sabato 28 agosto 2010

Case in capo al mondo, VIII


La strada tutta sepolta tra due crinali di colline, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca, o almeno così avrebbe scritto il Manzoni, e nella fanga passano e sostano cose, persone e animali; ecco per esempio un bianco bove che trascina un carretto, dappresso quattro portantini con cappelli bianchi trasportano una portantina, e un vecchierello canuto poco distante sta strascinando un baule fornito di quattro ruote cigolanti e in fondo alla strada c’è un pastore dietro un branco di pecore (anch'esse bianche), un pellegrino dal cuore nero è diretto in Terra Santa, ma per ora sta seduto su un sasso e si riposa. I crinali delle colline disegnano il profilo di una città perduta, forse etrusca, dalla quale, estrema propaggine, si dirama quel che resta di un muro e di una fonte con una vasca d’acqua fangosa, o forse nascondono i crinali le vertebre e le membra di un drago azzurro. Al confine con il cielo radi alberelli stanno di sentinella ad avvisare il drago dell’invisibile presenza di una tigre bianca che sbadiglia e si stira, appena dietro le colline. E’ un paesaggio che nemmeno alla lontana assomiglia a quel luogo perso nei meandri della memoria, silenzioso, verde ombroso e arcadico che i nonni forzisti di una volta sognavano essere l’Italia-Magica, piuttosto è un paesaggio brullo, un tempo antropizzato e ora perennemente fatiscente, pare masticato e sputacchiato da generazioni di barbari, barboni e barbagianni in saio. Paesaggio ingombro di rovine e ruderi di una estinta civiltà, da innumerevoli secoli i ruderi hanno preso il colore della terra, semiaffioranti tra i sassi e le erbe aromatiche che crescono spontanee nei campi incerti sono solo d’inciampo al pellegrino e agli sparuti coltivatori diretti.
La figurina che trascina il baule, che poi è la sua casa e la sua bottega (e chi non ha sognato almeno una volta di girare il mondo in roulotte), su ruote cigolanti si chiama Abacuc, è un robivecchi ebreo, vecchio più del cucco. Si dice di un oggetto o di un essere animato che è vecchio come il cucco quando è di molto ma di molto vecchio. E’ possibile usare il cucco come pietra di paragone per datare un oggetto o un essere vivente: un macinino del caffè, una macchina per cucire a manovella, Abacuc. Notate bene, questo modo di dire è usato solo in senso peggiorativo, se non dispregiativo. Infatti, non si dirà mai di un Commodore 64 con 48 K di Ram capace di generare il grafico a fil di ferro di una sinusoide dopo appena cinquanta minuti di calcolo che è vecchio come il cucco, ma di un vecchio PC 486 certamente sì. Un ragionamento analogo vale anche per un essere animato: il cane incontinente dei vicini di casa, il gatto spelacchiato della zia, il chiarissimo professore ottuagenario, e così via, sono classificabili vecchi come il cucco.
Una domanda sorge a questo punto spontanea: quanto è vecchio il cucco? E’ possibile trovare su ebay un cucco usato ma ancora in buono stato? E come riconoscere un cucco originale da una vile imitazione, solo dal prezzo esoso? O esistono parametri oggettivi, razionali, una lista razional-tipologica del cucco. E l’esperienza sul campo aiuta? Come quella che consente, per esempio, di distinguere a colpo d’occhio un fungo porcino da un fungo che sembra commestibile al profano ma non lo è. Già, esistono cucchi velenosi?
Per trovare una risposta a queste e simili domande si deve, per prima cosa, sgombrare il campo da un equivoco, duro a morire e anch’esso vecchio come il cucco: il cucco non è un oggetto, il cucco non è un essere animato, il cucco non è un animale o una pianta. Il cucco è un monte, o meglio era un colle, anzi era una collina situata nei dintorni di Firenze, in Oltrarno. Poco dopo la metà del XV secolo, sul pendio di quella collina, chiamata per l’appunto Montecucco, fu fatto costruire da tale Luca Pitti, pare su progetto del Brunelleschi, un palazzo che da allora in poi fu sempre conosciuto come Palazzo Pitti, nonostante i molteplici passaggi di proprietà (vi abitò anche Vittorio Emanuele II). Si potrebbe quindi affermare che Abacuc è vecchio almeno quanto Palazzo Pitti. Ma si può andare ancora più indietro nel tempo. Sembra che Luca Pitti fece pesare tutta la sua autorità per ottenere i permessi necessari per l’edificazione del suo palazzo, ché non poteva vivere altrimenti. In quel tempo di Rinascimento incipiente la mancanza di abitazioni popolari era già notevole, ciò nonostante Luca Pitti fece demolire le case che esistevano su Montecucco. I proprietari delle case, invitati a far fagotto delle loro quattro prugne (un altro modo di dire) e sgomberare, non ebbero né un compenso né un nuovo alloggio, ecco che prendeva campo una consuetudine, vecchia come il cucco. Le macerie di quelle case costituiscono, di fatto, il terminus post quem per datare il nostro macinino del caffè e il cane dei vicini, mentre Palazzo Pitti è il terminus ante quem del cucco.
Possiamo sicuramente datare Abacuc all'Alto Medioevo, prima del cucco.
A que’ passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta una strada ne’ campi, osserva il Manzoni. E da quei campi scendevano 3 fuggitivi urlanti come se cavalcassero 3 mountain bike usate o rampichini: un grassone, un mercenario dei paesi del nord e un ragazzino residente in un villaggio limitrofo appena passato a ferro e fuoco. Essi correvano contro il vecchio rigattiere già tremolante di suo e adesso arciconvinto di terminare i suoi giorni davanti a una vasca battesimale piena più di fango che d’acqua; a scanso di equivoci si serra il vecchio a chiave dentro la sua roulotte, ma i tre figuri si rivelano essere ridenti, anche se un po’ selvaggi, venditori di cianfrusaglie. Cosa vendevano e cosa compravano i rigattieri di quei tempi là? Almeno una testa con gambe e strane bestie lumacose fuoriuscenti da seriche conchiglie e il canto di una sirena intrappolato in una conchiglia, e poi piante zoomorfe e facce lunari e ali di pipistrello e creste di drago e code di rospo, forse un carapace di testuggine marina, i denti incisivi persi a scuola dai bambini in un anno scolastico, piattole e ragni (sia vivi sia morti) in abbondanza, erbe aromatiche, erbe medicinali, fiori di Bach, pidocchi, incubi e demoni con ali d’angelo e demoni cinocefali e demoni con proboscide d’elefante, un ornitorinco imbalsamato, la pelle di un tapiro, il cranio di un polifemo siculo, pietre del fulmine, la mappa del tesoro di Teodorico, la dentiera di Attila, le foglie della Sibilla, un prisma ottico, lenti per vecchi e per vedere lontano, tappeti e stracci penduli, vasi ming e attici, cappelli piramidali, un coniglio nel cilindro, tarocchi e carte da gioco, statuette di Budda, barattoli di miele d'acacia e misteriosi animaletti e pesci degli abissi marini conservati in vasi di vetro colmi di alcool, la testa sotto spirito dell’imperatore buono Traiano e interi universi dentro palle di vetro, rocce zoomorfe, il corno di un unicorno, un ciocorì, macchie di muffa sui muri, la vasca con la fontana, una copia autografa della Bibbia e qualche mummia di santo, larve e coleotteri, nere farfalle e maschere polinesiane, polverose uova di emù e di gallina mugellana, uova quadre e una cartapecora con l’autorità di assegnare titolo e feudo al portatore della stessa.
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giovedì 26 agosto 2010

Case in capo al mondo, VII

Siete turisti atterrati, in una calda mattina di fine estate dell’anno 1971 (o forse 1972), nella città degli angeli. E dopo poche miglia scarpinate lungo piccole e grandi strade assolate ecco che v’imbattete in un cantastorie. E sta cantando. Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia. Salve, vecchie case, hamburger succulenti che cantano nei caffè di infimo ordine, salve Bing Crosby, che canti anche tu.
E’ vero, qualcuno sta proprio cantando (a parte il cantastorie) ma non è Bing. Dietro una parete di legno di una casa in stile "casa-di-Paperino" qualcuno sta effettivamente cantando. Bang! Meraviglia delle meraviglie meravigliose, state per incontrare un mito della vostra infanzia bruciata davanti al televisore a colori nel corso dei mitici (per voi) anni ottanta, del secolo scorso.
Vi infilate in una backstreet, ancora qualche passo strascicato, tra muri di calce bianca e pittura rosa e sotto un cielo azzurro senza una nuvola, e siete entrati da una porta finestra nella spaziosa e luminosa cucina di un vecchio robivecchi canterino. E’ lui che sta cantando, Fred Sanford, mentre cucina per il suo primogenito e unico figlio, Lamont. Il vecchio sta preparando la sua “ricetta speciale” per la prima colazione del figlio. Tirate fuori da una delle 100 tasche del vs. giacchetto alla pescatora il vs. taccuino con la copertina nera e prendete appunti della procedura, ché ‘ste occasioni sono da afferrare al volo, capita solo una volta nella vita di incontrare una cesarina così speciale come Fred Sanford (e vi siete già persi la ricetta dei colli di pollo fritti, con la storiella del cugino goloso di colli di pollo fritti che fu punito dagli dèi per la sua smodata avidità, infatti inghiottiva gli ossicini dei colli di pollo invece di risputarli nel piatto come esige il bon ton e così una notte nera e tempestosa gli spuntò un puntuto gozzo di pollo, tanto che da allora non potè più radersi il pomo d’Adamo ma se lo doveva fare spennare tutti i sabati del villaggio dal pollivendolo sotto casa; storiella che pare scappata per la disperazione dalle pagine delle Origini delle buone maniere a tavola di Claude Lévi-Strauss).

La ricetta speciale del vecchio robivecchi per la prima colazione del figlio, Lamont.

Affettate 1 cipollotto bianco e inciotolatelo in una bella ciotola fonda (tipo pappa per mastino napoletano);
affettate ½ pomodoro rosso da insalata, inciotolate;
spezzate 3 uova intere nella ciotola;



pepate e salate in abbondanza, indi mettete in scena un rito scaramantico per il sale versato;
mescolate gli ingredienti con brio, fino a formare un composto eterogeneo;


versate il buglione in una padella e date fuoco al gas;
mescolate, dall’esterno all’interno della padella, con un mestolo di legno per ben 35 secondi;




impiattate sopra 2 stringhe di pancetta, precedentemente (chissà quando) rosolate in un po’ di strutto;


grattate il bruciaticcio in eccesso da un paio di fette di pane in cassetta dimenticate nel vecchio fornetto elettrico, quindi spezzatele a metà;


decorate il piatto con i ¾ dei toast, mi raccomando con modi alla francese (e intascate il restante ¼ di toast caduto in terra).

Giudizio estemporaneo di Lamont: ha un aspetto orribile!
Giudizio organolettico di Lamont: non pervenuto.


La finestra scomparsa nella casa dei Sanford è quella a destra nell’immagine-collage, sembra che l’immagine abbia catturato anche lo spettro irrequieto del vecchio rigattiere, si agita qua e là, ovviamente sta solo fingendo di spazzare un tappeto. Niente paura, ché non c'è da aver paura dell'uomo nero... a meno che non siate leghisti, ma in questo caso sono ben altre le paure, be' comunque non siate tristi, piuttosto date un'occhiata fuori dalla finestra. Si vede la parete esterna della casa, e al di là della parete ci sarà ovviamente la cucina. Ma, come si è visto nel post n. 6 (punto A) non siamo in un interno borghese, quindi la cucina diventa ben presto uno spazio vivibile e autonomo, il cuore della casa, il focolare dove Lamont trascina il padre in accese discussioni. Ma la finestra in quel punto limitava fortemente il nuovo spazio scenico.



E sicché scomparve la finestra e fu come se non ci fosse mai stata.


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mercoledì 18 agosto 2010

Case in capo al mondo, VI


Chi non ha sognato, guardando fuori dal finestrino di un aereo che vola sferragliando sopra le nuvole bianche e le nuvole bigie, di atterrare a Los Angeles in un azzurro e troppo lungo pomeriggio d’estate dell’anno 1971. E dopo poche miglia di strade sconosciute entrare da una porta finestra in una casa di legno, passare da stanza a stanza, aprire il frigorifero e versarsi un bicchiere di succo di mela. Case in capo al mondo, case dietro l’angolo, case capovolte, case nascoste da una collina di materiale di scarto.
Il collage di frame che apre questo post mostra una veduta panoramica, quasi veneta, quasi fiamminga, della casa-baracca-magazzino di Fred Sanford e figlio, Lamont. E' la scenografia del primo episodio della prima stagione (1971-1972) della serie tv, ed è già perfetta così. Un uomo canta allegramente con accompagnamento di pianoforte. A sinistra c'è una porta finestra, la telecamera ruota e mostra una stanza che nemmeno alla lontana assomiglia a quel luogo perso nei meandri della memoria, silenzioso e in penombra e quasi atemporale e magico che i nonni buoni di una volta definivano il salotto-buono, piuttosto è una stanzaccia assolata, illuminata da 3 finestre e 1 porta finestra. Stanza perennemente crollante pare masticata e sputacchiata da un boxer di ventuno mesi, ingombra di oggetti che hanno preso il colore della tappezzeria, e viceversa, di cianciafruscole guaste e sparpagliate sui tappeti sbiancati dai soli di innumerevoli estati. E' il vecchio Fred Sanford, il robivecchi, che canta e suona; ma poi il cameraman muove la telecamera in avanti quanto basta per permetterci di vedere: meraviglia, il vecchio sta solo spolverando il piano, di fatto una pianola. E' abbiamo già capito che (A) non siamo in un interno borghese e (B) che è una radicata abitudine quella del vecchio di passare il tempo in ozio canicolare, libero il vecchio come un usignolo o il giglio del campo da preoccupazioni gioie e doveri borghesi (ben presto al posto della pianola spunterà un suonato televisore in bianco e nero, nella seconda stagione Lamont porterà a casa un divano spelacchiato e alé al vecchio resterà solo di sognare un tv-color con telecomando a tre tasti). Tanto è il figlio Lamont che lavora e suda, scrutando dall'ombra del suo pick-up giacimenti di materiali di scarto ai bordi delle strade di Los Angeles, e accumula indifferentemente dentro e fuori casa hardware, porcellane inglesi e bare e mode e manie e nere radici d’Africa di religioni vagamente orientali.
Eppure, anche nella casa luminosa dei Sanford si agita il mistero di una finestra che prima c’era e poi non c’è più.

Continua…
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sabato 14 agosto 2010

Case in capo al mondo, V

Torniamo ancora una volta all’interno dell’appartamento, situato al primo piano di una palazzina del primo novecento, stile eclettico moderno, situata chissà dove nella città di Tokyo, per effettuare un ultimo rilievo all’appartamento. Con la macchina del tempo torniamo indietro nel tempo a venerdì e nello spazio del soggiorno...




Steve seduto su un letto improvvisato, messo al corrente dell’importo in Yen, del cambio in Sterlina Inglese (British Pound), e del cambio in Dollaro USA, dal cambia valute Sir William, del valore di 1/8 dell’affitto mensile pagato dall’inquilina inglese allo sconosciuto padrone di casa giapponese, convince Sir William a subaffittargli per qualche giorno la metà della sua metà dell’appartamento in cambio di 1/16 dell’affitto mensile. Solo una tradizionale parete in legno e carta di riso difende dai ragionamenti contabili dell’atleta americano il silenzio orientale della stanza accanto, la camera da letto della ragazza. In primo piano un acquario e a destra e al di là del muro c'è la cucina, la porta del soggiorno si apre su un disimpegno: alla nostra destra c'è la porta d’ingresso dell’appartamento, a sinistra la camera e in fondo al disimpegno (o corridoio) e dopo qualche scalino in discesa, il bagno. Nessun’altra stanza né finestra sembra esistere nell’appartamento 2A, che potrebbe essere locabile come bilocale; bazzecole, pinzillacchere, insomma niente che possa finire nella scatola dei gioielli di famiglia (o nel sacco di juta) di qualche parente, parentastro, affine, anfibio con le branchie o collaterale della banda Bass… cioè di un eroe locale della politica italiana.


Sabato mattina. Una veduta del soggiorno visto dalla camera da letto, come se la tradizionale parete in legno e carta di riso fosse aperta.


Sabato pomeriggio. Una veduta del soggiorno, lato ingresso. Steve, in compagnia di un atleta dell’Unione Sovietica, invita a cena Sir William che accetta ben volentieri non avendo niente di meglio da fare, a parte leggere un libro con la copertina rigida di colore rosso, e che fine ha fatto la sovraccoperta? (per tacere di Monica Vitti e Luca Pitteri).


Rieccoci alla mattina di sabato. Sir William ha appena bussato alla finestra del bagno, dove l'inquilina inglese è appena uscita dalla doccia. L’immagine-collage mostra il prospetto dell’appartamento lato strada: la finestra appannata del bagno (con il tondo fatto con la mano dall'inglesina), la finestra misteriosa, la finestra della camera dove entrerà Sir William con la bottiglia del latte per la prima colazione e finalmente la porta finestra del soggiorno, dove Steve sta rifacendosi il letto.


Cary Grant passando accanto alla finestra misteriosa getta un’impossibile occhiata curiosa dentro la stanza fantasma dell’appartamento 2A situato al primo piano di una palazzina, primo novecento stile eclettico moderno, a Tokyo, 235 Osako Road.
Solo un'occhiatina metastorica e la trama è salva.
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venerdì 13 agosto 2010

Case in capo al mondo, IV

Dove eravamo rimasti? avevamo appena lasciato Sir Rutland e l’atleta della disciplina misteriosa Steve, un venerdì dell’anno 1964, nell’atrio fatiscente, eppure luminoso, di una palazzina del primo novecento, stile eclettico moderno, situata chissà dove in un quartiere della città di Tokyo, e nell’ultima immagine del post precedente si intravedeva appena la prima rampa di scale, e nel vano scale era allocata una bicicletta, probabilmente di un inquilino, e dalle etichette attaccate con la colla uhu sopra le rosse cassette postali il blogger aveva scommesso, in palio un torroncino di Fred Sanford, che gli appartamenti occupati erano i 5/6 del totale, probabilmente abitati per la maggioranza da genti strane strambe (senza dio), perché né San Francesco né Gesù hanno mai avuto un pied-a-terre a Tokyo: si sono fermati in un Bed & Breakfast in India, e con tutti quegli inviti a pranzo e a cena e a colazione di cugini di secondo, terzo, quarto grado (e dire che il nonno di Gesù, dio della tempesta, lo aveva avvertito, guarda, te lo dico con esperienza non accettate mai quegli inviti di dei di second'ordine, per lo piu ti molestano, ti minacciano, ti insultano, ti si attaccano alle vesti piangendo un'elemosina) alla fine hanno pensato bene di tornare a Eboli.

Strano ma vero, in quella terra senza misericordia ci vivono creature misericordiose, i bambini. Volendo bastava guardare un frame più là ed eccone due esemplari piccini picciò, maschio e femmina, seduti su un gradino della prima rampa di scale.

Ebbene sì.


Sabato mattina. Sir Rutland mandato a prendere il latte è rimasto fuori casa, causa la porta di casa chiusa per sbaglio da un assonnato Steve, e il destino si è compiuto, il frame ce lo mostra in atto di uscire in vestaglia per strada (e i bambini - come le stelle - stanno a guardare).


Anzi lo seguono in strada, e mentre Rutland guarda la porta-finestra di legno e carta del soggiorno (e a destra nell'immagine si vede la finestra piccola rettangolare della cucina) loro guardano Rutland come se fosse una commedia con Ginger Rogers e Fred Astaire (ma con il tip tap sottotitolato in giapponese, è ovvio). La tettoia in primo piano cela le finestre del lato ovest.

Ma è il mistero, il mistero di una finestra in più nell’appartamento che dà a questa casa un fascino unico? O è il suo essere fragile di carta e legno, un riparo di muri fatti di niente e nonostante è una casa, una casa all’angolo di due vie calpestate da gente orientale notoriamente indaffarata, ma ci siamo distratti e intanto Sir Rutland sta scalando la parete ovest della palazzina (in ciabatte).


A sinistra la finestra che dà aria e luce ad una stanza misteriosa.

Continua…
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domenica 8 agosto 2010

Case in capo al mondo, III

La casa di questo post è un appartamento a Tokyo, preso in affitto da tale Christine Easton (Samantha Eggar), fidanzata con un tizio ampolloso e saccentino, segretario della locale ambasciata inglese. L’appartamento è al primo piano di una palazzina del primo novecento, stile eclettico moderno, un po’ fatiscente, palazzina situata da qualche parte a Tokyo. Ok, e fin qui, tutto bene. E’ un giovedì (non nero) dell’anno millenovecentosessantaquattro. E allora? Ebbene, era il 1964 l’anno delle Olimpiadi Moderne a Tokyo. Ecco, con due giorni in anticipo sulla prenotazione in un grande albergo della città nipponica approda l’industriale inglese Sir William Rutland (Cary Grant), ma viene subito rimbalzato fuori dalla reception dell'albergo con tante scuse e inchini. La sorte benigna vuole che l’industriale legga sulla bacheca dell’ambasciata inglese, dove dietro un bancone staziona l’ampolloso segretario di cui sopra, un messaggio scritto di proprio pugno della Easton, dove offre la condivisione di appartamento e affitto (implicitamente l’offerta era dedicata solo ad esponenti del sesso femminile). Rutland convince la riluttante Christine alla condivisione dell’appartamento per una settimana; nessun gossip per le malelingue, Rutland, come l'anziano pard di Tex Willer, si aggira attorno alla sessantina, infatti viene subito scambiato dall’amica giapponese di lei per un anziano parente in visita.

Rutland, la mattina di venerdì, mentre si prepara un caffè all’inglese: una tazzina d’acqua e il filtro del caffè pieno oltre l’orlo.

Rutland con un foglietto in mano, vi legge i rigidi orari nell’utilizzo del bagno dettatigli dalla coinquilina e affittuaria. Alle sue e nostre spalle c’è il bagno, a sinistra la porta d’ingresso dell’appartamento 2A e a destra la porta della camera della ragazza; in fondo al disimpegno (o corridoio) alla nostra destra si apre il piccolo ma luminoso soggiorno, riattato per l’occasione in stanza da letto di Sir Rutland.

Rutland nella stanza da bagno mentre si guarda attorno (notare il foglietto con le note orarie appiccicato allo specchio): calze appese, calendario giapponese e una presa elettrica che oggi in Italia non sarebbe a norma ma forse lo era in Giappone nel 1964.

Sempre la sorte vuole che il venerdì mattina l’industriale si imbatta in certo Steve Davis (Jim Hutton, l’attore della serie televisiva Ellery Queen), architetto e atleta americano, olimpionico di una misteriosa disciplina e ora in attesa di entrare in possesso di una camera nel villaggio olimpico, beccato dalla sicurezza di un edificio, sede di un produttore di transistor con cui l’industriale inglese è in affari, a tracciare schizzi su un taccuino da disegno, in compagnia di un atleta sovietico. Risolto l’equivoco, Steve è interessato alla forma e non ai segreti celati all'interno della costruzione architettonica, esempio notevole di vecchio moderno antico Giapp in nuovo stile occidentale, con originali soluzioni in occorrenza d'eventi sismici (eventi che accadono sempre e solo all’altro capo del mondo), l’atleta convince ben presto Rutland a subaffittargli per qualche giorno metà della metà (qui non è un quarto ma un terzo) dell’appartamento, proprio quello che il giorno prima l'inglese aveva preso in affitto, però pagandogli metà della metà di ¼ dell’affitto che la ragazza una volta al mese paga al proprietario di casa.

Rutland e Steve mentre entrano nell’atrio della palazzina, a sinistra si intravede la prima rampa di scale (nel vano scala è allocata una bicicletta, probabilmente di un inquilino, dalle etichette appiccate sopra le cassette postali si evince che gli appartamenti occupati sono 5 su 6).

Il resto della storia è una commedia americana (Cammina, non correre, 1966) e ai fini dei post di questa serie non c’interessa sapere come andrà a finire la storia (non bene per il segretario dell'ambasciata). C'interessa denunciare (purtroppo non risolvere) un mistero, il mistero di una finestra in più nell’appartamento giapponese, comunque un mistero affatto tenebroso, siamo in una classica commedia americana anni sessanta del secolo scorso.

Continua...
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lunedì 2 agosto 2010

Case in capo al mondo, II

Da dove si comincia? Da una casa che non è una "casa" ma una capanna, costruita con materiali portati dal mare e raccattati sulla spiaggia, materiali di scarto.



Attenzione, in questa casa si entra dalla finestra, difatti da una porta-finestra, che si apre su un “giardino” che in effetti non è un giardino ma una spiaggia situata in Scozia, in altre parole in capo al mondo (dal nostro relativo punto di vista, s'intende).


Chi non ha sognato, almeno una volta nella vita, di possedere una spiaggia in Scozia? Be’, il protagonista del film Local Hero (1983) ne possiede una, e non la vuole vendere. Il magnate del petrolio Felix Harper, erede della dinastia dei petrolieri Knox, spedisce un suo collaboratore, un certo Mac, in capo al mondo con il compito di comprare spiaggia, villaggio e terreni attorno alla spiaggia, perché proprio lungo quel tratto di costa dovrà essere costruito un impianto per la raffinazione del greggio. Tutti sono più che felici all'idea di vendere le proprie proprietà, anche il prete (però è un prete protestante), cioè tutti meno uno, il proprietario della capanna (in quanto legittimo proprietario della spiaggia), un certo Ben Knox. Perché non vuole vendere la spiaggia? Non è importante ai fini di questo post. Spiagge esotiche da cartolina in cambio di una grigia e umida spiaggia scozzese sono rifiutate dall’eccentrico personaggio. Valigie zeppe di dollari sono respinte al mittente. Che importa sapere perché. Importa la contrapposizione visuale tra un elicottero, una grigia spiaggia deserta e una capanna priva di porta ma con una “porta-finestra”. Ora, noi non sappiamo com’è fatto l’interno della capanna, perché noi guardiamo con gli occhi di Mac e Mac non entra mai nella capanna… Ma i vincoli di questa serie di post sono rispettati (anche quelli edilizi), perché esiste forse un dentro e un fuori in una capanna costruita con materiali di scarto? In altri termini, mica stiamo parlando del mulino bianco della pubblicità o dei fienili riattati a villini…

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domenica 1 agosto 2010

Case in capo al mondo, I

Chi non ha sognato, guardando fuori dal finestrino di un treno regionale che corre sferragliando in un pomeriggio d’estate, di scendere alla prima stazione e dopo pochi metri di strade sconosciute entrare in un portone di una casa, passare da stanza a stanza come se fosse nostra. Case in capo al mondo, case dietro l’angolo, case nascoste da un muro di giardino. Case vuote ma familiari, con il frigorifero spento e la spina sul pavimento e nella credenza qualche barattolo polveroso di pomodori, piselli, qualche scatola di pasta e ovviamente il caffè... be’, certo anche la marmellata e poi via, c’è il forno proprio sotto casa; un gatto salta il muro in opus incertum del giardino e ci viene a fare visita in cucina, mentre il cane resta fuori ad abbaiare. Case viste nei film e impresse per sempre nella memoria.

Mettiamo subito un vincolo: queste case non sono wunderkammern. Ci sono tanti esempi di wunderkammern nel cinema ma non sono poi molte le case mostrate da cima a fondo nella cinematografia mondiale. Ok, qualche volta la casa si riduce ad una camera ammobiliata in affitto dove l’assassino scrive una lettera (anonima) alla polizia, ma al regista interessa mostrare la mano grassoccia dell’assassino che scrive la lettera (anonima) mica la camera… Spesso il protagonista è lì che si torce le mani, chiuso in una cella, uno studio, un laboratorio, un ufficio statale, oppure gira, con le mani in tasca, le sale di un museo di storia naturale, ma cosa c’è dietro quella porta e dove portano quelle scale e cosa c’è nelle altre stanze della casa, noi non lo sappiamo e probabilmente (salvo un sempre possibile remake) non lo sapremo mai. E se la stanza è mostrata nei minimi dettagli allora è una wunderkammer, non una immagine del tempo ma una capsula del tempo. Una stanza delle meraviglie, separata per sua natura dalle altre stanze quotidiane di una casa che può essere fatta di nebbia (Solaris di Tarkowskij) o di cartapesta o di finzioni.

E ora poniamo il secondo vincolo. E’ vero, esistono case che il regista ci mostra da cima a fondo ma noi non ci vorremmo mai abitare (La Casa di Raimi), mica per altro ma gli spettri sono presenze troppo ingombranti e inquinanti, ti deformano la visuale in un'assurda prospettiva, non ti lasciano mai bere in pace un caffè… dunque siamo alla ricerca (nella cinematografia mondiale) di case luminose, case serene anche sotto cieli neri di tempesta.

E ora l'ultimo vincolo. Il protagonista di una canzone di Guccini (Argentina), immagina di entrare a caso in un portone, di fresco, scale e odori abituali, posar la giacca, fare colazione e ritrovarsi in giorni e volti uguali… tutto ok fin quando disegnando un labirinto di passi tuoi per quei selciati alieni ti accorgi con la forza dell’istinto che non son tuoi e tu non gli appartieni. Città aliene, e quindi per definizione città deserte di esseri umani (o scarsamente abitate da scarsamente umani), città del dopo bomba, virus, a ferragosto, città canicolari o autunnali, finalmente città metafisiche. Le città sono conglomerati di case, scuole, uffici, banche, ospedali, musei… e soprattutto di persone. L’ultimo superstite in una città deserta entra in una casa, scavalcando la mummia grigia di una vecchietta rattrappita sul pianerottolo, guarda nella credenza in cucina, è alla ricerca oziosa di qualche barattolo di pelati, ceci, caffè; è ozioso perché l’intera città gli appartiene. L’ultimo eroe superstite cammina senza fretta su strade solitarie, attraversa piazze metafisiche… vivere in un quadro metafisico sarà affascinante per qualche giorno, forse un paio di settimane, ma alla lunga sopravvivere in un quadro di De Chirico deve essere di una noia mortale… dunque, cerchiamo esempi di case in mezzo a quartieri affollati (anche se in capo al mondo), anche se nascoste dagli alberi di un giardino mediterraneo, o sul confine di un villaggio di pescatori.
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venerdì 30 luglio 2010

Il dramma dell'amministratore delegato

Come ho scritto su questo blog da una wunderkammer si può uscire se si scopre al suo interno un bestiario, e che è indubitabile la connessione tra wunderkammer e bestiario, se traduciamo la parola "wunderkammer" in "labirinto". Il labirinto è per definizione il palazzo cretese di Minosse dove, imprigionato al suo centro, era in agguato il Minotauro (bestiario e bestio allo stesso tempo). E cos’è il labirinto cretese se non la razionalizzazione della caverna, luogo per eccellenza delle meraviglie, in fondo alle caverne pitture di animali attendevano il visitatore per meravigliarlo e spaventarlo. Caverna, labirinto, ricerca di un centro, viaggio iniziatico e più che altro fisico alla volta della Terra Santa sulle strade labirintiche del mondo, tra mille meraviglie e mille mostri in agguato, talvolta, per i pigri e troppo indaffarati borghesi che si scaldavano i piedi al sacro fuoco del dio-denaro, era il labirinto, inciso sul pavimento dei consigli di amministrazione, il succedaneo del viaggio come l'orzo del caffè.
Il labirinto era il caos che sognava l’ordine (l'ordine delle wunderkammern), era la ricerca del centro, del nocciolo segreto delle cose. Ma non esistono mappe aggiornate e non esistono nomi. Le strade non hanno nomi. Non esistono procedure per toccare il centro del labirinto: “La via non ha un nome; la Via che ha un nome non è la vera via” (Tao Te Ching). La via per toccare il centro del labirinto (il centro della Terra) non è la stessa per andare a Pistoia o forse sì.

In un pianeta-miniera distante n anni luce dalla Terra dell’anno 2264, abitato da minatori, un ingegnere e un amministratore delegato (in un classico episodio di Star Trek: The Devil in the Dark), pianeta all’apparenza disabitato da forme di vita aliena, improvvisamente un mostro, una creatura dell'oscurità, semina il terrore tra i minatori, l’ingegnere e l’amministratore delegato; terrore che nasce nelle gallerie più profonde del pianeta-miniera e si diffonde fino alle gallerie prossime alla superficie desolata del pianeta. Urge il pronto intervento e il soccorso dell’Enterprise, nei panni del capitano James T. Kirk, del signor Spock e del dottor McCoy. Essi hanno il compito di debellare il mostro che nascondendosi nell’oscurità trasforma i malcapitati minatori in pozzanghere grigie e fumanti, tali e quali a smoccolature di candele, residui carbonizzati e fluidi all'interno di macabre silhouette.

Be', tra un moccolo e l’altro l’amministratore delegato informa i nostri eroi di un dato di fatto: c’è un mostro che si aggira nelle gallerie del pianeta-miniera e deve essere eliminato; ma come ha scritto Cesare Pavese a proposito di Tom Sawyer, “il reale non è un dato, ma una scoperta inesausta”, così il signor Spock, dopo tre anni passati in giro nello spazio profondo, ad incontrare assassini, creature mutaforma, artisti dell’inganno e dello sghignazzo, divinità dell’Olimpo e del deserto, pazzi batteristi, vagabondi e indiani in estate, lui, il signor Spock, nonostante non sia più il ragazzo appena diplomato di umore nero e con gli orecchioni (a punta) eccolo che si meraviglia di una palla appoggiata sulla scrivania dell’amministatore delegato. E chiede cos'è.



Il signor Spock, che avrà tanti difetti (ogni giorno il dottor McCoy gliene scopre uno nuovo) ma non è l’ottavo nano della minera, esclama che la palla "è indubbiamente una curiosità geologica".


La riflessione ad alta voce del vulcaniano suscita un’iperemia congiuntivale all’amministratore delegato, lui che smania per i bigliettoni di carta moneta che svolazzano via dal portafoglio ogni secondo che scatta sul contatore dell’Enterprise, non può sopportare un alieno con le orecchie a punta che si trastulla con una sfera di silicio in mano. L’amministratore delegato sfodera dalla parete dell'ufficio la mappa della miniera: un labirinto di gallerie che traforano uno scrigno di pietre preziose, la mappa del tesoro adesso è un frutto proibito, con un baco all’interno.


Alla fine dell’avventura, dopo che il signor Spock è entrato in contatto empatico con la creatura, che il dottor McCoy ha curato la creatura con impacchi freddi di calcina, che il capitano James T. Kirk si è commosso per la triste storia (sempre della creatura), tante piccole creaturine sgusciate fuori dalle sfere di silicio scavano innumerevoli gallerie per la gioia dei minatori, dell’ingegnere e dell’amministratore delegato che ha impresso nelle pupille il simbolo del dollaro.
Indubbiamente la labirintica miniera è una wunderkammer e la creatura, il mostro dell'oscurità, è il suo bestiario.

lunedì 19 luglio 2010

Di cinema, di wunderkammern e di distopie: un link

Pubblico questa interessante pagina di riflessioni sulla wunderkammer nel cinema di fantascienza, copiata dal sito di Patrizio D'Amico: FantascienzaSenzArte:

Questo particolare spazio espositivo nasce nel Cinquecento in Germania per poi divenire frequente in tutto il mondo occidentale fino al Settecento. Le Wunderkammer erano stanze private create da collezionisti che raccoglievano qualsiasi oggetto destasse stupore in quegli anni, da oggetti naturali ad artefatti umani e opere d'arte, con l'intento di racchiudere il mondo in una stanza. Questi elementi venivano esposti senza un preciso ordine sulle pareti delle Wunderkammer, destando così meraviglia nell'osservatore.

Ho individuato una precisa somiglianza tra questi proto-musei e alcune stanze presenti in Equilibrium e V per Vendetta, con l'aiuto delle descrizioni presenti nelle sceneggiature dei suddetti. Nella trama, questi luoghi hanno lo scopo di risvegliare l'animo dei personaggi e renderli coscienti di cosa l'umanità sta gradualmente perdendo, ovvero il proprio passato e la propria cultura.

Oltre che per una somiglianza visiva, ho accostato le Wunderkammer a questi luoghi nelle distopie anche per la loro funzione di generare meraviglia, e per l'azione di preservazione della cultura umana. Questa seconda tipologia di analisi della Wunderkammer, che esula quindi dalla sua mera composizione di spazio espositivo, mi ha dato modo di individuare una tendenza alla collezione e preservazione della cultura in altri racconti distopici nei quali non è presente, a livello visivo, una vera e propria Wunderkammer. Ad esempio, nel romanzo Il mondo nuovo di A. Huxley, il protagonista della storia proviene da una riserva protetta nella quale gli uomini vengono fatti nascere e crescere senza l'uso dell'ingegneria genetica e senza condizionamenti mentali da parte dello stato, pratiche descritte nella storia come abituali nella formazione degli individui di tutto il mondo. Questa riserva è stata creata e viene mantenuta dal governo per motivi turistici e di studio delle antiche civiltà. Presenta quindi una idea di Wunderkammer. Se si pensa poi che il ragazzo proveniente da questa riserva proverà a mettere in discussione il governo della civiltà moderna, si denota anche la funzione antagonista della Wunderkammer. Ancora, nel finale di Fahrenheit 451 si scopre, con grande sollievo e meraviglia da parte degli spettatori, una comunità di uomini-libro che imparano a memoria i testi, vietati invece nella società, con l'intento di preservare la letteratura e donarla un giorno all'umanità futura. Anche qui questo elemento ha la funzione di Wunderkammer sia per il concetto di meraviglia che la collezione suscita nello spettatore, sia per la funzione di preservare la cultura. Infine, nel film L'esercito delle dodici scimmie, il protagonista rivela una sorta di Wunderkammer all'interno della sua mente, che raccoglie e incamera in maniera disordinata informazioni e immagini provenienti da un passato ormai distrutto. L'intento di andare contro la perdita della cultura è quindi presente anche nei racconti in cui le Wunderkammer appaiono non come vere e proprie stanze ma solo come concetto di preservazione e salvaguardia di un mondo passato.

Ampliando quindi l'idea di Wunderkammer da semplice spazio espositivo a elemento di collezione e memoria, ho cercato di evidenziare come questa caratteristica sia ricorrente nei racconti distopici e giochi un ruolo importante anche nella struttura narrativa della storia.

La Wunderkammer appare nei racconti distopici e di science-fiction forse inconsapevolmente per mano degli stessi autori. Sotto varie forme, questa pratica di collezione mantiene la sua natura di memoria e protezione della cultura, con lo scopo di ribaltare, arrestare o mettere in discussione il destino agghiacciante al quale una distopia condanna l'umanità.


A commento di queste interessanti riflessioni sulla funzione salvifica della wunderkammer riscrivo parte del contenuto di un mio post del 19 gennaio 2010:

Forse da qualche parte, o nel profondo mondo di Internet, è già stato scritto che da una qualunque wunderkammer si può uscire se si scopre al suo interno un “bestiario”, o forse no, non è mai stato scritto né detto né e va da sé (come il moto perpetuo) pensato. E tuttavia è indubitabile la connessione tra wunderkammer e bestiario, se si traduce, con un po' di equilibrismo sul filo, la parola "wunderkammer" in "labirinto". E il labirinto è per definizione il palazzo cretese di Minosse dove, imprigionato al suo centro, era in agguato il Minotauro (bestiario e bestio allo stesso tempo). E cos’è il labirinto cretese se non la razionalizzazione della caverna, luogo per eccellenza delle meraviglie, in fondo alle caverne pitture di animali attendevano il visitatore per meravigliarlo e spaventarlo.
Caverna, tela di ragno, ricerca di un centro, viaggio iniziatico e più che altro fisico alla volta della Terra Santa sulle strade labirintiche del mondo, tra mille meraviglie e mille mostri in agguato, ma talvolta, per i pigri e troppo indaffarati borghesi della parrocchia che si scaldavano i piedi al sacro (sacer?) fuoco della beneficenza, era il labirinto inciso sul pavimento delle cattedrali il surrogato - la ciofeca - del "viaggio reale" (sudore e sangue del prossimo tuo e istantanee per l'Eterno, olé).
Il labirinto è caos che sogna l’ordine (l'ordine, ovviamente, delle wunderkammern), ricerca del centro, del nocciolo delle cose. Ma non esistono mappe, non esistono nomi. Le strade non hanno nomi. Non esistono procedure per toccare il centro del labirinto: “La via non ha un nome; la Via che ha un nome non è la vera via” (Tao Te Ching). La via per toccare il centro del labirinto (il centro della Terra) non è la stessa per andare in Centro o per girare con il carrello tra gli scaffali della Coop, o forse sì.



Quindi non tanto nella wunderkammer c'è la salvezza quanto nella rottura della stessa, nel "bestiario" che fugge dallo zoo - dalle gabbie delle meraviglie messe al sicuro (vedi ad esempio il museo zoologico del Pianeta delle Scimmie) per il visitatore domenicale, e corre libero le strade (come nel film L'esercito delle 12 scimmie o Io sono leggenda).





Ultimo esempio: in un pianeta-specchio della Terra, abitato da bambini (in un classico episodio di Star Trek: Miri) che giocano da trecento anni all'interno di una wunderkammer, cioè l'intero pianeta disabitato dagli adulti, i teletrasportati sembrano fantasmi futuristi in fuga da un quadro di Schifano.

Il capitano Kirk, il signor Spock, il dottor McCoy hanno il compito di debellare il virus (il bestio) che trasforma i bambini sulla soglia della pubertà in mostri, cioè hanno il solito compito di sconfiggere il "bestiario".
Eppure il dottor McCoy è consapevole che la città disabitata "è il più orribile conglomerato di architettura antica che abbia mai visto".



Infatti è una wunderkammer, un po' come la Los Angeles di Occhi bianchi sul pianeta Terra...
...

domenica 27 giugno 2010

Bestiario n. 15 (Bluto-brufolo)



Considerate la Vs. scemenza
fatti non foste a viver come Bluto
ma per seguir virtute e conoscenza
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venerdì 25 giugno 2010

Considerate la Vs. scemenza

Stavo aspettando, che il rosso divenisse verde o piaga e denso pus e suppurasse e mai più fosse bianco, fermo in attesa di attraversare la strada, ed ecco che il mio occhio anabasilico era stato catturato dal contenuto di un volantino in parte svolazzante e in parte attaccato con lo scotch a un palo. Oltre al solito fritto misto di email, sito web e associazione di lamentosi queruli sullo stato precario della Fondazione, ecc, il centro dello spazio del foglietto era occupato da una citazione, testuale e stravolta, di due versi della Divina Commedia; questi, estrapolati dal luogo (Inferno) e dal dannato di turno (Ulisse):

Fatti non foste(r)
per viver come bruti
ma per seguir virtute e conoscenza


Il batrace che aveva partorito la spiritosa battuta forse sta ancora ridendo su un sasso del torrente Mugnone. Una mano professorale (forse di un commissario di maturità in pausa pranzo?) dotata di pennarello nero, aveva corretto il “per” in “a”, pur valutando nell’insieme giusto e spiritoso il testo.
Io invece, meno che alla ortografia vorrei pensare un po’ più al senso di “Fatti non foste(r)”; che è una battuta?
Com’è che provo sempre più affinità con il mio cane boxer che la mattina alle 6 si sveglia e canta, cioè gioca con la palla di corda nuova, la prende in bocca e la fa saltare in aria e poi... basta, il gioco è tutto lì, non è difficile, si deve solo provare, provare e provare (un po' come scrivere). Scusate, se il gioco vi sembrerà puerile e da poco, ma almeno (il cane) non se ne sta a gonfiarsi di sé su un sasso del torrente Mugnone o dietro una cattedra. Ma, probabilmente, i casi personali non convincono né commuovono il lettore distratto e occasionale e dunque non resta che citare il maestro…

Tutte le volte che a questi viene presentato qualcuno di nome Terry, essi brillano come il sole che spunta improvvisamente da dietro una nuvola e dicono: “Non voglio farti niente, non essere così terrificato!” e poi quasi muoiono dal ridere starnazzando per quel piccolo uovo marcio che hanno covato. Perché non viene loro in mente che in realtà Terry lo ha visto deporre tutti i giorni da quando è nato? Twain… Twain… come era il suo nome? Mike, penso fosse Mike, ma è passato tanto tempo, secoli da quando ne sentivo parlare in quel mondo quasi dimenticato in cui abitavo; lessi anche i suoi libri ma non ricordo di cosa parlassero, dunque… no, non era uno scrittore, era un pittore o agricoltore… agri… si era un agricoltore. Me lo ricordo perfettamente adesso. […] una volta […] gli fu presentato uno straniero che, splendente come il sole che spunta da dietro una nuvola, esclamò: “Aha! Ah-ah-ah! Se un uomo ti chiede di andare con lui per un miglio, va’ con lui, Twain!”

Ovvio, è Mark Twain (“3000 anni fra i microbi”, 1906, ed. Feltrinelli), un secolo prima di Eugenio Scalfari e la fine dell'ETA’ MODERNA, e - soprattutto - qualche anno avanti all’Ulisse di Joyce.
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domenica 23 maggio 2010

Commento a un commento ai PS (n. 10)

Uscite dalla fanga et io farò di voi un'Armata (veloce) et ardita

Ventinovesima nota del capitolo XI: Renzo esce dalla fanga e si fa ardito (ma ancora non lo sa).

[...] La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que’ passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta una strada ne’ campi. Renzo salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, (29) dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. [...]

(29) e si fermò su due piedi. Renzo non avrebbe saputo analizzare le sue impressioni alla vista improvvisa di quella gran mole, di “quell’ottava meraviglia” del mondo, ma contemplandola dimenticò tutti i suoi guai, e questo dice tutto. Ci tornano a mente quei vecchi troiani che dimenticarono tutti i loro guai alla vista d’Elena la bellissima.

Notare l'allusione del Manzoni al vecchio nome del protagonista maschile del romanzo, e cioè Fermo (probabilmente il M. era sempre lì con il bianchetto in mano, cambio o non cambio, quasi quasi ti ribattezzo Renzo in Fermo e cancello tutti i Renzo che ho scritto qua e là, ohi ohi, no! che sono già all’undicesimo capitolo).
Manzoni scriveva in italiano, anzi in toscano, forse in fiorentino, ma per l’anonimo commentatore (ac) il Manzoni (che forse si illudeva di pensare in milanese) pensava in greco antico, e ciò visto l’ardito paragone tra il duomo di Milano e l’Elena la bellissima. E proseguendo nella lettura - con la nota ventinovesima alla mano - una domanda sorge spontanea: che se Renzo è come un vecchio troiano e di quella ottava meraviglia ne aveva sentito parlare fin da bambino, o quante primavere aveva visto allora l’Elena la bellissima?!

Ma infine haberemo castella, ricchezze et bianche femmine dalle grandi puppe!
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domenica 16 maggio 2010

CEIsAAA, VIII

Se hai figlie femmine sei fortunato, se hai figli maschi sei disgraziato. L’imperatore tutti li vuole a costruire la Grande Muraglia. Non ne vedi le fondamenta, vedi solo biancheggiare ossa di morti. Così recita una antica canzone dedicata a Qin Shihuangdi, colui che, unificata la Cina, assunse il titolo di imperatore (il numero uno), ovviamente della Cina. Strano ma vero, Qin Shihuangdi non fu amato dai contemporanei. Eppure fece un sacco di cose: creò la guardia civile, unificò pesi e misure, battè moneta, uniformò la scrittura, costruì reti di canali e strade; come i faraoni era ossessionato dalla morte, appena salito al trono era già lì che progettava la sua tomba. Una vera fissazione. Fonti cinesi narrano che la tomba del primo imperatore era come una città sotterranea, con case giardini e negozi, campi sportivi e parcheggi per i carri, la città era attraversata da due fiumi di mercurio. Una tomba leggendaria che probabilmente non è mai esistita. Ma che c’entra Qin Shihuangdi con i nostri amati studi di storia dell’Asia Anteriore Antica? Ebbene, questa premessa era necessaria per presentare un eroe leggendario, forse il primo re di Orzowei, un sovrano che ben duemila anni prima del primo imperatore della Cina, si agitava giorno e notte per lasciare ai posteri un ricordo indelebile, il leggendario Berlumesc. E’ vero, l’epos lo raffigura come un tiranno che sottopose a lavoro forzato tutti i suoi sudditi nella costruzione delle ciclopiche mura che circondavano la favolosa città scomparsa, riscoperta negli anni trenta, scavando nel sito di Favbrillhà. La capitale di un regno scomparso e misterioso, fino al fatidico giorno in cui O.K. Allright riempì il nostro animo di stupore identificando il sito di Favbrillhà con la capitale del regno di Orzowei (1). Quel giorno tutti i pesci salirono a galla e finirono nella rete del grande filologo orientalista, così che le tavolette di Favbrillhà potevano risplendere di luce propria, illuminando, con una corrispondenza sia interna sia esterna, un apparato statale formidabile, che trattava da pari a pari con le potenze del tempo, compreso l’Egitto del misterioso faraone Pupo I, dalla vita lunghissima e dal regno, se fosse possibile, ancora più lungo: si stima un centinaio di anni o forse più. Purtroppo non è più fra noi il nostro carissimo collega Arne Otto Saknussen, perdutosi – prematuramente - tra le nevi del Tibet la scorsa estate, ché (potremo mai scordare la sua voce chioccia?) l’avremmo già visto balzare su, urlante una domanda (che non essendo mai stata formulata mai avrà una risposta) e cioè come si spiega una così lunga vita in tempi in cui l’igiene era un optional e non esisteva ancora la medicina ufficiale?
Nel 193* la stampa mondiale potè dare notizia che nell’archivio di Favbrillhà era stata scoperta una tavoletta contenente l’epopea di Berlumesc, ma, data la cronica scarsità degli addetti ai lavori, nel campo dell’orzoweiologia, sono passati troppi anni prima che se ne sia potuto ricavare un barlume di interpretazione, e ne passeranno altrettanti, temo, prima di poter procedere ad una doverosa pubblicazione organica ed esaustiva su queste pagine. Ma un egregio esempio di lettura della tavoletta, ci viene offerto dal lavoro del Socio Silver S. Spikspan.

Come gli antichi scribi riuscissero a fare entrare in una tavoletta, per la precisione la tavoletta 313.c dell’Archivio orientale di Favbrillhà (una tavoletta del formato di un francobollo), un intero inno, è una questione tuttora da risolvere. Si ipotizza che nel III millennio precristiano lo scriba palatino utilizzasse lenti di ingrandimento (è un fatto assodato che le lenti di ingrandimento erano vendute nelle mesticherie come utensili per accendere il fuoco) per leggere i segni incisi sulla tavoletta, fortuna vuole che le tavolette erano di argilla e non di cera. Be’ chi era Berlumesc? Noi non lo sappiamo, anche se sospettiamo che sia stato il primo re della dinastia dei re di Orzowei. L’epopea inizia con un peana e un lamento alla luna, Berlumesc è presentato come un despota che rincorre le fanciulle ed infligge agli uomini lavori estenuanti:

Cantami o Luna, di Berlumesc la risata funesta,
tutte le cose prese e ci lasciò una lisca.
(*)
Egli con occhio neghittoso vide ciò che era segreto,
con occhio voglioso scoprì ciò che era celato,
non lasciò in pace né vecchi né bimbi,
tutti li volle sotto, a macinare orzo, per farsi la birra,
la sera ebbro raccontava, a Skakajolo, storie di prima del diluvio.
Egli rincorse diecimila fanciulle, tremila pecore e un fagiano,
finché stremato, perse i capelli e trovò la pace,
fece incidere tutte le sue fatiche su una tavoletta di argilla: codesta!
(ma “codesta” non lo scrivere, o scriba maldestro!).
Egli fece costruire le mura di Orzo-il fienile,
e del santo Orzo-il covile, dove custodiva sacri tesori.
Mira le mura dai fregi intrecciati come lana caprina.
Calpesta la soglia a gradini di età antica.
Sali sopra le mura di Orzo-il fienile e percorrile in tondo.
Assaggia le fondazioni, annusa la base di mattoni.
Non furono le sue pizze davvero cotte in un forno a legna?


Berlumesc è uno strano miscuglio di Davide e Golia, un gigante astuto, con una copiosa chioma corvina e riccioluta, e una gran barba nera che arriva fino all’ombelico, l’eroe ha un timbro di voce che sembra un tuono in aperta campagna, ed è dotato di una grande parlantina:

Berlumesc, alto, logorroico e terribile,
che aprì passi nelle montagne tirando una ciabatta,
che scavò pozzi con i denti sui fianchi delle montagne,
che attraversò il grande mare aperto e non si bagnò le ginocchia;
che esplorò il mondo alla ricerca della brillantezza (eterna).
Chi potrà eguagliare il suo portamento regale (già chi?),
e dire come Berlumesc con voce di tuono in aperta campagna: « Io sono unto»?
Berlumesc era destinato alla fama dalla nascita:
per 3/4 è dio, per 1/3 uomo, per 2/8 è un mistero tremendo.
Fu il Sole a disegnarne la forma,
e l'acconciatura dei capelli fluenti, e la barba nera fino all’ombelico, e l'aspetto radioso, e...


lacuna

Gli abitanti supplicano la dea Luna, e la Luna ci pensa un po’ su e decide di creare Skakajolo, un essere mostruoso, un idiota di proporzioni gigantesche, un gigante ottuso e ignorante ma forse capace di affrontare e vincere Berlumesc:

Tutto il suo corpo è ricoperto di peli rossi,
i capelli del suo capo crescono come orzo.
Ma non conosce la birra né le leggi del suo paese;
egli è vestito come un venditore di almanacchi dell’anno passato,
egli è calzato come la serpe del fosso riarso.
Con le capre egli bruca l'erba,
con i bovi beve nelle pozze d'acqua,
con i gatti gioca a nascondino.
E’ acclarato che è un povero tapino.
Egli non ha un riparo, si bagna la zucca quando piove.
La Luna protegge e difende i suoi interessi
[ ]

I due eroi si affrontano in aperta campagna, dunque fuori le mura di Orzo-il fienile. Berlumesc vince, ma prova subito dopo una calda amicizia per il povero gigante disgraziato e ne fa il proprio maggiordomo di palazzo. Lasciato il palazzo nelle mani capaci di Skakajolo, d’ora innanzi Berlumesc prodigherà il suo indomito vigore in opere pie ed imprese eroiche, come abbattere una intera foresta di cedri, uccidere il toro sacro della dea Luna, disegnare sulla sabbia reti di canali e di strade, ecc. Mentre Berlumesc è alle prese con le sue eroiche imprese, il clero invidioso, del tempio Orzo-il covile, convince Skakajolo dell’approssimarsi di una terrificante tempesta e di un diluvio universale. Skakajolo fugge atterrito nel bosco, regredendo ben presto ad una semplice vita pastorale. Infatti, a questo punto del poema, c’è una lunga digressione sui tentativi infruttuosi di Skakajolo di convincere il dio Lira a sostituire il suo strumento musicale con uno zufolo, o ciufolo, dal latino sibilus, sibilo; ma la divinità s’infuria e trasforma Skakajolo in un piccione bianco (da qui l’origine dei piccioni skakaioli). Gli dèi esaudiscono la falsa profezia del clero del tempio Orzo-il covile e una terrificante tempesta si scatena sulla terra, e la terra è inondata: tutta l’umanità è ridiventata argilla, cioè quasi tutta, si salvano Berlumesc, una dozzina di fanciulle, tre pecore e un fagiano. Spunta l’arcobaleno e improvvisamente Berlumesc perde i capelli, ma non si rassegna all’evidenza e prende a lamentarsi:

Che fare, dove andare?
Un demone ha preso possesso della mia testa;
capelli
[ ] cuscino [ ]
capelli
[ ] pettine [ ]
capelli
[ ] zuppa [ ]
capelli ovunque io vada
[ ]
capelli [ ]

lacuna

Un mago locale impietositosi del lamento del sovrano regala all’eroe la “pianta della brillantezza”; tutto felice l’eroe, con la piantina stretta nel pugno, si dirige fischiettando verso Orzo-il fienile, saltellando come una capretta in primavera e cantando strofe licenziose, accompagnandosi col liuto. Ma arrivato ad uno stagno, tutto accaldato, non esita a buttarsi dentro, e una biscia, attratta dal profumo della pianta, esce dall’acqua, mangia la piantina e si ricopre di peli. Berlumesc definitivamente sconfitto, arriva, singhiozzando amaramente, alla città deserta. E invita il mago locale (che lo ha seguito tenendosi a distanza) a salire sulle mura della città per ammirarne le fondamenta… A questo punto il testo si interrompe bruscamente, perché la tavoletta 313.c purtroppo è spezzata in basso a sinistra. (2)

(*) Berlumesc fondatore della lingua orzoweiana classica?

(1) Atti dell’Assemblea di Primavera dei Soci Fondatori, tenuta nella soffitta della sede distaccata, di New Bedford, della Pierpont Morgan Library, il 1 marzo 1944.
(2) Un Gilgameš a Orzowei?, Nota del Socio Silver S. Spikspan, presentata dal Socio C. Pancalakaprakampa, nella seduta del 28 febbraio 1954. Estratto dal vol. I, 1° sem., fasc. 1, dei "Rendiconti della Accademia degli Orzoweiani".

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martedì 11 maggio 2010

no free dogs (errata vision)

Posto questo frammento della Coscienza di Zeno di Svevo, come prova che in piena età moderna Svevo era già oltre il post-moderno:

E il dottore registrava. Diceva: «Abbiamo avuto questo, abbiamo avuto quello». In verità, noi non avevamo piú che dei segni grafici, degli scheletri d'immagini.
Fui indotto a credere che si trattasse di una rievocazione della mia infanzia perché la prima delle immagini mi pose in un'epoca relativamente recente di cui avevo conservato anche prima un pallido ricordo ch'essa parve confermare. C'è stato un anno nella mia vita in cui io andavo a scuola e mio fratello non ancora. E pareva fosse appartenuta a quell'anno l'ora che rievocai. Io mi vidi uscire dalla mia villa una mattina soleggiata di primavera, passare per il nostro giardino per scendere in città, giú, giú, tenuto per mano da una nostra vecchia fantesca, Catina. Mio fratello nella scena che sognai non appariva, ma ne era l'eroe. Io lo sentivo in casa libero e felice mentre io andavo a scuola. Vi andavo coi singhiozzi nella gola, il passo riluttante e, nell'animo, un intenso rancore. Io non vidi che una di quelle passeggiate alla scuola, ma il rancore nel mio animo mi diceva che ogni giorno io andavo a scuola ed ogni giorno mio fratello restava a casa. All'infinito, mentre in verità credo che, dopo non lungo tempo, mio fratello piú giovine di me di un anno solo, sia andato a scuola anche lui. Ma allora la verità del sogno mi parve indiscutibile: io ero condannato ad andare sempre a scuola mentre mio fratello aveva il permesso di restare a casa. Camminando a canto a Catina calcolavo la durata della tortura: fino a mezzodí! Mentre lui è a casa! E ricordavo anche che nei giorni precedenti dovevo essere stato turbato a scuola da minaccie e rampogne e che io avevo pensato anche allora: a lui non possono toccare. Era stata una visione di un'evidenza enorme. Catina che io avevo conosciuta piccola, m'era parsa grande, certamente perché io ero tanto piccolo. Vecchissima m'era sembrata anche allora, ma si sa che i giovanissimi vedono sempre vecchi gli anziani. E sulla via che io dovevo percorrere per andare a scuola, scorsi anche i colonnini strani che arginavano in quel tempo i marciapiedi della nostra città. Vero è che io nacqui abbastanza presto per vedere ancora da adulto quei colonnini nelle nostre vie centriche. Ma nella via che io con Catina quel giorno percorsi, non ci furono piú non appena io uscii dall'infanzia.
La fede nell'autenticità di quelle immagini perdurò nel mio animo anche quando, presto, stimolata da quel sogno, la mia fredda memoria scoperse altri particolari di quell'epoca. Il principale: anche mio fratello invidiava me perché io andavo a scuola. Ero sicuro d'essermene avvisto, ma non subito ciò bastò ad infirmare la verità del sogno. Piú tardi gli tolse ogni aspetto di verità: la gelosia in realtà c'era stata, ma nel sogno era stata spostata.
La seconda visione mi riportò anch'essa ad un'epoca recente, benché anteriore di molto a quella della prima: una stanza della mia villa, ma non so quale, perché piú vasta di qualunque altra che vi è realmente. È strano che io mi vedevo chiuso in quella stanza e che subito ne seppi un particolare che dalla semplice visione non poteva essere risultato: la stanza era lontana dal posto ove allora soggiornavano mia madre e Catina.
Ed un secondo: io ancora non sono stato a scuola.
La stanza era tutta bianca ed anzi io non vidi giammai una stanza tanto bianca né tanto completamente illuminata dal sole. Il sole di allora passava traverso le pareti? Esso era certamente già alto, ma io mi trovavo tuttavia nel mio letto con in mano una tazza da cui avevo sorbito tutto il caffelatte e nella quale continuavo a lavorare con un cucchiaino traendone lo zucchero. Ad un certo punto il cucchiaio non arrivò piú a raccoglierne altro ed allora io tentai di arrivare al fondo della tazza con la mia lingua. Ma non vi riuscii. Perciò finii col tenere la tazza in una mano e il cucchiaio nell'altra e stetti a guardare mio fratello coricato nel letto accanto al mio come, tardivo, stava ancora sorbendo il caffè col naso nella tazza. Quando levò finalmente la faccia, io la vidi tutta come si contrasse ai raggi del sole che la colpirono in pieno mentre la mia (Dio ne sa il perché) si trovava nell'ombra. Il suo viso era pallido ed un poco imbruttito da un lieve prognatismo. Mi disse:
- Mi presti il tuo cucchiaio?
Allora appena m'avvidi che Catina aveva dimenticato di portargli il cucchiaio. Subito e senz'alcuna esitazione gli risposi:
- Sí! Se mi dài in compenso un poco del tuo zucchero.
Tenni in alto il cucchiaio per farne rilevare il valore. Ma subito la voce di Catina risuonò nella stanza:
- Vergogna! Strozzino!
Lo spavento e la vergogna mi fecero ripiombare nel presente. Avrei voluto discutere con Catina, ma lei, mio fratello ed io, come ero fatto allora, piccolo, innocente e strozzino, sparimmo ripiombando nell'abisso.
Rimpiansi di aver sentita tanto forte quella vergogna da aver distrutta l'immagine cui ero arrivato con tanta fatica. Avrei fatto tanto bene di offrire invece mitemente e gratis il cucchiaino e non discutere quella mia mala azione ch'era probabilmente la prima che avessi commessa. Forse Catina avrebbe invocato l'ausilio di mia madre per infliggermi una punizione ed io finalmente l'avrei rivista.


La coscienza futura sarà come la coda del cane... o di un opossum :)
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lunedì 10 maggio 2010

CEIsAAA, VII

In numerose lettere provenienti dall’archivio di Favbrillhà, soprattutto dell’ambito della corrispondenza interna, si ritrovano al termine della tavoletta dei post scripta, separati dalla lettera principale da due linee orizzontali ben evidenziate.
Il Socio C. Pancalakaprakampa ha chiaramente dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che questo tipo particolare di corrispondenza si svolge fra scribi di palazzo, ma purtroppo questo mondo non è un mondo perfetto, e il professor Pio de Pio ha sostenuto con un’energia inversamente proporzionale alla sua intelligenza che tale corrispondenza privatizia “potrebbe non essere da attribuire a scribi di palazzo bensì a personaggi della nobiltà locale, proprietari di fondi e feudi” (1), riscuotendo un immeritato ma largo credito nella stampa più popolare (quella a fumetti), tanto che il Socio C. Pancalakaprakampa ha definito l'interpretazione del de Pio una "idea completamente sbagliata e tuttavia largamente diffusa".
Si tratta per lo più di saluti, rivolti dallo scriba del mittente allo scriba dell’altra cancelleria; talvolta però da questi post scripta si possono ricavare notizie utili sulle altre funzioni attribuite agli scribi, oltre a notizie sull’ordinamento interno della categoria, grazie ad una attenta disamina del formulario ivi contenuto. Con riferimento al primo caso ci sembrano degni di attenzione due post scripta provenienti dall’archivio di Favbrillhà, che mostrano come probabilmente gli scribi potessero avere accesso all’amministrazione del Palazzo di Favbrillhà:

Così parla Ululì,
A Uzzubombo, mio caro cugino, dì!
Fino a te possa essere tutto in ordine.
Gli dèi possano proteggere la tua buona salute.
Ehm, Ululà mi ha promesso un bue.
Ora, il mio caro cugino lo tiene legato lì.
Lascialo uscire.
Mandamelo.
Possano gli dèi avere pietà di te.

E il secondo post scripta, sempre indirizzato a Uzzubombo, lo scriba più importante del luogo che risulta avere anche una residenza a Favbrillhà (con vista panoramica sull’acropoli templare), recita così:

Così parla Ululà,
A Uzzubombo, mio caro cugino, dì!
Mandami quel bue che mi hai promesso.
Che l’ho promesso a quel rompitavolette di Ululì (per un debito a conchino).
Lascialo uscire!
Mandamelo!
E non scrivere più che c’hai fatto il lesso!
Che se dovessi acclarare che il bue è andato dal Grande Nonno nel campo di segale... (?)
allora che gli dèi possano avere pietà di te.

Come possiamo facilmente arguire, in questo caso, Uzzubombo ha la possibilità di inviare i doni sia promessi da lui stesso, che da un suo superiore, Ululà. Doni che almeno in un caso ha abilmente sottratto al legittimo destinario con una misteriosa trasformazione alchemica.
Fuori dubbio che gli scribi avessero funzioni più importanti del banale leggere e del triviale scrivere, essi erano: auguri; addestratori di piccioni viaggiatori; maestri nelle arti metallurgiche, già ai tempi del funzionario di palazzo Karciuphinu e del vecchio sovrano Shuppipandira'hinukhaliya; esperti conoscitori di ignote procedure alchemiche nella trasformazione di metalli ferrosi in oro. In effetti, la parola orzoweiana UzzU significa con qualche approssimazione "bue”, ma con l’aggiunta del suffisso -bo si legge, a seconda del contesto della frase, “lesso” o “oro” o “tangente”. Volendo fare un po’ di gossip si potrebbe tradurre il nome dello scriba Uzzubombo in “vecchio bue che defeca oro”.
Anche fra scribi esisteva disparità di rango e parità, sia dovuta alla loro posizione all’interno della scuola scribale sia a motivi di anzianità, Uzzubombo era uno dei più vecchi scribi del periodo in esame, infatti è apostrofato con l’epiteto di cugino. L’uso di epiteti familiari (pischello, zio, cugino) è teoricamente frequente all’interno del formulario di saluto nell’archivio di Favbrillhà, ma “cugino” è l’unico che si ritrova effettivamente, almeno nei post scripta dell’archivio di Favbrillhà. (2)

(1) Atti dell’Assemblea di Primavera dei Soci Fondatori, tenuta nella soffitta della sede distaccata, di Pontito (Pescia), della Pierpont Morgan Library, il 1 marzo 1948.
(2) Post scripta, Nota del prof. O.K. Allright, presentata dal Socio Silver S. Spikspan, nella seduta del 10 maggio 1954. Estratto dal vol. I, 1° sem., fasc. 3, dei "Rendiconti della Accademia degli Orzoweiani".
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venerdì 7 maggio 2010

errata vision

Ieri: Berlusconi: chi vota a sinistra è un coglione.

Oggi: Scajola: appartamento con vista su grazioso rudere romano di 180 mq (l'appartamento, non il rudere romano), comprato a poco più di 3000 Euro al mq. Io ci (gli) credo al povero ex ministro, che mica la vista era sulla casa di Totti, che altrimenti il povero ministro, ex, ne avrebbe spesi e volentieri il doppio.

Commento a un commento ai PS (n. 9)

Uscite dalla fanga et io farò di voi un'Armata ardita

Esiste una patologia che fa sì che allo specchio si veda un mostro? Be' intanto con questo post continuo una serie di post dedicati al commento di una serie di note poste a commento a una vecchia edizione dei Promessi Sposi (PS). Il libro, comprato nel lontano 1997 è una ristampa di una vecchia edizione, commentata quasi virgola per virgola da un petulante e anonimo commentatore, probabilmente vivente e operante nella prima metà del secolo scorso.
Come dire, un modo come un altro per (a) consumare la vista: i caratteri che compongono le note di commento sono assai minuti; (b) rileggere i PS; (c) capire perché professori di scuola superiore invitano alla compera di PS che costano una sassata perché contengono almeno 10.000 note.

Piccola legenda alla lettura dei post:
[…] testo dei PS […]
(x) commento dell’anonimo commentatore

Da dove si continua? Ovvio, dalla terza nota del capitolo XI, cioè dal soliloquio di don Rodrigo.

[...] In quanto ai sospetti, - pensava, - me ne rido. Vorrei un po’ sapere chi sarà quel voglioso che venga quassù a veder se c’è o non c’è una ragazza. Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto. Venga il frate, venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia? Poh la giustizia! Il podestà non è un ragazzo, né un matto. E a Milano? Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? (3) Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno. Via, via, niente paura [...]

(3) Chi gli darebbe retta? Non è una sgrammaticatura (come afferma il Rigutini), ma ha esempi anche classici ed è dell’uso (nessuno direbbe in Toscana chi loro darebbe retta). Gli è stata sempre forma comune per il singolare e per il plurale, per il maschile e per il femminile; e le maestre farebbero bene a essere un po’ più indulgenti, su questo punto, coi poveri ragazzetti di terza elementare.

Manzoni scriveva in italiano, anzi in toscano, forse in fiorentino, infatti, Renzo che vive da qualche parte nei pressi del lago di Como ciarla liberamente con mezzo mondo, e con genti di città e con genti di campagna e tutte le terre porgono orecchio e, soprattutto, lo capiscono, anche gli asini e i maiali lo capiscono (e viceversa), e se farfuglia fra i denti una frase con i puntini di sospensione l'oste della malora fa subito sì con la testa, e non solo ma Renzo chiama tutti buoni figliuoli; un po’ come succede in Star Trek (dove anche l'alieno di forma e sostanza di un sasso con il muschio sopra è un bravo figliuolo, infatti, comunica con Spock e prima o poi farà piangere il Capitano per qualcosa o per qualcuno o per qualcosa che ha perso qualcuno da qualche parte, benedetti 'sti alieni distratti), però Manzoni era nato a Milano, mentre dell’anonimo commentatore (ac) che incombe, narcisticamente parlando, sul povero Manzoni come un pipistrello spelacchiato priapescamente ossessionato dalla grammatica anche quando fa il superiore e il lascivo, non conosciamo né data né luogo di nascita. Noi avanziamo una peregrina teoria, cioè che dietro ac ci sia il nostro buon figliuolo Omero Redi (quello delle pìstole al buon lucertolo, il Vamba).
Sempre così refrattario a declinare indirizzo e mostrare carta d'identità e codice fiscale, tanto da inventarsi un nome Ermenegildo, un cognome, Pistelli, e una professione, il prete, palesemente e spudoratamente falsi, l'Omero Redi è stato a suo tempo elogiato da Tullio De Mauro in Parlare italiano (Laterza, 1972): “dietro l’apparenza umoristica vi troviamo analisi esemplari della condizione dell’insegnamento e proposte, ancora oggi positive o addirittura d’avanguardia, per una educazione libera, critica, non autoritaria” (pag. 395).
Ecco subito un esempio di proposta positiva o addirittura d'avanguardia per una educazione libera, critica, non autoritaria e che svela l'identità del nostro anonimo commentatore (nac): “mentre dei professori ce n’è tanti che fuori di scuola parlano come me e come te, che nessuno di noi direbbe mai come una professoressa e io dissi loro, ma si dice gli dissi maschio e femmina singolare e plurale, anzi io, come ti sarai accorto, anche quando scrivo scrivo sempre gli dissi…” (Pìstola LV), e conclude: “…professoresse io non ne ho avute mai, e in fondo son contento che sia così perché a me mi pare che per un omo sia sempre un po’ di vergogna farsi insegnare qualcosa da una donna, fuorché dalla mamma”. Ancora, quando l'Omero, accompagnato dal prete, che gli sta sempre alle costole (che poi è sempre lui), assiste a una conferenza sui “Principii fondamentali della pedagogia scientifica”, ancora prima di mettersi a sedere già prende per il culo l’aspetto fisico del povero conferenziere: “era uno spilungone con gli occhiali e aveva un palandrone nero che il suo corpo striminzito ci nuotava dentro e quando si presentò in mano aveva una gran tuba che a tempo del re Pipino sarà stata nuova” (Pìstola LVI). Seduto, ben presto s'addormenta, cullato dalla “vocetta agra in falsetto che pareva quando arrotano i denti a una sega” del conferenziere. Al risveglio l'Omero non ricorda nulla della conferenza e non può fare una sintesi all’amico lucertolo, che ha la bava alla bocca perché ha un Giornalino che morde il freno in tipografia, ed è sempre assetato di notizie e di gossip; cioè una cosa Omero la ricorda: una riflessione del segaiolo stringaforme sulla triste situazione dell’edilizia scolastica di quei tempi là, con la sentita speranza che tutte le scuole del regno - allora non era un modo di dire - avrebbero dovuto avere (o sul davanti o sul didietro) un fiocco rosso e un bel giardino verde verdino, con tanti alberi da ombra, sempreverdi - dicesi sempreverdi tutte quelle piante che, contrariamente alle caducifoglie, non lasciano cadere le foglie durante la stagione avversa. Sono normalmente legnose (alberi, arbusti, cespugli); la caduta fogliare ed il conseguente rinnovo, avvengono gradualmente, di norma durante la formazione delle gemme. Le foglie possono persistere funzionali sulla pianta per più anni. Sono comuni, spesso prevalenti, nei climi tropicali umidi oppure nei climi freddi, dove, per motivi opposti, la persistenza delle foglie non mette in pericolo la sopravvivenza della pianta (Wikipedia) - e fin qui anche l'Omero è d’accordo, sia con il conferenziere nastriforme che con la citazione da Wikipedia, ma i giardini non sono lì per bellezza, con quel che costa il suolo urbano soprattutto con vista su rudere romano, perché ogni cinquanta minuti di lezione, i giardini verdolini, avrebbero accolto gli alunni bianchi, verdi, rossi e gialli “a prendere aria”, così che, con la mente svagata, sarebbero stati attenti alla lezione successiva del maestro o professore. E Omero ride, come rideva Franti. Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Da orecchia a orecchia ride l'Omero con la faccia nascosta sull'omero e se ne vanta con lucertolo, che mica è Franti (povero Franti espulso da tutte le scuole del regno); ride l'Omero malvagio, pensando agli urli di gallina stretta all’uscio del direttore scolastico, tutte le mattine feriali del mondo, per fare entrare gli alunni nelle classi, ride pensando all’impossibilità dei maestri o professori di fare lezione il primo giorno di scuola dopo le vacanze di Natale di Pasqua o il lunedì, insomma ride.

Omero aveva ragione? E io che ne so... Ma mi pare a me di aver provato, a sufficienza, che ac è Omero Redi, ma da quella nota di ac del capitolo XI possiamo ancora macinare farina.

L’usanza di tanti maestri di raccogliere temi e componimenti e giustificazioni di forche fatte dagli scolari, così come le collezioni di francobolli da parte di giudici e avvocati, risale probabilmente al tempo del codice di Hammurabi, ma per macinare la farina non serve spingersi fin là, ché basta arrivare all'anno 1918, in Italia, con ben due citazioni. La prima citazione è presa dalle Pìstole di Omero:

“Tra i documenti che in tanti anni ha messo assieme il mio professore, ce n’è uno così buffo che gli ho domandato di poterlo pubblicare. Un caro bambino di terza elementare – che ora è un bravo ingegnere ed è stato anche un valoroso ufficiale nella nostra guerra, che si chiamava Cecchino e il mio professore lo chiama ancora così – una mattina riuscì a imbrogliare la donna di servizio che l’accompagnava e invece di andare a scuola andò dalla nonna, e le diede a intendere che quel giorno era vacanza. Come rimediarla la mattina dopo? Scrisse da sé una scusa, a nome della mamma, e la portò al maestro. Ve la copio tal quale, perché è un piccolo capolavoro:

Caro signor maestro,
Lei deve sapere che il mio bambino ieri non venne a scuola perché aveva mangiato troppe ciliege coi noccioli e io gli feci prendere un purgante e lo feci stare a letto. Il purgante era molto cattivo ma la mamma mi promise di portarmi a prendere un gelato, e allora lo bevvi tutto d’un fiato e mi ha fatto l’effetto benone. Dunque scusi e mi creda la sua
affezionata serva M. P.

Vi potete immaginare quel che accadde. Il maestro sulle prime voleva star serio ma non gli riusciva. Mandò a chiamare il Direttore, che era molto severo, e gli dette la lettera. Quello la lesse, tentò di fare un predicozzo, ma sul più bello gli venne da ridere e dovè scappare. Gli altri ragazzi fecero una baldoria che non vi saprei descrivere […] il peggio fu che da quel giorno i compagni ogni mattina quando arrivava gli andavano incontro a domandargli: - Cecchino, come sta l’affezionata serva? – E lui ci piangeva di rabbia”. (Pìstola LXII).

E la seconda citazione è una lettera scritta dalla vedova di un soldato fucilato nella guerra del 1915-1918, lettera allegata agli atti processuali, rimasta senza risposta.

"29 gennaio 1918
Eccellenza,
Sono due mesi, daché il mio consorte U.C., soldato del 39° reggimento fanteria, è stato fucilato, ed io fino ad oggi era ignara di tutto; però se egli ha meritata tale pena, perché ha tradito la Patria, allora io mi rassegno a tutto ciò che hanno fatto i suoi superiori, i quali non agiscono né sbadatamente e né per vendetta; ma se poi è stato per mero errore o per false denunzie, allora mi permetto di pregare la S.V. perché assuma tutte le informazioni possibili e si ricordi che sono vedova con un figlio e sono digiuna nel vero senso della parola. Attendo riscontro e La saluto
Dev.ssima Serva A.C
." (1)

Le due giustificazioni hanno molte cose in comune, entrambe sono state scritte non dal soggetto ma da qualcuno che ha cercato di esprimere concetti virtuosi stando immerso fino al collo in un mare di merda. In un tempo quando i gamberottoli di buona famiglia borghese si vergognavano quasi come figli di emigrante o di spazzacamino di avere uno zio imboscato o traditore, piuttosto orgogliosi di avere un parente in marina e uno appostato sui tetti a sparare ai passanti, e prendevano in giro i figli della povera gente almeno due volte al giorno (noi fortunati che viviamo in un presente democratico e radioso, ecc. ecc.), tentare di scrivere una giustificazione su qualcosa che non era possibile giustificare era un'impresa degna del Barone di Münchausen, ché a quei tempi là i figli della gente comune erano come gente perduta sulla terra, e guai a chi veniva scambiato per uno di loro.

Allora esiste o non esiste una patologia che fa sì che allo specchio si veda un mostro? Probabilmente sì, di sicuro di tale patologia non ne doveva soffrire il buon Omero né ne soffre il nostro amato Silvio (nas).

(1) Tullio De Mauro, Parlare italiano, pag. 626 (Laterza, 1972)
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