiare da uno sconosciuto! Peccato che l'intervistatore non si sia spinto (con le domande) un po' più là dove l'aria si abbuia appena, poiché si plagiano solo le opere di sconosciuti, mica le opere dei famosi.
Joyce non ha plagiato Omero, ma forse Omero ha plagiato... già chi?
Il plagio c'è. Si deve solo leggere Firmino all'incontrario e riflesso in uno specchio, cioè applicando il metodo galileiano (a proposito Lévi-Strauss ha plagiato Galileo?).
Infatti, l'odio che in Marta si trasforma in amore verso il leggilibri muta nell'amore che si trasforma in diffidenza e sospetto verso il libraio (il vendilibri).
L’introversione di Marta all'inizio della storia evolve in civilissima partecipazione grazie ad una moltitudine di buoni incontri nel Bel Paese (zitto Tozzi!), il vivere sociale in un branco di ratti involve in una solitudine sempre più gretta in Firmino, che al massimo strimpella narciso su un pianino giocattolo. La lettera finale di Marta (sempre giovane e scattante) al leggilibri si trasforma nella pagina mangiata da Firmino (vecchio in un mondo al tramonto, o forse è solo il mondo visto dagli occhi di un vecchio che sta per morire? boh, misteri dell’arte), una pagina del primo Grande Libro. Qui Savage non ha plagiato, cioè copiato, ma si è "ispirato" a Il nome della rosa.
Come nel mito i personaggi mutano e si trasformano ma il tema resta lo stesso: il cane pulcioso (l’Opera) si trasforma nello scrittore barbone con le pulci (l’Autore). Notare la sottile riflessione speculare operata dal perfido Savage: il cane devoto all’autore-editore, con guinzaglio e sberle sulla testa (mai sulle orecchie, ché un cane-opera sordo ai comandi-suggerimenti è inutile) si maschera nello scrittore barbone privo di editore-guinzaglio e autolesionista (sempre 'briaco); la vecchiaccia materialista (sesso e Nutella) in agguato in fondo alle scale (visione dall’alto) si trasforma nelle Bellezze incorporee (visione dal basso); la Libreria (luogo pubblico, con libri selezionati ad uso lettori, dal vendilibri) nella libreria in mogano (luogo privato, libri scelti da e per il leggilibri); il quartiere disfatto dalle ruspe nel mondo sotto l'atomica (locale e concreto vs. brevi cenni sull'universo); la scena del bagno con Marta che attacca il grassone nudo e merdoso (con pena e imbarazzo verso l’Autore) nella scena di Firmino (nudo) che si guarda allo specchio e prova pena e imbarazzo a mostrarsi così com’è al Lettore.
Inutile la cavillosa e togata analisi testuale effettuata dall’editore Fanucci su un libro scritto in italiano e uno tradotto in italiano; che importa sapere che anche il traduttore è colpevole di plagio? È sufficiente un colpevole per dissetare la nostra sete di giustizia.
Ininfluente la dichiarazione di Savage di non leggere l'italiano, la sua colpevolezza è gridata ai quattro venti e ai quattro formaggi: nel suo tacere all'email del critico patentato di La Repubblica e nel dichiarare (a domanda: perché un topo?) che non poteva mica scrivere su una tarma! Lì si è tradito il plagiatore massimo, ché la lingua batte dove il dente duole.
Nell'intervista a La Repubblica l'Autore di Firmino dichiara di non aver bisogno di copiare da uno sconosciuto! Peccato che l'intervistatore non si sia spinto (con le domande) un po' più là dove l'aria si abbuia appena, poiché si plagiano solo le opere di sconosciuti, mica le opere dei famosi.
Joyce non ha plagiato Omero, ma forse Omero ha plagiato... già chi?
domenica 27 gennaio 2008
Opus incerta - Istantanee di un viaggio attorno alla computer grafica

Questo libro è stato pensato come un taccuino di viaggio. Nella finzione l’autore visita la magica città della computer grafica. Il viaggio prende le mosse da nozioni elementari di grafica digitale (pixel, colori, modelli di luce), per poi proseguire alla scoperta dei frattali, delle texture procedurali e degli algoritmi di trasformazione e filtraggio delle immagini, fino ad arrivare ai confini della visione digitale. Ogni argomento è sviluppato con l’aiuto di programmi in linguaggio LISP e Pascal.
ISBN: 978-88-488-0665-7
Come (e dove) acquistare il libro: in internet con IBS.it; in libreria: prendi nota di titolo, autore e codice ISBN e chiedi al tuo libraio di fiducia di ordinarlo attraverso Messaggerie Libri.Cosa dovete dire al vs. libraio di fiducia (o a un qualsiasi altro libraio, anche on-line) quando ricevete una risposta di non disponibilità? Niente, ché non è colpa sua, piuttosto scrivete un'email di chiarimenti a Lampi di Stampa! Grazie.
LISP Trek - Guida all'uso del linguaggio LISP in ambiente CAD

I manuali che insegnano al lettore l’uso di un linguaggio di programmazione iniziano di solito dai concetti basilari, quali le variabili, le istruzioni di assegnamento e i tipi semplici di dati, per poi passare a mano a mano ad argomenti sempre più complessi e avanzati. Anche il primo capitolo di questo libro inizia da un concetto elementare: la lista, ma lì si ferma, alle elementari, perché non esiste in LISP un argomento più avanzato della lista. In quest’ottica la prima parte del testo non è un vero e proprio manuale sul linguaggio LISP ma una guida essenziale alla lettura e comprensione della seconda parte: gli itinerari. La prima parte è insomma una lista delle cose da portare con sé in un viaggio attorno al LISP (è una regola, non scritta, che prima di preparare lo zaino, e quindi prima di mettersi in cammino, la prima cosa da fare è scrivere la lista). La seconda parte del testo affronta la programmazione in LISP e ha origine da una raccolta di tutorial che ho scritto nel corso degli ultimi cinque anni e pubblicato nel mio sito http://www.cg-cad.com/. La raccolta, che comprende anche numerosi contributi originali di altri autori che qui ringrazio, è un ricettario di programmi, una miscellanea di consigli e trucchi per programmare in LISP. Nella raccolta sono presenti anche tutorial che sviluppano argomenti che non rientrano tra i problemi quotidiani del disegnatore e programmatore LISP (ad esempio come disegnare un labirinto con pareti disposte in ordine casuale). Da questo materiale eterogeneo e irriducibile a un qualsiasi ordine di lettura manipolando, potando e aggiungendo esempi e spiegazioni, ho tracciato sei itinerari alla scoperta del metodo ricorsivo, dei numeri casuali, dei frattali, delle curve di Lissajous, delle liste-array e dei labirinti in LISP. Immaginate questi itinerari come percorsi trekking alla scoperta del LISP in ambiente CAD, se li seguirete vi sarà possibile mettere in pratica tutte le funzioni elencate nella prima parte del testo. Giunti alla fine della prefazione di un manuale di programmazione è consuetudine scrivere a chi è destinato. Certo è destinato a coloro che non sanno nulla di programmazione e vogliono avvicinarsi ad essa, ma anche a coloro che sanno programmare in un linguaggio che non sia il LISP. Ma non solo ad essi. Poiché questo libro non è solo una guida (più o meno) pratica all’uso del linguaggio LISP ed è il lettore che si spingerà a percorrere alternativi o annuvolati sentieri il destinatario ultimo di LISP Trek.
ISBN: 978-88-488-0555-1
Come (e dove) acquistare LISP Trek:
in internet con IBS.it
in libreria: prendi nota di titolo, autore e codice ISBN e chiedi al tuo libraio di fiducia di ordinarlo attraverso Messaggerie Libri.
Cosa dovete dire al vs. libraio di fiducia (o a un qualsiasi altro libraio, pure on-line) quando ricevete una risposta di non disponibilità? Niente, ché non è colpa sua, piuttosto scrivete un'email di chiarimenti a Lampi di Stampa! Grazie.
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