lunedì 30 maggio 2011

All the Roadrunning (CICO n.4)

Ulisse e compagni hanno lasciato la terra dei mangiatori di loto, e dopo aver navigato in mare aperto per altri diciotto giorni, finalmente avvistano un grande arcipelago di isolette, l’una vicino all’altra, come pecore guidate da un pastore. Una vale l’altra, dunque approdano a quella più vicina. Alla terra dei Ciclopi.

Costoro non hanno assemblee di consiglio, né leggi,
ma abitano le cime di alte montagne
[meravigliosi e lussuosi loft newyorkesi?]
in cave spelonche [proprio], e ciascuno comanda
sui figli e le mogli, incuranti gli uni degli altri.

Così almeno Omero. Nello sceneggiato tv Ulisse e compagni s’imbattono in un’impronta che parrebbe di piede umano se non fosse per la scala 20:1. Subito i compagni vorrebbero scappare via come tacchini il giorno del ringraziamento in America (un altro presentimento, come nella terra dei Lotofagi?), vorrebbero rizzare la vela, prendere il vento e via, verso Itaca possibilmente, ma va bene anche un’isola qualsiasi, sempre meglio di inciampare nell’unghia incarnita dell’alluce destro di Piedone il Ciclope, ma Ulisse li stoppa, già pensa l'astuto a farsi invitare a tavola da un vero Dio (già allora esistevano quelli falsi & bugiardi).



Ulisse e 12 compagni scelti seguono le orme di Dio, che sono un po’ dappertutto via, Dio ha pesticciato tutta l’isola come fosse sua… be’, forse lo è, visto che è Dio. I greci portano con sé vivande e un otre pieno di vino nero. Non un vino comune eh?, ma di forza tremenda, bestiale eeeh!! (infatti, ogni coppa doveva essere allungata con venti misure di acqua). Vivande e vino sono doni per l’ospite, il Dio sconosciuto. I greci si inerpicano su un monte e arrivano davanti ad un antro; vi entrano e scoprono di essere finiti nell’enorme monolocale (loft newyorkese forse è meglio) di Dio. Lì Dio cucina, mangia, dorme, c… be’, sì fa pure quello. Ulisse è un greco, dunque ottimista, vecchia generazione, e subito rampogna ridendo il povero Euriloco:

Ulisse - E tu dici che qui abita un mostro? Guarda le corde sono intrecciate con arte. Guarda i nodi. E assaggia la sua ricotta.
Euriloco - Buona!
Ulisse - E’ fatta come la fanno i pastori.


Ulisse vede il letto di Dio e ci salta sopra, si sdraia sul cuscino. Poi vuole contare quanto è lungo Dio: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, conta i passi. Incredibile. Straordinario. (E ride).

Euriloco - Otto passi!? Ma non è possibile che sia un essere umano!
Ulisse – Eh già! La sua scure è così grossa che potrebbe farci da ancora.


Un belare di pecore insonnolite interrompe la discussione, il loro amministratore (delegato da Poseidone) le segue a ruota, con un mazzo di tronchi sotto braccio.
No, non è un Dio (neppure un dio minore). E' un ciclope. Quello se ne frega di leggi assemblee e contratti fra gli uomini. E lo dimostra subito nei fatti. Afferra due compagni di Ulisse e li accoppa, sbattendoli contro lo spigolo della cucina. Indi volta le spalle ai greci e li smembra. L'amministratore delegato si prepara la cena: carpaccio umano con rucola e ricotta, appena scottata la carne alla fiamma del focolare (quale finezza).




Finito il pasto leggero, tra un rutto e uno sbadiglio, l'amministratore delegato si corica (vestito) e per addormentarsi conta gli agnelli che saltano nel cerchio di fuoco. Ma noi lo sappiamo, Nessuno possiede le chiavi dell'universo e ancora una volta Nessuno salverà i compagni.
Poi tra porci proci e prodi e il povero Argo l’Odissea praticamente è bell’e finita. Più o meno, no? Restano deserte le vie del mondo, restano in malinconica attesa di nuovi vagabondi. Ulisse è tornato a casa.

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domenica 29 maggio 2011

Panel test su viste panoramiche nel cinema (n.4)

Il re dei Feaci si è accorto che il suo ospite, lo Straniero Misterioso, sta piangendo e improvvisamente ferma il canto dell’aedo (ma nooo! proprio sul più bello, proprio mentre stava cantando dello sgozzamento di Priamo, avrà esclamato il Bambino Alberto di quei tempi là).

Dice il re dei Feaci (di nonno socialista)...

L’ospite e il supplice valgono quanto un congiunto
per l’uomo che abbia anche solo un poco di senno.
Perciò ora tu non celare con scaltri pensieri
ciò che ti chiedo: è più bello se parli.
Di’ il nome col quale ti chiamano la madre, il padre,
gli altri in città e quelli che abitano nei luoghi vicini,
perché nessun uomo è privo di un nome…



Panoramica Odissea

Presa dall’Odissea televisiva (1969, regia di Franco Rossi e Mario Bava).
La telecamera non scorre parallela alla scena, inquadra quel che vede Ulisse: in basso, tre donne osservano lo Straniero Misterioso per poi allontanarsi quando Ulisse si accorge di loro; in alto, dalla cima di una torre, tre uomini osservano SM per poi ritirarsi, quando Ulisse guarda in alto.

Il software Autostich unisce insieme i frames della scena, e l’immagine panoramica risultante ricorda misteriosamente, come un'immagine onirica, l’Ecce Homo del Pontormo (Val d’Ema, certosa del Galluzzo).
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venerdì 27 maggio 2011

Gypsy Biker (CICO n.3)

Facendo molta attenzione, aguzzando l’udito al di là della sensibilità del cane Argo, oltre il livello paranormale di un panel test di assaggiatori del pane del sogno, certo non sfuggirà al turista convenzionale questa conversazione sopra le righe (anche se molto danneggiata dal rumore del tempo), pure con un lampo di visione:

Man mano che ci allontanavamo dal fiume, il sole si faceva più forte. La terra era più arsa. Sentivamo un profumo secco nell’aria, un profumo di fiori. E arrivammo in un villaggio abitato da uomini che si nutrivano di quei fiori, pestandoli dentro mortai. Ero preparato a trovare i miei uomini morti o in pericolo e invece erano là, tra gente di pelle scura e stranamente vestita, come se ci fossero stati sempre, come fossero loro fratelli…


Una cucina indigena, una cucina all’aria aperta, senza fuoco senza acqua, un semplice piatto preparato da mani nere. I tre compagni di Ulisse hanno la faccia imbiancata con la farina del sogno, gli occhi bianchi rivolti ad un cielo bianco sgombro di dèi. Perché il motociclista zingaro ha fatto scappare a gambe levate i buoni indigeni? Immaginate delle silhouette dal profilo negroide tutte in corsa, nella classica corsa in ginocchio, girano per l'eternità in cerchio sopra la superficie di un vaso greco (indigeni che nei fumetti di zio Paperone e Paperino, quando erano in giro per paesi esotici, erano chiamati autoctoni, disegnati come tonti, buoni volenterosi, ma tonti). Ulisse perché li hai spaventati? Questi buoni selvaggi non conoscono il mare, non conoscono il male. Che cale tornare in patria, tra le formiche aliene, i genitori morti o peggio rimbambiti, i figli cresciuti con altri padri, privi di fratelli… germani, meglio restare qui per sempre a cantare con le cicale in una eterna estate. Così li faceva parlare quella polvere dolcissima che li illudeva (sarà mica stata una droga?) di non essere mai partiti da Itaca, di non aver mai preso il vento sulle navi dalle vele nere. Ma Ulisse getta lontano la ciotola colma di quella polvere dolcissima; promette loro che non dimenticheranno mai la loro patria, volenti o nolenti torneranno sul mare tra sirene meduse seppie oloturie e sgombri, torneranno a casa (fosse pure dentro una bara).
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martedì 24 maggio 2011

Ulisse vs. amministratore delegato

Facendo molta attenzione, aguzzando l’udito al di là della sensibilità del cane Argo, oltre il livello paranormale di un panel test di assaggiatori di panzanella, certo non sfuggirà al turista convenzionale questa conversazione sopra le righe (anche se molto danneggiata dal rumore del tempo), pure con un lampo di visione:


Avevo calcolato dalle stelle che quella doveva essere la Libia, la costa più lontana da noi, ai confini estremi dell'oceano, dove il sole si inabissa. E se questo era vero, venivamo trascinati via dalla terra dei nostri padri anziché avvicinarci. I miei uomini non lo sapevano, eppure erano timorosi, inquieti, come se lo intuissero, anche perché avevamo trovato cose che sembravano segnali lasciati lì da qualcuno.







Ulisse manda tre uomini in esplorazione. Tre uomini a zonzo per le vie della Libia, per tacere del cane (anche perché il cane non c'era). Passano le ore, è quasi il tramonto; e i tre uomini non fanno ritorno (sembra quasi una scena dell'Isola dei Famosi, e invece è l'Odissea, film RAI del 1969).

...Tre compagni si erano perduti, lasciarli alla loro sorte voleva dire che ci univa solo la paura. La paura di ognuno per la propria esistenza, la paura che non ha amici, ma solo nemici. Senza una meta, senza ordine né speranza. Ma vinsero la prova [i compagni di Ulisse] e mi vennero dietro, tutti.

Tra loro nessun colletto bianco della FIAT... pare.


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giovedì 19 maggio 2011

Gildo Gildo

Pochi minuti prima delle 5 della sera, su Radio24, c'è un bambino (Alberto) che ha un amico immaginario (Gildo). Il Bambino Alberto, è figlio di genitori comunisti a Milano. Esprime le sue sensazioni e le sue emozioni solo attraverso il freestyling, insieme al fantasma Gildo.
Le voci dei politici digitalizzate e infantilizzate danno il meglio di sé, compreso Berlusconi, che doveva essere un bambino molto intelligente.

lunedì 16 maggio 2011

Io sono comò (SECO VII)



(Seco VII non era un faraone d'Egitto ma è un acronimo, e sta per Scene esoteriche nel cinema occidentale, e VII per settimo post della serie).

E così siamo arrivati al settimo post di quello che potrebbe sembrare il tema di una tesina universitaria in Storia del Cinema, e invece è il filo conduttore di una serie di post dedicati all’elencazione di scene esoteriche nel cinema occidentale, elencazione piuttosto che svelamento delle stesse, perché essendo appunto esoteriche mi restano di significato oscuro. Be’, c’è qualcosa in queste scene che sto prendendo in esame, un deposito di conoscenza dedicato non al grosso pubblico ma ad un'élite…

"Con il termine élite si designa un ristretto sottogruppo di un sovraordinato gruppo o categoria sociale, a tale sottogruppo viene attribuita una specifica o generica superiorità rispetto alla restante parte del corpo sociale di riferimento; il consenso a tale attribuzione può essere più o meno generale e, al limite, circoscritto agli stessi membri della élite. Benché il termine sia intrinsecamente elogiativo, quando è adoperato da coloro che non ne condividono l'attribuzione assume un connotato dispregiativo (es: le auto-nominate élite).” (da Wikipedia)

Gira e rigira i Nostri (Guerrieri della Notte, 1979) stanno tornando a Coney Island. Ingiustamente incolpati dell’attentato al Bin Laden di quel tempo là, che boss della gang delle gang, aveva un sogno fisso in testa (congiungersi carnalmente, ma senza amore, come le suore e i frati al tempo del Boccaccio, con tutta la cittadinanza di New York, notte e dì), e invece si era preso un colpo di pistola nel cuore e, è… è morto (come Bin Laden). Dopo una notte di fughe e duelli, i Nostri, sudici stanchi affamati, salgono sul primo treno che li porterà a casa. Loro ospite, una tipa fuggita e/o rapita dalla banda degli Orfani; anche lei non è messa bene (se nel palcoscenico della vita il vagabondo Huck Finn avesse avuto una sorella, ebbene, lei è proprio nata e sputata per quella parte). Ma, improvvisamente salgono sul metrò due coppie di ragazzi in bianco vestiti, forse un’élite? E siedono, loro ridenti, loro comunicativi (ma sempre all’interno dell’élite), proprio davanti alla coppia torvamente muta, cioè il Capo Guerriero e l’Orfana fuggitiva. I Quattro dell’Èlite quando si accorgono di essere davanti all’antimateria di Zichichi prima non credono ai loro occhi, poi un vago desassossego si forma nei loro cervelli panici, indi palesemente si manifesta nei loro sguardi disapprovanti e forcaioli appuntati, più che altro, sui panni sudici e la morale dubbia della ragazza. E l’Orfana, chiude gli occhi per non vedere ciò che vede negli occhi dei 4 P.M..

Quando la ragazza riapre gli occhi, le coppie sono per incanto svanite (ma il regista ci fa vedere, a noi spettatori con il barattolone del pop-corn in mano, che i quattro hanno preferito scendere qualche fermata prima). Indi il regista inquadra la faccia della ragazza, stupita delle proprie doti sciamaniche, e la dissolve, la faccia non la ragazza, nel disco del Sole nascente.

E’ l’alba.

Adesso, se c’è un legame esoterico che lega l’Orfana al disco del Sole, io non lo so… forse i quattro non erano P.M. ma vampiri?

Vasco Ronchi avrebbe saputo rispondere all’enigma, ma… è morto.
Pure lui.

- Nata in Egitto. Mai sentito parlare di Egitto prima d’ora. Una terra straniera, forse. Mummia, Mummia. Che calma, che dignità. E’… è morta?
- Oh, sacré bleu. Morta da tremila anni !

(turisti americani al museo egizio, Mark Twain, Gli Innocenti all’estero).

mercoledì 11 maggio 2011

Io sono credenza (CICO n.2)

(CICO sta per Cucina Iconologica nel Cinema Occidentale, e n.2 per secondo post della serie).

Ok, immaginatevi nei panni, anzi nei cenci e negli stracci, di un pianista ebreo polacco, o se preferite di un ebreo polacco che suonava il piano, oppure di un polacco ebreo che comunque suonava il piano alla radio di Varsavia, proprio all'inizio della II Guerra Mondiale (1939-1945). E’ pure bravo, e d’aspetto gentile. Con il viso affilato di quell’attore che contendeva la bella a King Kong (il gorillone non il famigerato re Congo Leopoldo del Belgio).
Adesso, immaginatevi girare raminghi tra le macerie di una Varsavia bombardata dagli americani (è una naturale conseguenza avrà detto anche allora Napolitano alla maestra, in quei giorni là). A proposito di (e qui apro e chiudo una parentesi). Avrete certamente notato che le persone che vivono in quei posti là sono sempre amichevoli e ospitali, certo non hanno le mutande e neppure il fazzoletto per asciugarsi le lacrime, ma sono sempre felici (è uno stereotipo); son genti che vivono nel fondo del fondo della boscaglia negra ma si fanno fotografare (col flash) dal turista sciroccato, col sorriso sciropposo, che poi vivrà sempre nostalgico di quei posti là. Genti che vivono di rituali e di fatture, il corpo tempestato di tatuaggi di satani e draghi e amministratori delegati, sono veramente felici o fingono in posa pose per il turista? E qui si torna (io sono qui!) a bomba.
Cerca e ricerca alla fine il pianista ha scovato nella credenza di una cucina un barattolone… di pop-corn? No, di rape in salamoia. Troppa grazia Sant’Antonio, infatti, cerca e ricerca nei cassetti ma l’apriscatole non trova. Alla fine usa un attizzatoio, ma il barattolone scivola dalle mani del pianista e cade in terra e lì rotola rotola fino ai piedi di una scala. E qui il regista Roman Polansky afferra gli occhi del disgraziato e lo costringe sadicamente a guardare piano piano dal basso in alto. Un uffiziale tedesco, fermo e in posa sui primi (o ultimi) gradini della scala, sta osservando, chissà poi da quanto tempo, i maneggi dell’affamato ebreo polacco pianista. E’ possibile fare un discorso serio su questa immagine? Un nazista che medita sul sogno del proprio Führer di conservare in vita, chiuso in una gabbia, l'ultimo ebreo superstite, per poter rispondere all'ospite: lui? lui è leggenda!

Autostitch ha generato un'immagine da una serie di frames del film Il Pianista, ottenendo una visione della scena filtrata dalla retorica del regista e dalla paura del protagonista. L’ufficiale è una ridicola effigie del potere e delle paure di 3000 anni di storia occidentale, e di naturali conseguenze, e allora, come un tempo gridò il vecchio Joan Mirò quand'era giovane, diciamo: a culo il Mediterraneo…
Be', W la Scozia.

martedì 10 maggio 2011

Panel test su viste panoramiche nel cinema (n.3)



Voi che avete l'intelletto sano non portate il vostro cervello all'ammasso, fatelo scivolare piano, dopo le 5 della sera, da quel magico flatter in un silente deposito di scienza e consolazione. E' una consolazione sapere che domani il cervello di Berlusconi tornerà a vivere nel corpo di una Creatura: la maggioranza degli italiani ha già in mano il fazzoletto (per un motivo o per un altro).

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Cucina Iconologica nel Cinema Occidentale (n.1)

Potrebbe sembrare il tema di una tesina universitaria in Storia del Cinema, e invece, ahivoi, è il titolo di una serie di post dedicati all’elencazione di scene ambientate in cucina: cucine nella filmografia occidentale; cucine iconologiche oltre che economiche; sarà elencazione piuttosto che esplorazione delle stesse, perché essendo appunto cucine (iconologiche) mi restano di significato oscuro, ché raramente accendo il gas (anche se mio nonno materno faceva il cuoco all'ospedale, e da bambino ci giocavo in cucina). Ma prima di partire con la prima scena, qualche parolina sulla parola iconologia, copiate pari pari da Wikipedia (e qui le analogie con una tesina universitaria e/o da esame di maturità si infittiscono come un “umido velo di tenebre”).

Iconologia. “L'iconologia (dal greco eikōn, immagine e Logía discorso, quindi descrizione approfondita dell'immagine) è una branca della storia dell'arte che si occupa di ricercare la spiegazione delle immagini, dei simboli e delle figure allegoriche dell'arte. Da segnalare la simbologia degli studi esoterici e degli animali del bestiario, numerosi quelli medioevali derivati dal Physiologus, un testo che risale probabilmente al secondo secolo, e i Bestiari di Cristo, ossia i simboli animali dell'incarnazione di Cristo, l'iconologia cristiana, in particolare l'enciclopedia Il Bestiario del Cristo di Louis Charbonneau-Lassay (1871-1946) con 1.100 incisioni, tradotta dal francese anche in italiano. Le simbologie degli animali umanizzati restano i protagonisti indiscussi non solo delle favole antiche e delle fiabe più recenti ma specialmente dei cartoni animati. L'iconologia si differenzia dall'iconografia, perché questa si occupa della descrizione dei temi presenti nell'opera d'arte, mentre l'iconologia ha lo scopo di interpretare gli stessi temi.” (fonte Wikipedia).

Dunque, c’è qualcosa in queste scene che prenderò in esame, come un deposito sepolto di conoscenze, dedicato e destinato non al grosso grasso pubblico con barattolone di pop-corn in grembo, ma al pubblico minuto magro scaltro (che lui sì che se ne intende), quello che mordicchia nevroticamente semi di zucca con gli incisivi davanti che ci sono anche quelli ai lati (quanti sono gli incisivi? 8). Si parte con un classico De Funes: 3 uomini in fuga (1966).



Il Nostro è riuscito a forzare, con un attizzatoio, i battenti di una scansia-credenza, incassata nel muro della cucina dell’albergo dove pernotta una notte sotto false spoglie (comunque in una camera dell’albergo, non in cucina). Ora, è in religiosa contemplazione della straziante bellezza del creato, e se fosse un pesce non riuscirebbe a tener ferme le branchie! Si scrive credenza ma dovrei scrivere tabernacolo, anzi ricettacolo del gusto, ricettacolo divino e di vino e avanzi di una cena, meglio di un pasto sacro in onore di un Generale Tedesco; il Generale svetta in effigie sopra i poveri resti di una torta di compleanno, dall'aspetto di molare cariato. Chiaro, al Nostro dell’effigie del generale gliene importa quanto all’avatar di una bella giornata di sole. A meno che non sia l’effigie plasmata nella glassa di zucchero, mio Generale sei proprio una cassata, e infine commestibile, così è il caso. Cannibale!
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domenica 8 maggio 2011

Panel test su viste panoramiche nel cinema (n.2)


Panoramica Omega Man, ovvero la strada dei mattoni gialli che porta al mago di Oz.

Guardare un film con il sonoro originale (e ahimè i sottotitoli in italiano) è come vedere un panorama dal vero invece che su una cartolina (in bianco e nero).
Un esempio di questo cambio di prospettiva. E' notte a Los Angeles. La Famiglia staziona sotto la casa dello scienziato pazzo Robert Neville. Si è portata il barbecue da casa, tutto ciò che serve per grigliare tra amici: quadri, libri, mobili, ecc., e tra un rogo e l'altro così va commentando (tra sé e sé) la situazione:

Matthias - Un essere intrappolato in un posto quando fa buio. Solo contro centinaia. Il suo unico motivo di vita, i ricordi. I suoi unici compagni di vita, aggeggi, macchine, pistole, tranelli. Neanche tutta la Famiglia riesce a farlo uscire da…





- Da quel paradiso per bianchi, fratello? (Invece nel doppiaggio: da quel paradiso artificiale?)
Matthias - Dimentica il tuo passato, fratello. Il tuo odio, il tuo dolore. Dimentica. E ricorda… che la Famiglia è una. A parte lui, quell’essere…

I convinti assertori che il doppiaggio migliora un film sempre e comunque, adesso mi devono spiegare il senso della replica di Matthias al fratello ex nero e adesso albino con gli occhi bianchi! Vedi da una parte il Tutto, la Famiglia, e dall’altra l’Uno, il Male Assoluto. Quando Neville scopre di non essere solo (si imbatte tra i manichini in una "bambola sexy" in carne e ossa, e di pelle nera), l'Uno si spezza, e i dialoghi acquistano in colore. Neville non è più il Dio che pensa a se stesso pensante, ha trovato pane per i suoi denti: una ragazza che si esprime come una nipotina di Fred Sanford, il rigattiere. Una tipa che all'inizio non si fida di un Medico che ha fatto morire 200 milioni di pazienti, poi si sa, quando c'è poco da scegliere... Invece nel remake del film la pacificazione è completa, non esiste più il razzismo, l’America è di fatto Una Grande Famiglia, lo scienziato pazzo è finalmente un nero (forse cugino alla lontana di Obama?) e residente in un “ex paradiso per bianchi”. Però esiste ancora Il Male Assoluto, ma è fuori, out! Corrono nella notte uomini lupo che di umano hanno solo e vagamente l’aspetto e la postura, cioè sono bipedi, più che umani sono indiani, discendenti di Geronimo, ributtanti vermi rossi... ma no, alla fine si scopre che in fondo in fondo non sono vermi, ma bruchi…
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domenica 1 maggio 2011

Panel test su viste panoramiche nel cinema (n.1)

Qualche parola sul panel test nel titolo del post.

Uno studio scientifico doc ha accertato che gruppi umani di 10 unità, badate bene persone scelte a caso, pre­sentano una "soglia media di gruppo ripetitiva", cioè una soglia analoga a quella di altri gruppi di 10 anime della stessa popolazione umana. Dunque un gruppo di 10 persone può essere utilizzato come un valido strumento di misura per ottenere dati che saranno validi per tut­ta la popolazione. Ora non pensate che le dieci persone devono essere esperte in olio d'oliva o ferrati nella vita e miracoli di Berlusconi, il risultato non cambierà comunque; e se poi nel panel (gruppo in inglese) c'è un vero intenditore e un mistico indù (loro sì che se ne intendono) ugualmente il risultato non cambierà, lo studio scientifico doc attesta che il risultato non può cambiare.
Almeno un lettore del panel dei lettori adesso si chiederà, come? come è possibile parlare di panel test se il blogger è uno solo? Ma il risultato non camb... cioè, mi piaceva il titolo di questa serie di post per cambiarlo in corso d'opera. Perché prima ho pensato al titolo e poi ho cercato su Internet il significato di panel test. Be', vedremo di far tornare i conti alla fine della serie.

Per le viste panoramiche ho usato (abbiamo usato) un programma freeware, Autostitch. E' un software per la creazione di immagini panoramiche da foto digitali. Io lo uso per generare un'immagine da una serie di frames di un film, catturati con il lettore dvd del mio portatile, e salvati nel formato JPG, ottenendo così una visione della scena filtrata dalla retorica del regista. Più o meno. Ora, spiego perché. Perché + o - spiego.








Panoramica Ellery Queen.


La prima immagine panoramica l’ho presa da un episodio dell’unica stagione televisiva (1975-1976) di Ellery Queen. E’ una veduta di due strade di New York, nell’anno 1947.
La telecamera scorre parallela alla scena. L’occhio che osserva la scena è l’occhio della telecamera. Un semplice occhio al di là di un giudizio di bene male, giusto sbagliato, ecc. un po’ come la pittura di Monet. E cosa c’è di più lontano dal realismo della pittura di Monet? La telecamera registra una impressione visiva e uditiva di una veduta ricostruita di New York, nel 1947, cioè di fatto una scenografia. Le strade sono fiumi in secca sul fondo di canyon d’ombra di terra di siena bruciata e di arenaria bianca. Le persone che vi si agitano dentro sono simili a quelle figurine dipinte sullo sfondo nei teleri di Vittore Carpaccio, inconsapevoli dell’accadere di un evento miracoloso in primo piano, San Girolamo conduce nel monastero il leone ammansito, Ellery Queen indaga su un martello insanguinato (probabile strumento di un efferato delitto - anche se non ha provocato sdegno né allarme sociale, anzi erano tutti contenti - di uno scrittore di gialli narratore compiaciuto di efferati delitti), dicevo inconsapevoli perseguono le loro attività quotidiane, là tendono i panni alle finestre, qui passeggiano leggendo il giornale, portano a spasso il cane, c’è chi in faccende affaccendato pesta una molle deiezione canina, il cui Autore, portato fuori da un padrone dimentico di paletta e sacchetto, sta girando l’angolo della strada e s’intravede appena, nella limpida brillantezza di un attimo di luce impressionista, l’agitare festoso della coda (macchia di colore). Uomini calvi e glabri (macchie bianche) in costume giallo (macchie gialle) cantano e danzano sul marciapiede al ritmo di un tamburello indiano. Brahma Shiva Vishnù cantano danzano e disfano il mondo, o forse sono solo piccioni in volo.


Panoramica Brancaleone

Questa invece l’ho presa dal primo Brancaleone. Una cittadina medievale disabitata, non si sa perché, usci finestre e botteghe spalancate. La telecamera non scorre parallela alla scena, inquadra ciò che vede e approva Brancaleone (c’è del realismo!): a sinistra uno sale le scale con i gradini di pietra serena consumati dall’uso, poi s’affaccerà alla finestra gettando un sacco, in basso un altro della allegra brigata ruzzola da una porta una forma tonda di cacio predato, nel vicolo il vecchio rigattiere ebreo Abacuc raccatta qualcosa da terra (realismo alla Courbet!). Ma poi l’attenzione di Brancaleone è distratta da una impressione sonora. Una voce di donna fuori campo, canta una canzone. Così il Duce volta le spalle ai compagni e si avvia lungo la stradina che mena a destra (per chi guarda la scena), e la telecamera lo segue, in verità restando immobile. Nella scena seguente egli passerà davanti, senza vederlo (né lo spettatore) a un cadavere giallo d’appestato. Ma il software Autostich nel generare l’immagine documenta in nero i movimenti della camera da presa, che come un cane da presa scuote tra i denti la visione frammentandone l’immagine, e palesando l’imbroglio scenografico.
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martedì 26 aprile 2011

E' arrivato l'avatar (Seco VI)

Italia. Anno 1922. L’umanità è in pratica sulla via del non ritorno, la voglia di progredire, di ricercare, di sperimentare nuove vie, insomma la fiaccola del progresso si è spenta, l'umanità ha appeso le scarpe al chiodo. Resiste qua e là qualche sparuta frangia di resistenza, disperati uomini e donne sopravvivono accanto ai topi, nelle città e nei paesi in rovina, crudelmente assottigliati per mano di servi facinorosi dei proprietari terrieri (a sud) e degli industriali (a nord); servi condotti da un brutale e spiritato già maestro di scuola elementare e ora maggiordomo di un re hobbit. Luca Marano, giovane studente universitario, è a caccia di libri di storia e politica, e li cerca proprio nel suo paese, in Molise. Ma non era facile trovare libri per studi personali. I professionisti del posto, avvocati, medici, notai, leggevano e rileggevano sempre gli stessi vecchi libri. Luca allora chiede aiuto all’intellettuale del paese, don Benedetto Ciampitti. La biblioteca di don Benedetto è ricca ma singolare, circa quattromila volumi, dal Quattrocento fino all’Ottocento. Dopo, il deserto dei Tartari, che non è il romanzo di Buzzati ma un modo di dire, per dire nulla. Legge con metodo, don Benedetto, ma il suo metodo è assai singolare, ha iniziato da ragazzo con il Quattrocento e ora che è un vecchio grillo grullo saggio è arrivato al Seicento. Ora, proprio adesso, sta leggendo i Ragguagli di Parnaso di Traiano Boccalini. Che culo! Il vecchiaccio dice: “Mio nonno fece scarsi acquisti, mio padre e io non abbiamo comprato niente. Io penso che è inutile acquistare libri quando se ne hanno migliaia da leggere. Io leggo da quarant’anni, con ordine; sono arrivato al Seicento...” (F. Jovine, Le terre del Sacramento). Ma don Benedetto è uno spirito balzano; accoglie il giovane Luca offrendogli sigarette, vino rosso e marroni arrostiti su un fornello, ma alla prima richiesta di Luca di leggere "qualche classico di storia e politica" lo caccia fuori a colpi di libri.

Oceano (da qualche parte sotto il mare). Anno 1866. Il capitano Nemo mostra con orgoglio la sua biblioteca personale al professore di scienze naturali: “…il mondo per me ebbe fine, il giorno in cui il mio Nautilus si immerse per la prima volta in mare. In quel giorno ho comperato i miei ultimi volumi, i miei ultimi opuscoli e giornali, e dopo di allora voglio credere che l’umanità non abbia più né pensato, né scritto.”

28 giorni dopo nel futuro (da qualche parte nella campagna inglese). Cavalli, cavalli liberi corrono nei prati, cavalli bianchi e neri, piccoli e adulti, galoppano nella campagna inglese, almeno loro sono normali. Una famiglia allargata (padre, figlia e due ragazzi), forse unici superstiti dal contagio con un virus che ha reso succuba di uno stato permanente di furia omicida (bombardiamo la Libia, bruciamo le stoppie, arrostiamo il vitello grasso, ecc.) il resto dell’umanità, fa pic-nic accanto ai sassi di un pittoresco rudere.


Al caffè, la ragazza dice al ragazzo: “Sai a cosa stavo pensando?”
“Che non sentirai più una musica originale. Che non leggerai mai un libro che non sia già stato scritto, e non vedrai mai un film che non sia già stato girato.”
Improvvisamente da dietro il rudere sbuca fuori un tizio alto due metri e ½ con coda prensile e pelle blu, chiede allegro: “Stavate parlando di me?”, quindi estrae dalla schiena una valigia e grida: "Donne è arrivato l'avatar (e l'ombrellaio). Aggiustiamo gli ombrelli. Ripariamo cucine a gas. Avete un ombrello rotto? Noi lo ripariamo…"
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lunedì 25 aprile 2011

Francesco 1000 per mille (Seco V)

Ok, si parte. E si arriva a pochi chilometri da Assisi dove “si erge” la Basilica di Santa Maria degli Angeli, “sorta tra il 1569 e il 1679 inglobando l'insieme delle strutture del conventino francescano costruito a ridosso della Porziuncola, toponimo che almeno dal 1045 individuava la zona ai piedi della cittadina (nota più propriamente come Cerqueto de Portiuncula, a causa della sua collocazione tra le selve). Il nome indicava anche l'antica cappella di Santa Maria degli Angeli che, come narra san Bonaventura da Bagnoregio nella Legenda major, Francesco scelse a sua dimora perché 'in quel luogo erano frequenti le visite degli spiriti celesti'. I biografi di Francesco riportano all'unanimità che questo luogo fu amato dal santo più di ogni altro, tanto che vi scelse di morire e lo raccomandò ai suoi frati come uno dei più cari alla Vergine.”


O almeno, così c'è scritto in Wikipedia, che a sua volta prende (copia, cita) da vari siti tematici.
Facendo molta attenzione, aguzzando l’udito al di là della sensibilità dei cani, oltre il livello paranormale di un panel test di assaggiatori di abbacchio pasquale, certo non sfuggirà al turista convenzionale questa conversazione sopra le righe (anche se molto danneggiata dal rumore del tempo), pure con qualche lampo di visione:





- Eccoli, Francesco!
- Sono qui.
- Eccoli!
- Abbiamo trovato poca gente, nessuno ha accettato la nostra elemosina. Dicono che siamo poveri.
- Venite. Noi partiamo e vi lasciamo in consegna il nostro orticello.
- Quanti bei regali!
- Portateli su, forza.
- Io ho 84 anni. Il prossimo aprile, 85.
- Auguri.
- Che bella la vostra cappellina.
- Dell’olio, del pane e delle noci. Sono povere cose, ve le lasciamo. Voi, però, abbiate cura della nostra cappellina… noi andiamo nel mondo a predicare.
- Non posso venire…
- Perché?
- Non posso venire col mantello!
- Hai ragione, un apostolo non ha né mantello né scarpe.
- Bravo, li diamo ai poveri?
- Sì, dalli ai poveri!
Il pianto di un uomo.
- Dio vi benedica, figlioli. Addio!… Parto da voi con la fede soltanto, ma vi lascio il mio cuore. Addio, fratello usignolo. Addio, fratello albero che ci ospitasti sotto la tua ombra. Addio terra benedetta. Addio, fratelli uccellini… Addio, Santa Maria degli Angeli.


El Pueblo de la Iglesia de Nuestra Señora la Reina de Los Angeles de Porciúncola.

Ma che scena esoterica, assolutamente indecifrabile, da un film capolavoro di tutti i tempi (e non solo quelli cinematografici): Francesco giullare di Dio.

martedì 12 aprile 2011

La bottega del robivecchi con un buco nel tetto (Seco IV)

Un tema tipico nel cinema di fantascienza è il mondo senza di noi, che guarda caso è anche il titolo di un saggio d’Alan Weisman (numero uno nelle classifiche di vendita americane per molti mesi). Un tipico saggio americano frequentato da scienziati seriosi e preoccupati, ma con la barbetta brizzolata, snelli e giovanili a più d’ottant’anni per gamba, con occhi vispi che disegnano una mezzaluna quando riflettono, che si stringono nelle spalle, e forse si torcono le mani, in pratica il buon Veronesi. Be’, in quel saggio c’è scritto che per distruggere un fienile è sufficiente fare un buco di un centinaio di centimetri quadrati nel tetto del fienile, e poi stare a guardare (se a bocca aperta non è scritto) e lasciare fare alla natura. Il giorno dopo la scomparsa dell’uomo la natura già prenderà il sopravvento (e senza incentivi): un esile filo d’erba lasciato a se stesso si trasformerà, piano piano, anno dopo anno, in un possente albero che sbriciolerà il marciapiede.

E ancora una volta ci si ritrova in questa Los Angeles post-qualcosa-di-terrificante, nel caso particolare post terremoto del 1998. L’anno però è il 2013, e un certo Kurt Russell percorre la notte e le strade sbriciolate della città in rovina, alla ricerca della figlia del presidente. Stanco si siede al confine della notte e di Beverly Hills, volta le spalle ad un negozio di robivecchi, a qualcuno che vende mappe per le stelle.


Sono passati 42 anni, ma il negozio non è affatto cambiato, come le mummie della cripta dei cappuccini che guardate... gli manca solo la parola (o almeno questo è ciò che Alberto Angela immancabilmente osserva), così il negozio è sempre quello, indimenticabile, di Sanford & Son.


Certo, il terremoto del 1998 deve avere aperto almeno un buco nel tetto, tuttavia è un miracolo, un miracolo a Los Angeles, che sia rimasto in piedi e aperto (anche di notte).

martedì 5 aprile 2011

The Omega Fish (Seco III)

Scrivevo ieri di un classico Warner Bros, The Omega Man (1971), in italiano il mitico Occhi bianchi sul pianeta Terra, straordinaria trasposizione filmica del romanzo di Richard Matheson, Io sono leggenda. Nel film la parte dello scienziato matto Robert Neville alla ricerca di un vaccino miracoloso appartiene di diritto a Charlton Heston. E scrivevo sempre ieri del disgraziato che vagava solitario, ma più o meno sereno, in una magica Los Angeles deserta e assolata e poi monologava, a casa la sera, con un busto ortopedico di Cesare, avversario sconfitto di mille partite a scacchi (ne avrà vinta almeno una?), mentre nello spazio cucina bollivano un paio di salsicciotti. Nessun cane dallo sguardo malinconico a tener compagnia all’eroe della città solitaria, in ogni modo non un cane lupo né tantomeno il cane triste dal pelo rosso in posa nel quadro di Piero di Cosimo, morte di Procri, visto il carattere del personaggio forse ci stava un boxer scodinzolante. Quando inizia la storia, raccontata nel film, lo scienziato matto si è stancato di passare il tempo in laboratorio testando vaccini su giustamente ribelli (a farsi testare) uomini in nero con gli occhi bianchi, preferisce passare al setaccio i quartieri alla ricerca del covo della banda. E proprio durante un pattugliamento in un cestino, collocato dietro il bancone della reception di di un albergo a quattro stelle, nota una scatoletta aperta di sgombri. Una mitica scatoletta di sgombri con la chiavetta incorporata nel cestino dietro il bancone della reception di un albergo a quattro stelle stona come le parole dell'Art. 10 della Costituzione in bocca al Bossi (però quello si riprende con l'Art. 11). Eppure Neville vuole fare la prova del nove (Neville rimane uno scienziato), perché il contenuto della scatoletta potrebbe essere stato l’ultimo pasto clandestino di un addetto alla reception oltre due anni prima. E la tira su, e l’olio cola dalla scatoletta nel cestino… Il contenuto, ricco d’omega 3, è stato consumato da poco, da un mutante nerovestito con la mente piena di manie medioevali, ma si sa la teoria è una cosa la pratica è un’altra. E tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ora, se esiste un legame esoterico che lega Neville, l’ultimo uomo sulla Terra, omega man, ad una scatoletta vuota di sgombri naturalmente ricchi d’omega 3, io non lo so.

lunedì 4 aprile 2011

The Omega Man (Seco II)

(Seco sta per Scene esoteriche nel cinema occidentale, e II per secondo post della serie).

E così siamo già al secondo post di quello che potrebbe sembrare il tema di una tesina universitaria in Storia del Cinema, e invece è il filo conduttore di una serie di post dedicati all’elencazione di scene esoteriche nel cinema occidentale, elencazione piuttosto che svelamento delle stesse, perché essendo appunto esoteriche mi restano di significato oscuro. Be’, c’è qualcosa in queste scene che ho iniziato a prendere in esame, un deposito di conoscenza dedicato non al grosso pubblico ma ad un pubblico di élite…

"Con il termine élite si designa un ristretto sottogruppo di un sovraordinato gruppo o categoria sociale, a tale sottogruppo viene attribuita una specifica o generica superiorità rispetto alla restante parte del corpo sociale di riferimento; il consenso a tale attribuzione può essere più o meno generale e, al limite, circoscritto agli stessi membri della élite. Benché il termine sia intrinsecamente elogiativo, quando è adoperato da coloro che non ne condividono l'attribuzione assume un connotato dispregiativo (es: le auto-nominate élite).” (da Wikipedia)

Oggi tocca ad un classico Warner Bros, The Omega Man (1971), in italiano il mitico Occhi bianchi sul pianeta Terra, straordinaria trasposizione filmica del romanzo di Richard Matheson, Io sono leggenda, niente di che con il comunque bello Io sono leggenda, con uno schizzato Will Smith e uno struggente cane lupo (film ambientato nel futuro, a New York). Nel film WB la parte dello scienziato matto alla ricerca di un vaccino miracoloso appartiene a Charlton Heston. Nessun cane a fargli da spalla (a Heston erano bastate e avanzate le scimmie del Pianeta delle Scimmie). Il disgraziato - che vaga solitario ma più o meno sereno in una magica Los Angeles deserta e assolata - monologa la sera con un busto di Cesare, avversario invalido in una partita a scacchi, mentre in cucina bollono allegramente un paio di salsicciotti. L’eroe è, come nel romanzo, una leggenda da raccontare la sera al fuoco alimentato dai libri della biblioteca di quartiere ai bambini dei mutanti. Nessun disegno divino assistito al computer e nessuna umanità militarizzata e asserragliata dietro un vallo di Adriano, in una sorta di campo di concentramento, in attesa del vaccino liberatore, ma solo una piccola comunità di ragazzi/e e bambini/e in campagna. Erano altri tempi, oggi sembrano il futuro e questo tempo presente un passato remoto. Be’, continuo domani…

domenica 3 aprile 2011

Scene esoteriche nel cinema occidentale (I)

Potrebbe sembrare il tema di una tesina universitaria in Storia del Cinema, e invece è il titolo di una serie di post dedicati all’elencazione di scene esoteriche nel cinema occidentale, elencazione piuttosto che svelamento delle stesse, perché essendo appunto esoteriche mi restano di significato oscuro. Ma prima di partire con la prima scena, qualche parola sul termine esoterismo, copiata pari pari da Wikipedia (e qui le analogie con una tesina universitaria e/o da esame di maturità si infittiscono come un “umido velo di tenebre”). Esoterismo “deriva dal greco esoterikos (interno, dentro) e storicamente si riferisce ai sacri misteri presenti in tutti i paganesimi e nel cattolicesimo. In Grecia esistevano i misteri eleusini, orfici e dionisiaci. Nell'impero romano si diffusero pure quelli di Mitra e Iside. […] Nel linguaggio filosofico, il termine ‘esoterico’ caratterizza l'insegnamento riservato dagli antichi filosofi greci, specialmente da Pitagora e Aristotele ai soli discepoli, in contrapposizione ad exoterico, con il significato di ‘esterno’, destinato cioè ai profani, ovvero a quanti non erano iniziati alla comprensione del linguaggio degli adepti. Exoteriche erano definite le lezioni della scuola peripatetica di più facile ascolto, da cui l'attributo passò poi alle opere aristoteliche destinate al grosso pubblico.” (Wikipedia) Dunque, c’è qualcosa in queste scene che prenderò in esame, come un deposito di conoscenza dedicato e destinato non al grosso grasso pubblico (non necessariamente greco), cioè per chiarire lo spettatore con il barattolone di pop-corn in grembo che pastura e rumina per tutti i tempi del film, ma al pubblico minuto magro scaltro e indagatore, quello che mordicchia nevroticamente semi di zucca con gli incisivi. Si parte con un classico Disney, F.B.I. Operazione gatto (1965). La prima inquadratura è dedicata alla casa del protagonista del film (un gatto siamese); è una tipica casa con le pareti di legno e il giardino tutto attorno. Sembra una scena di un cartone animato e la casa potrebbe essere quella di Paperino, ma improvvisamente da un flatter esce il gatto D.C., abbreviazione di Darn Cat, e tutto ci diventa reale concreto. Il film inizia con la passeggiata serale di D.C. lungo le strade deserte di un quartiere periferico di una cittadina americana, negli anni sessanta del secolo scorso. Sono da poco passate le ore 9 di una sera di inizio autunno o fine estate. Nel programma serale è prevista una sosta con spuntino alla ciotola di un bulldog tonto, vicino di casa, tonto ma capace di esprimersi con le consuete maniere della sua terra di origine, in inglese; dice: Traducibile con un po’ di approssimazione e tutte le cautele del caso in “föra di ball”, o anche “föra da i ball” o “föra de ball”, che comunque si pronuncia “foeura di ball”, un po’ come Pompei che in inglese si pronuncia Pom-pay. Olimpicamente indifferente al malumore provocato nel legittimo proprietario del giardino viciniore (con tanto di pedigree) il Nostro si insinua, senza chiedere permesso, da una finestra con le imposte semichiuse, in una tipica cucina americana anni 60 e afferra un osso di pollo, pollo defunto nel 1965, osso di coscia di pollo che sporge da una pila di piatti all’apparenza usati. Una pila di piatti in equilibrio precario e che sembrano disegnati da Carl Barks, l’uomo dei paperi e dei manager con l’aristocratico profilo di cinta senese. Il furto del piccolo extracomunitario nero causa il crollo della pila di piatti (simbolo della fine del consumismo occidentale?). Notate come la forma della coda del gatto fuggitivo corrisponda a quella della cannella dell’acquaio, disegnata così da un acuto designer per versare l’acqua a destra o a manca, e già questo è un segnale, una bandierina che sventola all’orizzonte sul crinale di una collina azzurra, il segno che stiamo entrando in terra di esoterismi magie e fattucchiere. Ma il gatto prosegue serafico il suo itinerario, come il tram 8 barrato rosso. Ecco che fruga in un bidone della spazzatura, e indi stampa le sue impronte sul tetto di un’auto in sosta, poi visita una gattina azzurrina al di là del vetro di una finestra, e finalmente guata, nella vetrina del droghiere del quartiere, un salmone (fresco) decapitato. Notare come nell’immagine si legge il cartello riflesso nel vetro, in un gioco di dentro e fuori, preda e predatore, oggetto e soggetto, ecc. Ed ecco che il regista inquadra un essere umano; per pochi secondi mette in primo piano, in campo, le mani del droghiere che incarta due fette di salmone fresco (decapitato) in veline azzurre e in un foglio di carta gialla. E non si può non notare che l’unghia del dito medio della mano destra del droghiere è di un sospetto colore azzurro, un po’ come le veline che avvolgono le fette di salmone, come le ombre che avvolgono la casa già di Paperino e come gli occhi del gatto che avvolgono la scena dell’incartamento con un incantamento magico. C’entra forse l’estetica di Policleto? Il realismo socialista? Il neorealismo di Ladri di biciclette o il realismo magico di Miracolo a Milano? O cosa? Ma quel dannato gatto se la ride di ipotesi e congetture e teorie che vorrebbero trasformare una scena esoterica in una battuta spensierata, un riferimento galante alla moglie del pizzicagnolo, nella bagattella di un momento, piuttosto decide di seguire il cliente con il suo sacchetto di carta ecologico (cioè le due fette di salmone) fuori dal negozio… e il resto è una storia con il finale già scritto.

sabato 2 aprile 2011

Lampedusa Felix

I bootlegger hanno registrato tutto lo spettacolo del Boss, che si è esibito oltre 60 ore fa davanti ad un pubblico in delirio di fans, che non è l'acronimo dell'espressione farmaci anti-infiammatori non steroidei per individuare una classe di farmaci dall'effetto anti-infiammatorio, analgesico ed antipiretico, ma il plurale forse non usuale della parola fan, infatti Wikipedia scrive a proposito di fan: "Un fan (IPA:ˈfæn; plurale "fan" o "fans") è un appassionato di un particolare tema. I fan spesso si organizzano in gruppi più o meno formali noti come fan club. La comunità dei fan nel suo complesso è invece detta fandom. La parola fan è talvolta usata con un sottile connotato negativo, associandola al termine fanatismo". Insomma una fandomatica fandom di fan ha applaudito il Boss oltre 60 ore fa a Lampedusa. Il Boss ha iniziato con un classico sparato a tutto volume, La promessa (di sgravi fiscali per auto fiat, prima casa, ristrutturazioni, evasori fiscali, extracomunitari clandestini e rifugiati), seguita a ruota dalla sempre verde Ho comprato una casetta anche qua, e ha subito chiuso con un pezzo nuovo, lento e sentimentale, Premio Nobel per la Pace (a Lampedusa). Ovviamente ci sono stati vari bis, In cambio di un conquibus, Pagami il lesso, Finocchi lessi ho mangiato alla mensa negli asili di Stato, finalmente il concerto si è chiuso su una lunghissima, e in parte strumentale, summer song, Chi non salta comunista è è è... Il Boss ha cenato al ristorante Lampredotto con una ristretta cerchia di invitati, gente del posto; fedele al soprannome ha pagato Lui il conto, poi presenterà il conto allo Stato (mica si sta parlando di Springsteen). Prossimo spettacolo del Boss a Chioggia dove è prevista l'apertura di una bellissima centrale nucleare, s'intende dopo l'anno sabbatico del Veronesi, i biglietti sono già esauriti, intanto i chioggiani fischiettano Ha comprato una casetta anche qua qua qua... .

domenica 13 marzo 2011

Lettura di un sigillo cilindrico e di un pesino

Favbrillhà, casa del posacenere.
Lapislazzuli, 3x1.9, diam. Foro 0.35

È una scena di lotta fra eroe e animali e una scena di libagione, con vari riempitivi e una scritta in orzoweiano classico corsivo.
A sinistra si vede l’eroe nudo, con la mano destra tiene sollevata la zampa posteriore destra di un quadrupede erbivoro a testa in giù, forse una gazzella, il braccio sinistro gira intorno al collo di un cervide rampante sulle zampe posteriori, con ampie corna ramificate e volgente il muso indietro. Il piede destro dell’eroe insiste sulla schiena di un leone azzannante il collo dell’erbivoro a testa in giù. La gamba sinistra di Berlumeš è piegata all’indietro, nella tipica posa della corsa in ginocchio dell’eroe. Alla destra e alla sinistra della testa dell’eroe sono presenti due quadrifogli come riempitivi. L’eroe Berlumeš è rappresentato con capelli fluenti e ondulati e una lunga barba lanosa che scende fino a toccare terra.
A destra è presente una scena di libagione. Davanti a un arbusto con rami a spina di pesce si vede una figura di vecchio glabro. Il vecchio è seduto verso sinistra, su uno sgabello a zampe incrociate. Il vecchio è a torso nudo, una gonna o coperta pieghettata gli scende fino a coprire i piedi. La mano destra del vecchio è poggiata sul ventre. La mano sinistra regge una lunga cannuccia che esce da un vaso collocato a mezz’aria, l’altra estremità della canna è infilata nella bocca del vecchio che palesemente aspira una sostanza contenuta nel vaso.
Una seconda cannuccia ritorta fuoriesce dal vaso in direzione opposta per servire un secondo personaggio appena abbozzato, forse raffigura il semieroe Skakajolo, l’essere mostruoso, l’orco delle montagne, il divoratore di bambini, insomma il “compagno” di Berlumeš. Tra le due canne sul fondo è inciso un trifoglio.
Sopra la scena del banchetto una iscrizione in orzoweiano classico corsivo. Vi si legge Ahytéé, traducibile con un po’ di approssimazione e tutte le cautele del caso in: “Ahimè, come una lumaca sgusciata siedo e piango lagrime amare sul mio passato”.
Superficie lievemente concava, foro decentrato. Lapislazzuli con molte venature. Esecuzione fine, alquanto dettagliata e naturalistica nelle figure; molto schematici invece i simboli in campo. Lievi le tracce d’uso.

Favbrillhà, casa del posacenere.
Ematite traslucida, 2.45x1x1.05; gr. 5.735.


Pesino a forma di anatra. Base appiattita. Faccia superiore modellata in forma di anatra con corpo allungato, coda sporgente, collo lungo ripiegato indietro, testa appoggiata sul dorso, becco appuntito reso in modo schematico. Iscrizione di “Paper-YOGA En-lil-là”.(*)

(*) “Lettura di un sigillo cilindrico e di un pesino dalla Casa del Posacenere a Favbrillhà”, di Silver S. Spikspan. Estratto dal vol. I, 1° sem., fasc. 4, dei “Rendiconti della Accademia degli Orzoweiani”, anno 1954.
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Meditazioni sopra una moneta dell'Impero

Visto, questa domenica mattina, un vecchio straordinario documentario in bianco e nero sul lavoro minorile a Napoli. L'anno terribile era il 1970. La RAI pagava con gli interessi il suo debito di servizio pubblico finanziato dal canone degli italiani.
Qualche domenica fa un conduttore su rai 3 ha chiesto ad un divulgatore di scienze e storia perché nelle monete romane le teste guardano ostinatamente sempre a sinistra (c'è forse un significato politico? ih ih ih). E quello gli ha risposto che mica sempre è così, e poi si è messo a divagare come un giovane bello studente abbronzato alla maturità...
Eppure pare assodato che le teste dei romani sono generalmente rivolte a destra, e solo eccezionalmente a sinistra (c'è forse un significato politico?). Dipende dal fatto che l'incisione del conio era più facile e naturale a sinistra, o il motivo era un altro? Mistero.
Probabilmente nel 1970 alla RAI sapevano tutti rispondere in qualche modo alla domanda senza divagare come uno studente barbuto alla maturità; e a quei tempi là aveva un senso pagare il canone alla RAI; forse lo pagava pure Borghezio (o lo pagavano per lui i suoi genitori, che è più plausibile, che lui era piccino). Poi il diluvio. Sono arrivati in tv i barbari urlanti, guidati da ghignanti anchormen.
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