domenica 29 novembre 2009

Anabasi di una frase (parte III)

Ladies and Gentlemen, questo è il post di mezzo, chiave di volta, soglia di passaggio, volendo anche il ponte dell’asino, della serie dei post dedicati alla scoperta del significato di una frase misteriosa, copiata da un romanzo di Verne (*), cercherò di capire, e nei limiti del possibile, spiegare cosa ho capito dell’essere citato nella frase colorata in azzurro, e le due cose accadranno in sincronia perfetta, grazie appunto alla sincronicità (così definita da C.G. Jung dopo che cadendo malamente si era rotto un osso di una gamba e fu colpito temporanemente da glossolalia): le dita battono sulla tastiera, la mente s’intrattiene piacevolmente con uno straniero misterioso.

Le oloturie sono piante, animali, virus, batteri o ciottoli levigati dalla corrente di un torrente montano? Questo è il nocciolo del post.

Sicuramente non sono sassi, ma organismi viventi, perché una tradizione culinaria millenaria proibisce, anche al refrattario alle usanze terrestri e tetragono capitano & ingegner Nemo, di cibarsi di sassi.

Gli organismi viventi si ordinano seguendo una struttura gerarchica di classificazione, elaborata, limata e messa a punto nel corso degli ultimi due secoli dalla comunità scientifica (nell’immagine vedi due esemplari di membri della comunità scientifica), tuttavia il contributo decisivo nel metodo d’ordinamento adoperato si deve ad Aristotele, filosofo greco vissuto più di duemila anni fa. Il metodo aristotelico si basa sulle scelte binarie, vale a dire esistono solo due scelte, due scatole, non esiste una terza scatola. Ad esempio, codesto insetto sulla parete, o possiede le ali o non le possiede. Non le possiede. Bene, o ha sei zampe o ne ha otto. Ne ha otto. Se ne possiede otto non è un insetto, è un ragno… o un gambero, ma sicuramente non è un insetto. E che ci fa un gambero sul muro? Allora è un ragno. Impossibile, è troppo grosso per essere un ragno toscano. Be’, allora non può che essere un gambero mediterraneo, o comunque un crostaceo, perché, come ha detto Sherlock Holmes, eliminato l'impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero. Elementare Watson. Questa frase Holmes nei romanzi non l’ha mai pronunciata, solo nei films, Holmes la ripete ossessivamente, come fosse un mantra nipponico. Semanticamente citando, una pellicola cinematografica ha pari dignità e testimonianza di un testo, e poi i gialli sono stati scritti dal dottor Watson, che non voleva certo essere ricordato dai posteri come l’anello debole e il grullo della coppia. La forza di una catena è data dal suo anello più debole. E questa è la teoria darwiniana dell’evoluzione delle specie, in sintesi.
E via via, dividendo il creato, binariamente parlando, con il metodo aristotelico-holmesiano, potremmo insegnare ad un robot a muoversi e interagire nello spazio antropizzato, così che sarà in grado di porre in essere opposte strategie, se collocato in spazi umani dissimili, ad esempio, l’asettica cucina di un appartamento e la sala dei crostacei del museo zoologico cittadino.

Ora, il solito lettore astioso si ricorderà di aver trovato, un giorno, un millepiedi avvoltolato a palla, mentre sciacquettava il lattughino nell’acquaio del tinello, e legandoselo al dito, l’astio non il millepiedi, me lo farà sicuramente pesare. Va be’, torniamo a capo, cioè alla struttura gerarchica di classificazione, perché devo ancora elencare i livelli della struttura. E questi, in ordine crescente d’inclusione di tipologie d’esseri viventi (che nuotano, volano, radicano, strisciano e zampettano), sono: la specie, il genere, la famiglia, l’ordine, la classe, il phylum e il regno.

Se una sera d’autunno umida e piovigginosa mettiamo una oloturia (si trovano nei negozi specializzati in articoli da viaggio e sport estremi) in un vasetto vuoto di marmellata, la ricopriamo di latte e la lasciamo a mollo tutta la notte, la mattina di poi siatene certi e convinti che non troverete né lo yogurt né il kefir, né tanto meno la birra, ne consegue ed è lampante, non solo per il mite muratorino ma anche per il duro Stardi, che l’oloturia non è un lievito, inoltre nessuna cellula dell’oloturia è in grado di sintetizzare la clorofilla, e quindi non è neppure un particolare tipo di batterio. Adesso affermiamo che non è un batterio in generale e si fa prima, e neanche un virus, questa strana creatura che tuttalpiù è ospite del batterio malato, e ne condiziona il comportamento, così nei cani infetti e si chiama rabbia, così nei fanatici umani e si chiama “eccesso di zelo religioso”. Infine, le cellule dell’oloturia sono separate dall’ambiente da una membrana che consente il passaggio selettivo di sostanze: non sono cellule vegetali. Può un organismo composto di cellule animali (ricordate Aristotele?) essere un vegetale?, sì ma è roba da Fisiologo, come la pecora con il vello d'erba. Basta così, l’oloturia è un animale pluricellulare, e non un vegetale.
Punto e a capo.

Esclusi i vegetali, che stanno lì e non fanno male a nessuno, esclusi anche lieviti, virus e batteri, in materia di grosse bestie, non si può non prendere le mosse dalla fonte tradizionale per eccellenza, quella biblica di Genesi, I. 20-25:

Poi Dio disse: “Producano le acque in abbondanza animali viventi, e volino degli uccelli sopra la terra per l’ampia distesa del cielo”. E Dio creò i grandi animali acquatici e tutti gli esseri viventi che si muovono, i quali le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie, ed ogni volatile secondo la sua specie. E Dio vide che questo era buono. E Dio li benedisse, dicendo: “Crescete, moltiplicate, ed empite le acque dei mari, e moltiplichino gli uccelli sulla terra”. Così fu sera, poi fu mattina: e fu il quinto giorno. Poi Dio disse: “Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie”. E così fu. E Dio fece gli animali selvatici della terra, secondo la loro specie, il bestiame secondo le sue specie, e tutti i rettili della terra, secondo le loro specie. E Dio vide che questo era buono.

Orsù, riprendiamo il metodo aristotelico e chiediamo alla nostra oloturia, dopo averla tolta dal barattolo di marmellata, possiedi o non possiedi le ali per volare? Non ho testa né occhi per guardarti, né orecchie per ascoltare la tua domanda e neppure un apparato vocale adatto per poterti rispondere a tono, in ogni caso, anche se sono fatti personali, rispondo che non ho le ali, e prevedendo la tua prossima domanda oziosa, no, neppure le zampe. Ci sarà, a questo punto del post, qualche lettore un po’ malizioso che esclamerà, sei proprio messa male, mia povera e disgraziata oloturia. Eppure, secondo la teoria dell’evoluzione delle specie anche noi un giorno avevamo forma e stile di vita simili alle attuali oloturie, miti e pacifici strisciavamo sul fondo degli abissi del mare, suzzandone il fango, poveri e nudi, felicemente all’oscuro della superbia degli ingrati eredi.

Secondo il dettato biblico l’oloturia sarebbe un pesce, e correggendo leggermente il tiro si può ipotizzare che un pesce non è ma sicuramente appartiene al phylum degli Echinodermi. Ho saltato qualche passaggio nella dimostrazione. Comunque, gli echinodermi sono animali esclusivamente marini e vivono sui fondali, sono dotati di un endoscheletro calcareo, e sono generalmente ricoperti da protuberanze e aculei. Nel caso particolare, la forma delle oloturie è cilindrica, a barilotto. In condizioni di forte stress ambientale gli echinodermi si autorompono, per esempio espellendo i visceri, rompendo le parti distali del corpo, per esempio le braccia nelle stelle di mare. L’animale tuttavia non muore, mi spezzo ma non mi piego è il motto dell'echinoderma, a meno che non espella i gangli cerebrali, che tutto gli ricresce, felicemente come la coda alla lucertola, meno i gangli. A noi esseri umani, con antenati in comune con il phylum degli Echinodermi, sono rimasti solo i modi di dire, le frasi fatte, basta mi sono rotto, mi spezzo ma non mi piego, ecc.

L’oloturia è comunemente detta cetriolo di mare, e da qui forse per analogia, la conserva di oloturie del cuoco del Nautilus, perché Nemo sente sempre un’imperiosa necessità di imitare pietanze e ricette della terra ferma. Questi cetrioli però aborrono il sole almeno quanto i Testimoni di Geova aborrono la barba, hanno una vita essenzialmente notturna, i cetrioli non i Testimoni che sono attivi essenzialmente la domenica, sono cetriolini by night :) e pare tendenzialmente velenosi, infatti, le abbronzate genti del Pacifico usano fare a pezzi i cetrioli di mare e spremerne il succo nelle pozze delle scogliere per stordire i pesci.
E se così fanno le genti del Pacifico, lo faranno anche i malesi, forse.

Alla prossima puntata per studiare la connessione fra la conserva di oloturie del capitano e i malesi.

(*) Assaggiate tutti questi cibi; ecco una conserva di oloturie che un malese direbbe senza rivali al mondo; ecco una crema di latte fornito dalla mammella dei cetacei, e lo zucchero dai grandi fuchi del mare del Nord, e infine permettetemi di offrirvi marmellata di anemoni che sono migliori dei frutti più saporiti.
J. Verne, Ventimila leghe sotto i mari



venerdì 27 novembre 2009

Breve ma veridica storia delle religioni

La saggezza dei soffitti è infinita, Se sei un soffitto saggio, dammi un'idea, Continua a guardarmi, a volte se ne cava qualcosa.
J. Saramago, Tutti i nomi


Immaginate un dio ludico, che gioca tutto il tempo con le sue creature, con la palla, con la corda, con il gioco del riporto, insegna comandi di obbedienza, siedi, terra, ecc. inventa pure giochi di intelligenza, e le creature scoprono il fuoco, la ruota, l'assegno postdatato, ma poi, poi viene l'estate, il mare e i monti prendono tutta l'attenzione del buon dio, che da buon dio non se la sente di lasciare le creature on the road e le affida alla pensione faraone.
Ovviamente le creature, nella loro limitatezza e finitezza, si sentono abbandonate dal dio, che è solo entrato nella fase oziosa, cioè, evolutivamente parlando, è passato dalla fase autunno-inverno delle prediche logorroiche e dei comandi imperiosi, fai così, scendi di lì, vieni qui, pussa via, e dagli stadi vendicativi e rancorosi, con il fazzoletto pieno di nodi, comunque sempre incombente tra le povere creature, alla fase primavera-estate, smemorato, ozioso e indifferente. E le creature vanno in stress da separazione e solitudine: uggiolano, ululano, raspano a terra, soprattutto scrivono, e alla fine disperati si leccano a vicenda, fino a spellarsi, fino alle piaghe.
E il dio ozioso, a pancia all'aria su una nuvola-amaca, fazzoletto a mo' di bandana in testa (vedi bene che i nodi sono serviti a qualcosa) butta giù uno sguardo distratto alle creature piagate e in guerra e sospira, di nuovo 'ste piaghe d'egitto! Va be', darò la colpa a faraone.

giovedì 26 novembre 2009

Anabasi di una frase (parte II, bis)

Nel rileggere il post precedente mi sono accorto che nella fretta di scrivere, e pubblicare senza rileggere, mi sono lasciato andare nel definire il capitano Nemo un postmoderno consumatore di confetture, e ho sbagliato, questa definizione scappa da tutte le parti e tiene come un maglione “a trippa di gatto”, infatti, avevo precedentemente scritto a proposito del capitano: “Nemo è un pazzo fanatico, igienista ossessivo, permaloso e vendicativo, ma ho dimenticato di aggiungere che è anche un Ingegnere (figura professionale tipicamente ottocentesca). Nemo ha lasciato diploma di laurea e terra ferma per vivere come un pesce nel barile del Nautilus, ma alla sua tavola i coltelli hanno la punta stondata. Coltelli da bollito”. (Il bollito dell'ingegner pesce)

Ora, fermo restando la figura professionale tipicamente borghese e ottocentesca dell’ingegner Nemo (che già questo basterebbe a far saltare il coperchio alla definizione), è la presenza dei coltelli con la punta stondata sulla mensa del capitano che pone in contraddizione insanabile i due post (quello del bollito e il precedente); purtroppo non c’è geco che tenga, devo confessare un mio difetto (sono prevenuto), e preferisco pensare a Nemo come un personaggio dell'Ottocento, tristo figuro morlockiano che sceglie la guerra e le macchine, piuttosto come un eloi svagato, immemore e ballerino sulle ancor fumanti macerie delle magnifiche sorti e progressive dell'età moderna e capitalistica, cioè un postmoderno. I coltelli con la punta stondata stanno al postmoderno come Berlusconi sta alla politica: coltelli a punta tonda e Berlusconi vanno solo con il lesso.

Nel prossimo post cercherò di capire cosa sono le oloturie. Piante, animali o virus?

lunedì 23 novembre 2009

Anabasi di una frase (parte II)

Seconda puntata della serie di post dedicati allo svisceramento di una misteriosa frase tratta da un romanzo di Verne (*).

Ora, rileggendo con più calma la frase (colorata in azzurro), mi sono accorto che il cuoco del capitano Nemo conservava oloturie mentre marmellizzava anemoni (questo succede a chi soffre di quel male che avrà pure un nome, non lo so, ma, tanto per spiegare, è un difetto nella lettura opposto alla dislessia); e questo lo scrivo non tanto per mettere i puntini sulle i o per concludere trionfante il post dichiarando che questo è quanto e che tanto dovevo all’esegesi della frase, visto che sono ancora all’inizio del post, e manco a metà della serie dei post dedicati ecc., ma perché, e questo è importante, una conserva non è necessariamente una marmellata, mentre una marmellata è comunque una conserva (dolce), e andando ancora un po’ più nello specifico devo adesso riferire di quella direttiva europea del 1982 che ci informa che la parola “marmellata” va usata solo per le conserve dolci di agrumi, tutti i restanti frutti, o tutti i frutti esclusi gli agrumi, se conservati con conservanti dolci si devono chiamare “confetture”, e niente più. Già, non esiste sul mercato europeo un singolo barattolo di marmellata di mirtilli, tuttavia esistono milioni di barattoli di confettura di mirtilli.

E' un fatto ormai assodato che il capitano Nemo, vissuto nell'Ottocento, mangiava conserve di oloturie e spalmava su qualche surrogato del pane marmellate di anemoni.

Ma cos’è una conserva? Una conserva è una procedura messa in opera per conservare un alimento fresco e poterlo così mangiare quando la stagione è andata, cioè fuori stagione. Adesso a voler fare il tarlo pignolo dovrei domandare al cuoco del capitano Nemo ma esistono le stagioni in fondo al mare? Ovviamente no, c'è da sospettare che il capitano Nemo sia, sociologicamente parlando, un postmoderno consumatore di alimenti, infatti, noi postmoderni, consumiamo confetture marmellate e conserve a prescindere della stagione. In fondo, evangelicamente citando, nessuno è profeta in patria (Matteo XIII. 57, Marco VI. 4, Luca IV. 24), con quel che segue di diaspore e lingue blateranti e torri di babele.
E che cosa conservano gli esseri umani? Un po’ tutto, ortaggi, frutta, pesci, carne e molluschi, ma anche cadaveri, interi o frammenti di cadaveri; ad esempio la procedura della mummificazione nell’antico Egitto, originata forse dall’osservazione di mummificazioni naturali di animali nella sabbia del deserto, ha generato un numero imprecisato di mummie, che sono conserve non alimentari (e non marmellate, ché la direttiva potrebbe essere retroattiva). Per la parte storica del post ricordo che nell’Ottocento, in Egitto, facevano andare i treni a vapore bruciando le mummie egizie a tutta randa. Purtroppo non le hanno bruciate tutte e quindi il nostro Giacobbo settimanalmente ce ne mostra una, fresca fresca scavata da Zaki Hawass.

La prima conserva alimentare che mi viene in mente è la mai abbastanza esaltata conserva di pomodori. Per conservare i pomodori, sulla terra ferma, è usato il sale, forse il cuoco di Nemo avrà usato il sale marino per conservare le oloturie.

Al prossimo post per capire cosa sono le oloturie. Piante, animali o virus?

(*) Assaggiate tutti questi cibi; ecco una conserva di oloturie che un malese direbbe senza rivali al mondo; ecco una crema di latte fornito dalla mammella dei cetacei, e lo zucchero dai grandi fuchi del mare del Nord, e infine permettetemi di offrirvi marmellata di anemoni che sono migliori dei frutti più saporiti.
J. Verne, Ventimila leghe sotto i mari




mercoledì 18 novembre 2009

Anabasi di una frase (n.1)

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve trono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;
e l’occhio riposato intorno mossi…
Dante, Inferno (Canto IV, 1-4)

Tempo fa, mi ero occupato su questo blog delle Wunderkammern presenti nel cinema e in letteratura, e avevo proposto una personale classificazione, degna, direi senza falsa modestia, di M il mostro di Dusseldorf, ed ero lì, in particolare in questo post, con la testa tutta presa e occupata da fuchi marini pesci che giocano a palla ragni e mosche nel piatto ingegneri pescivendoli fiocineri canterini e ceneri di tabacco, per mettere sotto la lente di ingrandimento del mio occhio anabasilico una strana e oscura frase presente in una citazione da un famoso romanzo di Verne. Riporto interamente la citazione, colorando d'azzurro la misteriosa frase:

Quello che credete sia carne, non è altro che filetto di tartaruga marina; ecco un piatto di fegato di delfino, che prenderete per un umido di maiale. Il mio cuoco è molto abile, eccellente per conservare i vari prodotti dell’Oceano. Assaggiate tutti questi cibi; ecco una conserva di oloturie che un malese direbbe senza rivali al mondo; ecco una crema di latte fornito dalla mammella dei cetacei, e lo zucchero dai grandi fuchi del mare del Nord, e infine permettetemi di offrirvi marmellata di anemoni che sono migliori dei frutti più saporiti.

Ho cercato su Google, ma il mistero per me rimane intatto. Ecco una controprova (45.220 risultati trovati, oggi).
Di qualche mistero prima o poi si arriva alla soluzione; tutti sanno, ad esempio, che la cosa nel film La Cosa di Carpenter, è Kurt Russell; guardatelo come sogghigna amaro e cattivo mentre seduto e affranto, accanto alla pira della base polare, dopo che ha passato la bottiglia di whisky, con un frammento dentro della cosa, all’ultimo disgraziato superstite umano (non a caso un nero, ché nei film di fantascienza sono vittime predestinate), che ha bevuto, ignaro.



Ma perché diavolo un diavolo di malese pagano dovrebbe, per Verne (e il professore-ameba), essere un esperto mondiale in confetture di frutta noi non lo sappiamo ancora.

Con i prossimi post cercheremo di venirne a capo.

martedì 17 novembre 2009

Tra la nebbia dell’io

"La nebbia è il fenomeno meteorologico per il quale una nube si forma a contatto con il suolo. È costituita da goccioline di acqua liquida o cristalli di ghiaccio sospesi in aria. A causa della diffusione della luce solare da parte dell'acqua in sospensione la nebbia si manifesta come un alone biancastro che limita la visibilità degli oggetti". (Wikipedia)

nebbia [...] Offuscamento, di passione, ignoranza, [...] Macchie della cornea trasparenti, sottilissime, superficiali, di color bianco ceruleo, che offuscano la vista [...] (Vocabolario Zingarelli).


E' novembre, un mese febbrile e nebbioso; ed eccoci qua a parlare della nebbia, ché dell'influenza suina se ne parla già abbastanza.

In particolare vorrei evidenziare una connessione che ho trovato tra la nebbia presente in un capitolo del Viaggio dell’elefante di José Saramago e la nebbia presente nel capitolo 15 di Huckleberry Finn di Mark Twain.

L'invisibile soggetto narrante, cioè Saramago, nell’osservare il triste caso del parroco del paesino che credendo di fregare l'elefante maledicendolo con l'acqua marcia di fogna, è da questo gentilmente spintonato giù nel fango della strada, ha perso di vista l’elefante e la scorta, inghiottiti dalla bruma e dalla storia. Una bruma densa come purea, “neppure sfiorando col naso la terra si riuscirebbe a scoprire che qui c’è passata gente”. Ma il soggetto narrante, invece di affrettarsi, si attarda, riflette sul fatto che nessuno a Lisbona ha pensato bene di portarsi dietro due o tre cani. “Un cane è un’assicurazione sulla vita, un fiutatore di piste, una bussola a quattro zampe. Basterebbe dirgli, Cerca, e in meno di cinque minuti ce l’avremmo di ritorno, con la coda scodinzolante e gli occhi brillanti di felicità”.
Sicuramente i compagni della carovana si sono accorti della mancanza dell’assente, un paio di loro si saranno offerti volontari per tornare indietro. Intanto l’autore che se ne stava seduto, in attesa del soccorso umano, ora si è alzato, e ha fatto il primo passo, passo che gli ha causato una serie di angosciose riflessioni, e “senza un cane lì ad asciugargli le lacrime”. Tutto sembra perduto, soprattutto è perduto l’elefante, e quindi è perduta la storia, che non può più andare avanti (quanti romanzi sono finiti nel nulla, a dormire sogni di morte chiusi in un cassetto). L’autore si è seduto a terra, e nel “giro di tre minuti” si è addormentato. “E’ sprofondato nel sonno, e c’è da credere che ancora oggi sarebbe lì a dormire se salomone non avesse emesso, all’improvviso, in qualche parte del nebbione, un barrito assordante…”. Da questa opacità della mente, da questa comatosa stanchezza l'autore viene salvato da un barrito sonoro dell'elefante. Poi saranno tre, i barriti, che consentiranno all’autore di ritrovare l’elefante nella nebbia e proseguire la storia.

Nel capitolo 15 del capolavoro di Mark Twain il soggetto narrante (Huck Finn) è su una barca e perde di vista la zattera con Jim, a causa di un enorme banco di nebbia. Finalmente, dopo molta angoscia e fatica, Huck riesce a ritrovare la zattera, dove Jim, esausto per il gridare e il dolore e il pianto si è addormentato. E Huck gli gioca uno scherzo, gli dice che è stato solo un sogno. Poi si pente e chiede scusa (ad un "essere inferiore"), e cambia la lingua e crea un mondo.

I critici sono concordi nell’attribuire alla nebbia in HF un significato simbolico, di un’opacità della coscienza che impedisce di vedere l’unità tra due individui portati dalla stessa corrente, sulla stessa zattera.
E’ questa opacità dell'io che spinge Huck allo scherzo, perché dai tempi dei sumeri noi "esseri superiori" (basta poco per esserlo, ad esempio essere cittadini italiani... appunto, poco) adoperiamo un linguaggio scherzoso o di scherno con i "diversi", che non osiamo chiamare “esseri inferiori”, ma semplicemente inferiori, lo stesso linguaggio scherzoso lo usiamo con gli animali, ad esempio con i cani o gli elefanti da circo. Un linguaggio scherzoso che si muta in azioni. Non avete mai visto un elefante in equilibrio su una palla, un cane che dà la zampa?
Un linguaggio di scherno che continuerà a mutare in azioni. Avete mai visto un lager, o un mattatoio?
Ma se la nebbia è un sintomo della malattia, è anche la cura della malattia, perché nel perderci ci ritroviamo: smarrendo l'io ritroviamo un noi.
Niente paura, son cose di fantascienza, accadono solo nei film e nei romanzi d'autore.

lunedì 16 novembre 2009

Albanella vola

Dal mio manuale di programmazione (LISP Trek, 2007) voglio citare alcune pagine scritte sulla "nidificazione" in linguaggio LISP. Anche in queste povere pagine ingenue, scritte nell’ormai lontano e mitico dicembre 2006 (ebbene sì, l'ho scritto tutto in un mese), sono contenuti molti miei tic e manie, forse anche una profezia, insomma cose così, molto superficiali, ma le stesse pagine potranno essere lette estraendo un modo di vivere formale, che è sempre più minoritario nel nostro cosiddetto vivere civile.
Mi sto ripetendo?, così è (se vi pare) ;)

A questo mondo ognuno viene alla luce a modo suo. L’erba mette fuori dalla terra per prima cosa il naso, lo allunga verso l’alto e se ne resta così, con quel naso verde e basta: niente orecchie, piedi, becco, solo quel naso verde.
Jordan Radičkov, Noi passerotti


Ogni espressione elaborata dall’interprete LISP dà sempre un risultato, che può essere un valore numerico, una stringa di caratteri oppure il valore nullo (nil), comunque sia l’espressione elaborata restitusce all’ambiente qualcosa. Questa caratteristica ci porta a definire una operazione fondamentale in LISP: la nidificazione, cioè l’operazione di inserimento di una espressione all’interno di un’altra espressione. Perché è una operazione fondamentale? In altri linguaggi di programmazione i dati e le azioni sono separati, ad esempio nel linguaggio Pascal un programma è costituito da due parti: una descrizione delle azioni che devono essere fatte ed una descrizione dei dati che sono modificati da queste azioni. Le azioni sono descritte da istruzioni ed i dati sono descritti da dichiarazioni e definizioni. Così un programma in linguaggio C è costituito da funzioni e da variabili. Una funzione contiene istruzioni che specificano le operazioni da effettuare, mentre le variabili memorizzano i valori usati durante l’esecuzione. Niente di tutto ciò è vero in LISP. In LISP non esiste un campo dati separato dal cielo delle azioni: dati e azioni convivono dentro le parentesi tonde che delimitano l’espressione come uova nel nido.
Abbiamo visto che ogni espressione elaborata dall’interprete LISP restituisce un valore, per scrivere un programma è quindi sufficiente annidare (nidificare) espressioni dentro altre espressioni, utilizzando i valori restituiti. In sintesi questo è lo schema di un gruppo di espressioni LISP:

( ) ( ) ( ) ( )

e questo è un programma LISP:

( ( ) ( ) ( ) )

Eterno ritorno e STOP

Dal mio manuale di programmazione (LISP Trek, 2007) voglio citare alcune pagine scritte sul pensare ricorsivo in linguaggio LISP. Anche in queste povere pagine ingenue, scritte nell’ormai lontano e mitico dicembre 2006, sono contenuti molti miei tic e manie, forse anche una profezia, insomma cose così, molto superficiali, ma le stesse pagine potranno essere lette estraendo un modo di vivere formale, che è sempre più minoritario nel nostro cosiddetto vivere civile.
Mi sto ripetendo?, non mi pare mica :)

E poi si parte e tutto è O.K.
Eugenio Montale, Prima del viaggio, Satura

Il primo itinerario introduce al modo di pensare ricorsivo in LISP. Una funzione ricorsiva è una funzione che chiama sé stessa. Come si individua in un codice sorgente una funzione ricorsiva? Facile, all’interno del codice della funzione da qualche parte deve esistere un’espressione che chiama la funzione stessa. Tutto qui? No, una caratteristica essenziale di una funzione ricorsiva è data dall’esistenza di una condizione di terminazione, il cui scopo consiste nel determinare quando la funzione non deve più essere definita in termini di sé stessa.
Il classico esempio di funzione ricorsiva è quella che calcola il fattoriale di un numero. Questo è indicato con la notazione n! ed è definito come:

n! = 1 se n=0
n! = n x (n - 1)! se n>0
quindi:
n! = 1 x 2 x 3 x ... x n

Visto che per calcolare n! si deve prima calcolare (n-1)! si usa una funzione che invoca sé stessa fino a quando n = 0, così definita:

fatt(n)
se n>0 n*fatt(n-1)
se n=0 1

L'esempio mostra una situazione ideale, cioè il programma termina con n = 0. Ma quando non è presente una condizione di terminazione la funzione chiamerà sé stessa all'infinito, generando un errore nel sistema. In altre parole una funzione ricorsiva non può essere definita esclusivamente in termini di sé stessa, altrimenti darebbe luogo ad una definizione circolare. Quando è utile usare una funzione ricorsiva? Quando ogni chiamata alla funzione rende il problema più semplice da affrontare e se il problema consente di determinare una condizione di terminazione. Nell’esempio fatt(n-1) è più semplice di fatt(n), e la condizione di terminazione è raggiunta con fatt(0). Leggendo con attenzione il listato in basso, vediamo che la funzione fattoriale è chiamata la prima volta (all’interno della funzione principale n!) con un argomento: la variabile numerica intera num (e il compito del programma è di calcolare il fattoriale di num). Lo scopo della variabile n (num), all’interno della funzione fattoriale, è di tenere il conto del numero delle chiamate alla funzione fattoriale. Ad ogni successiva chiamata alla funzione fattoriale (all’interno della stessa) il valore numerico contenuto nella variabile num decresce di un’unità fino ad arrivare a 0. Tutte le espressioni presenti nella funzione fattoriale sono nidificate all’interno della funzione if. Con n = 0 (ecco la condizione di terminazione) la funzione fattoriale termina. Con n maggiore di 0 la funzione fattoriale calcola il prodotto di n per il fattoriale di n-1.

(defun fattoriale ( n )
.(if (= n 0)
..(setq n 1) ; stop!
..(setq n (* n (fattoriale (- n 1))))
.)
)

(defun c:n! ( / num )
.(initget (+ 1 4)) ; 1=non nil, 4=non negativo
.(setq num (getint "\nInserisci un numero intero positivo: "))
.(princ (fattoriale num))
.(princ)
)
;;; eof

Mettendo l’espressione (initget (+ 1 4)) in forma di commento e digitando -1 alla richiesta di input il programma CAD stamperà il seguente messaggio di errore:

Comando: n!
Inserisci un numero intero positivo: -1
Errore irrecuperabile ***
raggiunto il limite della pila interna (simulato)


La chiamata alla funzione fattoriale con argomento -1 dà luogo ad un ciclo ricorsivo infinito, che viene spezzato dal programma CAD. Come test del programma digito questa serie di numeri: 0, 7, 10, 13, 14, 15, 16, 17:

Comando: n!
Inserisci un numero intero positivo: 0
1
Comando: n!
Inserisci un numero intero positivo: 7
5040
Comando: n!
Inserisci un numero intero positivo: 10
3628800
Comando: n!
Inserisci un numero intero positivo: 13
→1932053504
Comando: n!
Inserisci un numero intero positivo: 14
1278945280
Comando: n!
Inserisci un numero intero positivo: 15
2004310016
Comando: n!
Inserisci un numero intero positivo: 16
2004189184
Comando: n!
Inserisci un numero intero positivo: 17
-288522240


Consultando una tavola di fattoriali mi accorgo che il programma dà una risposta errata con n maggiore o uguale a 13 (questo perché il fattoriale di 13 ha superato la dimensione massima consentita ad una variabile intera in CAD). Una soluzione al problema è usare la funzione getreal al posto di getint. La funzione getreal restituisce un numero reale anche quando il numero digitato è un valore intero (per eliminare la parte decimale si userà la funzione fix).

(defun fattoriale ( n )
.(if (= n 0)
..(setq n 1) ; stop!
..(setq n (* n (fattoriale (- n 1))))
.)
)

(defun c:n! ( / num )
.(initget (+ 1 4)) ; 1=non nil, 4=non negativo
.(setq num (getreal "\nInserisci un numero intero positivo: "))
.(princ (fix (fattoriale num)))
.(princ)
)
;;; eof

Comando: N!
Inserisci un numero intero positivo: 13
6.22702e+009

Commenti e stile

Dal mio manuale di programmazione (LISP Trek, 2007) voglio citare alcune pagine scritte sull’uso dei commenti e dello stile in programmazione. Anche in queste povere pagine ingenue, scritte nell’ormai lontano e mitico dicembre 2006, sono contenuti molti miei tic e manie, forse anche una profezia, insomma cose così, molto superficiali, ma le stesse pagine potranno essere lette estraendo un modo di vivere formale, che è sempre più minoritario nel nostro cosiddetto vivere civile.

Commenti

Il Novellino dà l’impressione di un solaio narrativo nel quale si può trovare di tutto, squisitezze e schegge inservibili, una spada di Toledo, una vecchia macchina da scrivere, un fantasma che ha disimparato a parlare, l’ultima salma impagliata di un animale definitivamente scomparso dalla faccia della terra. In ogni caso, questi oggetti estranei e ostili, giustapposti in un luogo appartato, hanno questo in comune, questo documento o testimonianza di un «autore»: sono tutti morti.
Giorgio Manganelli, Introduzione al Novellino.


Un commento è semplicemente una nota che spiega il codice sorgente nei punti salienti. È una buona consuetudine inserire commenti all'interno del codice sorgente dei programmi, e non solo per chi leggerà il codice ma anche per noi stessi, quando ci torneremo sopra, magari dopo un anno, a voler essere ottimisti, o una settimana. Non basta però scrivere i commenti nel codice sorgente; i commenti devono essere anche chiari, sensati ed utili. Sarà una raccomandazione ovvia, ma ho notato nel leggere i codici sorgenti, di programmi scaricati da Internet, che non sempre i commenti presenti sono utili; non lo sono ad esempio i commenti inseriti a pioggia, in modo meccanico, per precisare nomi di variabili in modo insulso, tipo «P sta per PIPPO» o per esternare al lettore i dubbi e le perplessità del programmatore: «ma questa variabile devo passarla per valore?». È inutile e maleducato inserire commenti sull’intelligenza del lettore; è inutile inserire un commento alla fine di un ciclo condizionale per sottolineare la fine dello stesso (inutile si intende se il codice è ben indentato, vedremo poi come in seguito), sempre che il ciclo condizionale non sia più lungo di una schermata video. Se il programma è in corso d’opera inserire commenti nelle parti del codice da perfezionare è fondamentale; in questa fase della vita del programma mettere in forma di commento pezzi del codice come alternative da sperimentare in futuro è molto utile. Però quando il programma eseguirà alla perfezione il compito assegnato ricordatevi di eliminare questi pezzi di codice in forma di commento. Perché la presenza di questi commenti all’interno di codici spacciati per definitivi non solo è illogico ma sa pure di sciatto (ma un programmatore di indole poetica sosterrebbe che questi morti frammenti di codice sorgente sono come un «solaio narrativo» al di sopra delle stanze abitate del programma).
Un commento in LISP inizia con il segno ; tutto ciò che segue questo segno, nella stessa riga, non è letto dall’interprete LISP. È possibile inserire più righe di commento facendo precedere ogni riga dal segno. E alla fine del programma, dopo l’ultima parentesi chiusa, è buona regola scrivere:

;;; End of file

o più semplicemente:

;;; eof

così siamo sicuri che il codice sorgente c’è tutto e non ne abbiamo perso un frammento per strada.

Stile

Premesso che alla base di un codice sorgente leggibile, da occhio umano, c'è una buona implementazione dell’algoritmo, per rendere comprensibile un codice sorgente non basta inserire commenti ma è essenziale indentarlo. Un codice sorgente con una buona indentazione è più leggibile, necessita di meno commenti superflui, e da un punto di vista umano è più funzionale. Infine una corretta indentazione consente di vedere facilmente se manca una parentesi all’appello. All'interprete LISP non interessa come si presenta il codice, per lui i seguenti listati sono uguali:

(defun test (arg / b c)
.(setq a “VG”)
.(setq b “VL”)
.(setq c arg)
.(setq c (* arg 2))
)

(defun test (arg / b c)
......(setq a “VG” b “VL” c arg)
......(setq c (* arg 2))
)

(defun test (arg / b c)(setq a “VG”)(setq b “VL”)(setq c arg)(setq c (* arg 2)))

Ma l'interprete LISP non è un essere umano. Tenuto conto che la difficoltà maggiore nel programmare in LISP sta nel parificare il numero di parentesi e delle virgolette doppie è quasi ovvio arrivare alla conclusione, più o meno per tutti, che una buona indentazione del codice sorgente non è un optional come non lo è la pelliccia per Lupo Alberto.
Il numero degli spazi di indentazione è invece una questione di gusti personali. Tuttavia siccome un programma LISP si sviluppa, o si avviluppa, in molteplici liste annidate, una singola spaziatura prima della parentesi aperta è sufficiente, perché già con due o tre spaziature le espressioni finirebbero fuori della pagina mostrata in video, rendendo faticosa la lettura del codice per i continui interventi del mouse sul cursore orizzontale.

domenica 15 novembre 2009

Per le strade di Manhattan

Siamo in autunno, cala la libido, fa freddo e cadono le foglie, il pozzo freatico della mia immaginazione è quasi a secco. Non mi resta che il trucco delle citazioni e delle connessioni e delle auto-citazioni per tenere in vita questo blog. E in questo mi è d’aiuto la lettura di un arido manuale di programmazione in LISP. Se vi capita di smarrire la strada, di perdervi da qualche parte, ad esempio in un bosco in un tardo pomeriggio d’autunno, ricordatevi di non guardare le cime degli alberi e le nuvole nel cielo per non cadere in un fisiologico esistenzialismo, piuttosto osservate attentamente il terreno, non la sua natura geologica ma la conformazione pedologica, vale a dire il terreno è in pendenza? Se sì, allora siete a cavallo, anche se siete a piedi, che comunque sono il cavallo di San Francesco; ma la vostra strada è attraversata da un drammatico dilemma, da un vero e proprio aut-aut: scendere o salire? Se volete potete tirare a sorte, lanciate in aria una monetina da un centesimo, ce l'avete vero una monetina? (quando ci si perde per boschi si deve sempre avere in tasca una monetina da un centesimo, semmai dimenticate a casa bussola e telefonino).
Testa, ascenderemo fino alla cima del monte. Croce, scenderemo giù fino a valle. Se la sorte deciderà per l’ascensione, allora forza e coraggio, puntare i piedi e salire come capre di montagna, ché quelle di pianura non servono allo scopo; afferrando radici terragne e muschiosi tronchi d’albero, prima o poi sarete sulla vetta, sul crinale di un monte che forse un tempo fu percorso dai nostri più agili antenati ominidi (punto indicato come A), e di lassù, guardando tutt’attorno, giacché vi siete persi in un bosco mediterraneo, senz’altro noterete qualche ondivago pennacchio di fumo che si dipana neghittoso nel terso cielo grigio-azzurro, o febbrili torri elettriche di babele, oppure un pittoresco campanile di una chiesetta fatiscente di campagna. Tracciata mentalmente la strada, che unisce A al pigro pennacchio o al rudere medioevale (punto B), lesti e balzelloni scenderete giù a valle, senza deviare il cammino di un solo centimetro, frenando ogni tanto e riprendendo l’abbrivo della corsa per non rischiare l’inciampo in qualche radice marcita o rimbalzare come una palla di gomma nel muschioso tronco di una quercia, o in un duro castagno. Ma tutta questa fatica e tutto 'sto sudore perso per strada, ora, se ci pensiamo bene, è stato superfluo, inutile e vano, ché in ogni modo scendere a valle si doveva, e allora, la prossima volta, lasciamo la monetina in tasca e rispondiamo al nostro aut-aut che senz’altro sì, noi scenderemo a valle. E che alla fine sì, noi troveremo un sentiero, e lo seguiremo non nel verso che scema ma in quello che declina, oppure finiremo dentro un gelido torrente e ci lasceremo trascinare dalla corrente a valle, come in un tranquillo week-end di paura, ovvero metteremo la suola destra (sinistra se siamo mancini) dello scarponcino infangato, ma di marca, sul materno catrame di una strada provinciale. Tutto bene. Noi seguiremo la strada... ok, ma se la strada è in piano? Niente panico. Ecco che parte in testa un secondo aut-aut: destra o sinistra? Non vi consiglio di seguire inclinazioni politiche o fedi religiose ma di lanciare in aria la monetina. E se questo smarrimento ci afferra come il virus dell’influenza, una notte d’inverno, tra i padiglioni di un grande ospedale? Chi si è smarrito in quel labirinto piano e oscuro ha provato veramente l’incubo e l’angoscia di non arrivare. Eppure nonostante l’angoscia in cuore, esiste sempre un punto B nello spazio, esiste una meta, una persona cara da visitare, perché nessun visitatore si perde la notte tra i padiglioni di un grande ospedale solo per andare a visitare un letto vuoto.
Ma come fare ad arrivare al punto B se la strada è in piano? La domanda mi spinge ad una riflessione filosofica che è anche un’auto-citazione (da LISP Trek, 2007):


La fig. 1 rappresenta in modo schematico un quartiere simile a Manhattan, le cui strade sono tutte ortogonali (con una unica eccezione). Si ipotizza che ogni tratto di strada tra un incrocio e quello successivo, sia in direzione da nord a sud che in direzione da ovest ad est, abbia una lunghezza di 100 metri. L'obiettivo è andare a piedi dall'isolato A (ed in particolare dall'incrocio in basso a destra dell'isolato A) all'isolato B (e in particolare all'incrocio in alto a sinistra dell'isolato B). Se B dista da A x isolati in direzione ovest-est e y isolati in direzione nord-sud, dobbiamo percorrere x+y tratti di strada. Quante alternative abbiamo per spostarci da A a B lungo uno dei percorsi più brevi? Con x = y = 0 restiamo dove siamo. Con x = 0 (a) o y = 0 (b) l'unico percorso più breve è una linea retta da nord a sud (ipotesi a) o da ovest a est (ipotesi b). Rimane da esaminare il caso con x e y maggiori di 0, e il problema non cambia se A e B sono molto vicini, come si vede nella seconda figura.


I percorsi più corti sono solo due: xXy e yYx; non esiste un terzo percorso breve che attraversa sia l'incrocio X sia l'incrocio Y. Se ora ricollochiamo A dove stava in origine si vede che comunque ogni percorso breve che porta a B deve passare o dall’incrocio X o dall’incrocio Y ma non da entrambi. La soluzione sta quindi nel sommare il numero di percorsi brevi che passano dall’incrocio X e il numero di percorsi brevi che attraversano l’incrocio Y. Il numero di percorsi brevi da A a X è lo stesso problema con x e y-1 (a). Il numero di percorsi brevi da A a Y è lo stesso problema con x-1 e y (b). Infatti nel caso della fig. 2 (a) è x = 1, y = 0 e (b) x = 0, y = 1.

; manh.lsp * 17 febbraio 2004
; © 2004 Claudio Piccini
(defun nPercorsi (e c)
(if (or (= e 0)(= c 0))
(setq np 1)
(setq np (+ (nPercorsi e (- c 1))(nPercorsi (- e 1) c))))
)
(defun c:manh ()
(initget (+ 1 4)) ; non nullo, non negativo
(setq e (getint "\nInserire numero isolati in direzione OVEST-EST: "))
(initget (+ 1 4)) ; non nullo, non negativo
(setq c (getint "\nInserire numero isolati in direzione NORD-SUD: "))
(princ (strcat "\nLe alternative sono " (itoa (nPercorsi e c))))
(princ)
)
;;; eof

giovedì 12 novembre 2009

Mattatoio n.5

Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini è il più importante libro, di tutti i tempi, contro la guerra. L’autore era prigioniero a Dresda e fu testimone della sua distruzione.

5 citazioni dal libro (nella traduzione di Luigi Brioschi, U.E. Feltrinelli):

(1) Un tedesco americano di quarta generazione, oggi residente in mezzo agli agi di Cape Cod (dov’è fin troppo schiavo del vizio del fumo), ebbe modo di assistere, molto tempo fa, come soldato di fanteria hors de combat, prigioniero di guerra, al bombardamento di Dresda, in Germania “la Firenze dell’Elba”, e di sopravvivere per narrarne la storia.
Questo è un romanzo scritto un po’ nello stile telegrafico e schizofrenico in uso sul pianeta Tralfamadore, da dove vengono i dischi volanti.
Pace.

(2) …le venne una gran voglia di un crocifisso, e se ne comprò uno in un negozio di regali di Santa Fe durante un viaggio che la famigliola fece nel West al tempo della Grande Crisi. Come tanti altri americani, cercava di costruirsi una vita che avesse un senso con le cose che trovava nei negozi di regali.

(3) Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. E’, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.

(4) Evadere era fuori questione. Fuori della cupola l’atmosfera era satura di cianuro e la Terra si trovava a 713.700.000.000.000.000 chilometri di distanza.

(5) Là fuori non c’era nulla, non c’era alcun genere di traffico. C’era solo un veicolo, un carro abbandonato con due cavalli. Il carro era verde e a forma di bara.
Gli uccelli parlavano.
Un uccello disse a Billy Pilgrim: “Puu-tii-uiit?”

Kurt Vonnegut, unico erede, fratello germano, di Mark Twain.

lunedì 9 novembre 2009

Una nuova Stasi

Ok, un'altra riflessione autunnale. Una piccola cosa, molto divertente.
E' la definizione di Stasi su Wikipedia, che qui riporto aggiornata ad oggi (Wikipedia è opera aperta in continua evoluzione):

Stasi è l'abbreviazione di Ministerium für Staatssicherheit, "Ministero per la Sicurezza di Stato", abbreviato in MfS o popolarmente in Stasi appunto. La Stasi era la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est (DDR). Rimase famosa per avere arruolato numerosi tedeschi dell'Est per il controllo delle attività dei propri concittadini, concedendo loro privilegi speciali (senza fonte).

Il testo scritto in rosso è un avvertimento dei controllori di Wikipedia al compilatore della voce, come dire noi non sappiamo se questi integerrimi ed esemplari cittadini delatori della Germania dell'Est spiavano per avere un privilegio o più semplicemente per amore di Patria. Non è cosa banale, anche fra i dipendenti statali, esistono lavoratori che scordano di lavorare pur di controllare se altri dipendenti lavorano o se invece passano il tempo su Internet a cazzeggiare. E questa opera di spionaggio la fanno per niente in cambio, non solo ma anche andando contro la legge della privacy. Fuorilegge e fannulloni: tanto è forte nei loro cuori l'amore per lo Stato.
C'è da commuoversi (se fosse vero).

domenica 8 novembre 2009

Commento a un commento ai PS (n. 3)

Capitolo terzo dei Promessi Sposi. Renzo, consigliato da Agnese, si decide di rivolgersi all’avvocato, “quel dottore alto, asciutto, pelato, col naso rosso, e una voglia di lampone sulla guancia”, che abita e lavora a Lecco e che tutti chiamano Azzecca-garbugli. Renzo dall’avvocato non ci va a mani vuote, ma con quattro capponi vivi.

[…] Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura. (11) […]

(11) tra compagni di sventura. Può alludere, come molti credono, agli italiani esuli; ma anche agli italiani in generale; e anche agli uomini in generale!.

Questo commento mostra un aspetto stranamente attuale di ac (anonimo commentatore).
Prendiamo, per esempio, il caso del crocefisso esposto nei luoghi pubblici. E’ questo un caso da far accapponare la pelle a un uovo sodo, altro che avvocato Azzecca-garbugli.
La questione è però semplice: c’è chi lo vuole e c’è chi non lo vuole (esposto nei luoghi pubblici).
Il punto è capire quali sono i fini nell'esporre il crocefisso nei luoghi pubblici.
Certo, al tuttologo televisivo non serve ricercare un fine (per inc*** con x o y una causa vale l’altra); eccolo, infatti, mostrare ingrugnito sul bavero della giacca una piccola croce argentea.
E’ necessario l'esposizione del crocefisso per convertire il non credente che lavora in un luogo pubblico? Certo che no. E il non credente che non vuole il crocefisso esposto in ufficio cosa rischia nell'aldilà? Basta chiedere, ad un cattolico osservante, se esiste l’inferno e ti risponderà, sì… ma è vuoto. Ora, se anche Adolf Hitler è costretto a dormire rattrappito sullo zerbino davanti alla porta dell’inferno perché non lo fanno entrare, il non credente che non vuole il crocefisso esposto nei locali pubblici, al massimo della pena sconterà un paio di settimane in purgatorio.
Ma nessun singolo cattolico osservante dirà che l'esposizione del crocefisso in un locale pubblico serve per convertire il non credente, né per sottolineare la potenza della Chiesa (per questo ci sono già chiese e cattedrali pinate d'arte e di oro e d'argento e di pietre preziose in Italia). E non esiste alcuna ingerenza da parte della Chiesa, perché l’Italia è un paese laico; quindi il crocefisso è esposto nei luoghi pubblici per motivi laici e profani, come un simbolo dello Stato, cioè in quanto radice della nostra Storia, e probabilmente anche della nostra Geografia, (ma quel coso che sghignazza in un angolo è il Leviatano?).

Finzioni vs. Illusioni

Vi ho promesso il grande segreto e non vi deluderò.



Questa è la fine della nostra avventura?


Niente ha fine.

Siamo venuti in cerca del segreto dell’immortalità, per diventare dèi, ed eccoci qui, mortali, più umani che mai.


Se non abbiamo trovato l’immortalità almeno abbiamo trovato la realtà.

Abbiamo cominciato in una favola e abbiamo trovato la vita, ma… questa vita è realtà?

No.



E’ un film.


Noi siamo immagini, sogni, fotografie.
Non dobbiamo restare qui, prigionieri!
Romperemo l’illusione.



Questa è magia!


La vita reale ci attende.


The Patsy © 1964 by J. Lewis (immagini)
La montagna sacra © 1973 by A. Jodorowsky
(immagine n.5 e testo)

sabato 7 novembre 2009

Ritornati dalla polvere (n. 3)

Un pomeriggio di un mite ottobre dell’anno 802701. Sulla superficie della Terra sono rimasti solo ragazzi e ragazze, coperti di leggere vesti estive, dipinte con i colori eterni del Pontormo. Vivono giorni gloriosi e felici, nuotano e ballano, giocano e ridono e amoreggiano tutto il dì, e quando viene la notte si nascondono, come bambini che hanno paura del buio, dentro un materno palazzo da millenni in rovina.

Si definiscono Eloi, e sono vegetariani, anzi fruttivori, infatti, mangiano solo esotici frutti colorati con i colori del Rosso Fiorentino, e bevono pura acqua di fonte, in coppe di bianco vetro opaco. Ma, nonostante la dieta fruttivora e la fede assoluta in una massima pavesiana (*) nessun Eloi arriva alla senilità, e perché? Oibò, è presto detto, perché sottoterra, proprio sotto i piedi scalzi e ballerini degli Eloi, bazzicano e tramano, dentro neri e oleosi alambicchi, brutti mostri albini e pelosi, chiamati (dagli Eloi) Morlock.
I Morlock non sono vegetariani (ché sarebbe stato chiedere troppo alla Divina Provvidenza); anzi essi sbranano gli Eloi, ma solo quel tanto che basta per non sterminarli tutti.

Ma quel fatale pomeriggio di ottobre dell’anno 802701 la macchina del Tempo si ferma e scarica George sull’erba di un prato fiorito, dove un tempo esisteva la sua casa e tutt’attorno si stendeva Londra. George è un inventore e un ottimo ingegnere, ma, soprattutto, è una brava persona; subito chiede dove sono nascoste le macchine e dove gli anziani, ma, soprattutto, dove sono i libri, così che potrà provare a capire o almeno sfiorare l'enorme portata d'informazione data da ottocentomila anni di scienza e tecnica. Dimenticavo, lo chiede proprio agli Eloi.
E un empatico biondino smette di mangiare un frutto e lo conduce alla biblioteca, e già George s’immagina di perdersi in un labirinto sconfinato di scaffali e libri di scienza e tecnica suddivisi da lucide etichette con massime zichichiane; macché solo quattro assi di legno marcio in una nicchia nel muro, celata da una tendina polverosa.



Un esempio di libro conservato nella biblioteca degli Eloi.

Sì, mi dicono tutto su di voi.
Cosa avete fatto?
Migliaia di anni per costruire, ricostruire, creare e ricreare, perché voi riduciate tutto in polvere.
Un milione di anni di uomini intelligenti morti per i loro sogni.
Per cosa?
Per farvi nuotare, ballare… e divertire!

E però George, nonostante sia un inventore e un ottimo ingegnere e una brava persona, quando dovrà scegliere tra il partito di maggioranza dei pii e laboriosi Morlock (con il solo vizietto di un quasi cannibalismo di maniera) e il partito di minoranza degli smemorati Eloi, sceglierà di stare dalla parte degli Eloi. Niente paura, è solo un film di fantascienza, di George Pal.


(*) Lavorare stanca


domenica 1 novembre 2009

Ritornati dalla polvere (n. 2)

Terra, anno 2293. L’umanità è in pratica sulla via del non ritorno, la voglia di progredire, di ricercare, di sperimentare nuove cure per il raffreddore si è esaurita, la fiaccola del progresso si è spenta, l'umanità ha appeso le scarpe al chiodo, insomma è quasi estinta; solo resiste qua e là qualche sparuta frangia di resistenza: disperati uomini e donne spaurite, con i vestiti del colore delle foglie morte. Questa miserabile umanità senza speranza sopravvive accanto ai topi, nelle città in rovina, e viene pure crudelmente assottigliata per mano degli Sterminatori, condotti dal brutale Zed (Sean Connery).


Gli Sterminatori (ma anche l’altra umanità) è devota, fino al fanatismo, al malvagio dio Zardoz (che si chiama come il titolo di un bellissimo film di fantascienza). Zardoz è una sorta di enorme testone di pietra monomaniaco che svolazzando nei cieli plumbei non tralascia mai di ordinare lo sterminio dell’umanità (quella dei vestiti colore ocra), e vomitare sugli sterminatori fucili, pistole e caricatori assortiti.

Zardoz non è un dio, ebbene no, ma una macchina, solo una macchina, per quanto assai evoluta. Zardoz è una invenzione degli immortali, scienziati che vivono nei Vortex, specie di villaggi agrituristici sparsi sul pianeta. In teoria questi scienziati, uomini e donne (una a caso, Charlotte Rampling) sono diventati immortali per spingere la scienza oltre i confini presubibilmente toccati dalla nave stellare Enterprise nel suo viaggio quinquennale, ma in pratica passano il tempo a spingere un carrettino del fornaio, pieno di strani filoncini di pane verde, ad invecchiare di mesi o anni qualche reo, colpevole di non pensare in sintonia, e a sognare in comune quasi tutto il dì e la notte.

Intanto tra le genti, dimenticate da Dio ma ben presenti a Zardoz, e gli sterminatori tutto prosegue con la solita routine in stile guerra fredda, quando era sufficiente nascere a destra o a sinistra di un muro per essere chiamato zombie o credersi un uomo libero, fino a quando un giorno come un altro, durante il solito saccheggio, tra uno stupro e un ammazzamento…

Zed vede un tizio mascherato che da una finestra gli fa cucù…


Lo 007 prima maniera non era tipo di farsi fare cucù alla finestra senza reagire e così, in un secondo o due, ha già sfondato l’uscio e penetrato dentro l’edificio (una biblioteca), pronto a zardozzare l’ultimo disgraziato buontempone. Sale le scale e di nuovo vede il misterioso individuo…

...che lo invita ad entrare nella biblioteca.


Dove gli indica un libro… Libro che resterà sospeso in aria, come per magia. Il misterioso individuo ha pensato bene di legare il libro ad un filo per allontanarsi senza pericolo… E’ un libro per bambini, per imparare a leggere. E sarà il primo di tanti altri. Zed ci prende gusto, e legge legge legge, fino a quando scopre un libro fondamentale; una vera e propria bibbia...



...che gli farà perdere per sempre la fede in Zardoz, e scatenargli dentro e fuori un’ira funesta (eccolo, infatti, mentre getta in aria una raccolta, rilegata in marocchino rosso, di opere scelte di Bruno Vespa).


Domanda: perché Il meraviglioso Mago di Oz fa perdere a Zed la fede in Zardoz?


E quella sua famosa libreria? E’ forse ancora dispersa su per i muriccioli. (A. Manzoni)

sabato 31 ottobre 2009

Un gioco per Halloween

Halloween è una festa tipicamente americana, e quindi solare anche se si fa di notte. E' la notte delle streghe, infatti, quando gruppetti di bambini sghignazzanti e tutti compresi nel ruolo e nei panni di innocenti fantasmini, girano per le strade deserte delle città di provincia, e salgono i pochi gradini delle verande illuminate e bussano alle porte a rete, esigendo il solito aut aut (che non è quello del fidanzato pedicelloso, ma semmai quello di Soren Kierkegaard) tra dolcetti o scherzetti.

Ed ecco uno scherzetto, provate ad indovinare chi sono gli autori delle tredici citazioni seguenti.
Per rendere meno banale il gioco ho sostituito i nomi presenti nelle citazioni con degli asterischi (***). Gli autori sono il senese Federigo Tozzi (Bestie) e l'americano John Fante (Chiedi alla polvere). Via! Si parte.

(1) La città che si stendeva ai miei piedi sembrava un albero di Natale, carico di lumini rossi, verdi e blu. Salve, vecchie case, hamburger succulenti che cantano nei caffè di infimo ordine, salve ***, che canti anche tu.

(2) La strada per tornare a *** è là. Vado.
Le case si facciano un poco a dietro, e quel mendicante non mi cada addosso. Almeno, l’altro è seduto per terra! Dio mio, tutte queste case! Più in là, più in là! Arriverò dove trovare un poco di dolcezza!
Dio mio, queste case mi si butteranno addosso! Ma un’allodola è rimasta chiusa dentro l’anima, e la sento svolazzare per escire. E la sento cantare.

(3) Non escono quasi mai insieme; ed ella è seguita da un canettaccio bastardo, spelacchiato e rattrappito, che dopo ogni trenta metri s’arresta per non cadere su le gambe di dietro.

(4) ***, dammi qualcosa di te! ***, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia.

(5) Cosa non avrei dato per una ragazza ***! Ci pensavo tutto il tempo, alla mia ragazza ***. Io non l’avevo, ma le strade ne erano piene, la Plaza e il quartiere cinese ne erano come incendiati, e nella mia fantasia le possedevo tutte, questa e quella…

(6) Dunque dicevo che la mia zia aveva una voce che ricordava le pasticche biascicate senza che nessuno se n’avveda.

(7) Quando amavo sempre la medesima, mi piacevano i tetti rossi e i geranii. Di primavera m’ostinavo a doventar cattolico e d’inverno sognavo di doventar ricco.

(8) La mia filosofia, allora, era che si dovessero amare tutti gli esseri viventi, uomini e bestie, dello stesso amore, e *** ne era la dimostrazione. Purtroppo il formaggio aumentò di prezzo, e io fui costretto a nutrire col pane sia lui sia tutti gli amici che invitava.

(9) Mi chiedo se la mia anima è già macchiata, se devo voltarmi e tornare indietro, se un angelo veglia su di me, se le preghiere di mia madre mi tranquillizzano o se, piuttosto, non mi infastidiscono.

(10) Ho sempre desiderato donne le cui scarpe valevano tutto quello che ho mai posseduto.

(11) …tutto il medio evo era dinanzi a me: io mi sentivo una spada in mano, e dovevo per primo cominciare battaglie che duravano secoli.
Io sorridevo guardando il sagrestano che zoppicando portava la scala da un punto all’altro delle lunghe pareti.
I sacerdoti mi benedicevano, il papa m’invitava a trovarlo.
Scricchiolò in una cappella, da un lato, una cassapanca antica: corse attraverso tutto l’impiantito, sparì, come il brivido dalla testa ai piedi, un topo.

(12) Anche l’altezza mi mette paura, e il sangue e i terremoti; per il resto non temo nulla, tranne la morte, il pensiero di mettermi a urlare in mezzo alla folla, l’appendicite, e un attacco di cuore, già, anche questo…

(13) Era come un santuario, quel locale. Tutto lì era santo, le sedie, i tavoli, lo straccio che aveva in mano, la segatura che calpestava. Lei era una principessa maya e quello era il suo castello.

Ed ecco il dolcetto, cioè le risposte :)

(1) Fante; gli alberi di Natale non esistevano in Italia, al tempo di Tozzi (e neppure gli hamburger). Il personaggio asterizzato è Bing Crosby (sarebbe stato troppo facile).

(2) Tozzi; e la città è ovviamente Siena. Non facile, ché anche Fante soffriva di claustrofobia, ma il particolare del mendicante palesemente – per Tozzi - privo di gambe (seduto per terra) è tipicamente tozziano. Poi basta leggere le frasi ad alta voce per sentire la calata senese (niente punti interrogativi!)
Escire e non uscire, non è un mio errore di copiatura.

(3) Sempre Tozzi; per gli stessi motivi del punto (2).

(4) Fante; la città è Los Angeles (quella del Tenente Colombo e degli zombie e di Sanford & Son). Difficile da indovinare, ma c’è il particolare del triste fiore nella sabbia, Tozzi lo avrebbe schiacciato con il tacco della scarpa.

(5) Fante; che sogna una ragazza messicana e pagana, Tozzi c’ha la fidanzata, pure cattolica.

(6) Tozzi; sembra ironico e sarebbe Fante, ma non lo è, quindi è Tozzi.

(7) Tozzi; è il doventar che lo frega.

(8) Fante; il personaggio asterizzato è Pedro, un topo. Tozzi non avrebbe mai dato un nome ad una bestia, ma se lo avesse fatto la avrebbe chiamata (fedele al pensiero di Arturo Bandini): Abramo, Mosè.

(9) Fante; per l’allusione alla città degli angeli, se mancasse l'allusione si dovrebbe tirare a sorte.

(10) Fante; che si innamora della ragazza messicana con le huarachas logore e sfilacciate.

(11) Tozzi; Bandini vuole bene anche ai topi.

(12) Fante; Tozzi è un’enciclopedia medica con le gambe.

(13) Fante; Santanico Pandemonium sta per arrivare.

Ritornati dalla polvere (n.1)

Con questo post inizio una serie di post dedicati alle biblioteche presenti nei film e nei romanzi.
Il titolo del post, in sintonia con questa notte di Halloween, è copiato pari pari dal titolo di un romanzo di fantasmi e di strani esseri immortali e di streghe e maghi, di Ray Bradbury.

Da dove si comincia? Dalla biblioteca del monastero di Eco dirà qualche lettore. No, si comincia da una serie di stanze e corridoi deserti di un palazzo sfarzoso e direi principesco.
Un palazzo che è come un labirinto, fatto di cucine, cappelle, teatri, quadrerie, rimesse, scuderie, serre afose, di camere cupe e di camere solatie, di ambienti sfarzosi o miserabili, vuoti o affollati di mobili, di corridoi stretti e tortuosi, dove a furia di giravolte e di ritorni è facile perdere l’orientamento ed è necessario affacciarsi da una finestra senza vetri per capire dall’aspetto di una corte, dalla prospettiva di un giardino, in quale ala dell’immenso palazzo ci troviamo.
Testimoni muti del passaggio di esseri viventi sono, come contrassegni, la carogna di un animale, una manciata di pasta al pomodoro buttata o vomitata via.
Pensate che sto parlando per allegoria, e che il palazzo principesco sia l’Italia?
Ma no, è il palazzo di Donnafugata, così descritto, nella sua parte disabitata, nel romanzo di Tomasi di Lampedusa.

E i libri? i libri dove stanno, dirà il solito lettore astioso (e pure pedante… e ignorante). Be’, a parte lo strisciare di una lettera centenaria dimenticata che il vento faceva errare sul pavimento, tutti i libri del palazzo di Donnafugata o sono dispersi su per i muriccioli o sono in casa di Umberto Eco o sono stati traditi e sono polvere nel vento, come il povero Bendicò.

E quella sua famosa libreria? E’ forse ancora dispersa su per i muriccioli. (A. Manzoni)

Paese d'Ottobre

La vita è il paragone delle parole. (Alessandro Manzoni)
Utilizzate la parola giusta e non una sua cugina di secondo grado. (Mark Twain)

La vita è il paragone delle parole, quindi non utilizzate mai la parola giusta, solo una cugina di secondo grado.
La vita è una variegata e pirotecnica metafora barocca di un semplice sì, un semplice no.
La vita è il paragone delle parole, quindi per fare bella figura tutti silvi, sorridenti e pettinati.

***

Ho sentito da un professore con barbetta, baffi e occhiali, raccontare divertito ai colleghi divertiti la storia di un cane che si era tolto la vita, buttandosi da una finestra al secondo piano di una casa, e che il suo padrone (del cane, non del professore) nel riconoscerlo giù in strada, e quasi sospettoso di un dono di ubiquità nel cane, vivo in casa e morto in strada, si era pure meravigliato ché gli aveva appena somministrato uno psicofarmaco (per l’ansia da abbandono).

mercoledì 28 ottobre 2009

La soffitta (tra 2 e 3)

Tutte le volte che il ragazzo tirava fuori la testa dal pavimento, salendo gli ultimi scalini della scala a chiocciola, la prima cosa che gli balzava agli occhi, abbagliati da una lama di pulviscolo infuocato che solcava in diagonale l’ombra stagnante nella soffitta, era un vecchio armadio con le ante di vetro smerigliato, accostato e compresso tra la parete della soffitta e le travi del tetto. Come un grosso androide squadrato e accucciato, in eterna attesa del comando vocale di attivazione, così l’armadio dominava gli altri oggetti in soffitta, grazie al suo essere alto circa due metri e mezzo, largo un metro e mezzo, profondo ottanta centimetri e pesante in proporzione. Eppure un giorno era stato smontato, portato su per la scala a chiocciola e rimontato in soffitta, forse perché non c’era più spazio nelle stanze abitate, o perché stonava con l’arredamento minimalista, o perché le tarme volano basso e non lo avrebbero potuto raggiungere lassù in alto. Non c’erano più i ripiani interni, probabilmente erano andati smarriti nel corso del tortuoso viaggio. Era un armadio del tipo “cristalliera”.

La cristalliera era un mobile in uso alla fine dell’Ottocento per custodire e proteggere oggetti di cristallo. Esistono vari tipi di cristalli: il cristallo di Boemia fatto con l’aggiunta di calce, il cristallo inglese, il cristallo di Flint usato per oggetti d’ottica, ecc. Si chiama cristallo anche il vetro circolare, di forma più o meno convessa, che se ne sta incastrato nel quadrante dell’orologio. Il cristallo è un tipo di vetro, e il vetro è un materiale solido di struttura amorfa, non cristallina. Com’è allora che alcuni vetri sono chiamati cristalli? Ti diranno di dimenticare, cancellare la parola cristallo, quando penserai ad acquistare oggetti di vetro, perché dal punto di vista scientifico è una parola errata. Il vetro è un materiale composto essenzialmente di sabbia (silice), e la silice fonde a circa 2000°C, una temperatura notevolmente alta, e per abbassare il punto di fusione della silice si usavano fin dall’antichità particolari sostanze, chiamate fondenti, ad esempio l’ossido di piombo.
Plinio il Vecchio racconta una leggenda sulla scoperta del vetro. Era già sceso il tramonto quando su una spiaggia deserta di un fiume in Fenicia approdò una nave di mercanti di salnitro provenienti dall’Egitto, per passare la notte. I mercanti pensarono bene di cuocere la cena e per tenere sollevati i pentoloni sopra il fuoco usarono alcuni blocchi di salnitro. Durante la cottura una parte del salnitro si mescolò con la sabbia provocando l’abbassamento del punto di fusione e fondendo la sabbia in una pasta vetrosa.
È opinione comune tra gli storici che il fatto narrato da Plinio non sia realmente accaduto, anche perché un focolare di legna raggiunge al massimo la temperatura di 800° C, insufficiente per la fusione della sabbia, pure se in presenza di un fondente naturale.
A contatto con l’aria il liquido vetroso si solidifica velocemente, acquistando una struttura amorfa, eppure la sabbia silicea ha una struttura cristallina, così come lo zucchero che se si scalda fino alla liquefazione e lo si versa in uno stampo si condensa in un materiale amorfo d’aspetto vetroso.
Si potrebbe affermare che il termine vetro non definisce un materiale quanto una procedura, un metodo, così il termine cristallo ha origine da un procedimento inventato dai veneziani nel XV secolo per ottenere vetri di elevata trasparenza. Essi sottoponevano le ceneri di piante usate come fondente a un processo di depurazione per ricavare il sale di cristallo o così almeno è riportato nel libro delle procedure e delle storie del e attorno al fuoco. [...]

La cristalliera era in legno di noce, con bande decorative orizzontali in alto e in basso e verticali ai lati delle ante, con ornati vegetali applicati in rilievo. Su entrambe le bande laterali si stagliava uno strano essere zoomorfo; una creatura per sempre in bilico sul crinale che separa il regno vegetale dal regno animale, con un volto di sfinge, e la bocca spalancata in atto di urlare o dilaniare. L’essere era dotato di otto coppie di melagrane spaccate alternate a ornati vegetali. Il corpo totemico terminava in basso in una valva di conchiglia del genere “a pettine”.
La cristalliera era un simbolo del Tempo, custode di oggetti in cristallo, un tempo sabbia.
In passato la cristalliera custodiva una coppa trasparente di cristallo, scrigno di caramelle di menta, orzo, rabarbaro, liquirizia, geléè di anice, fragola, ribes, mora, mirtillo, arancia, limone, mandarino, pompelmo, caramelle che frizzano sulla punta della lingua, caramelle di zucchero che si sciolgono in bocca o nelle tasche nei pomeriggi infuocati d’estate, e caramelle gommose che il Tempo trasforma in piccoli ciottoli duri arrotondati dalle correnti di gelidi torrenti montani.
Gli esseri zoomorfi erano forse un presidio odontoiatrico contro le carie infantili? Forse erano un monito ai bambini nell’età delle paure irrazionali, la paura dell’Uomo Nero che gratta alla porta, e dell’essere impalpabile che si vede solo con la coda dell’occhio, dei futuri danni arrecati alla dentizione da una alimentazione basata prevalentemente su banali zuccheri e misteriosi aromi.

Ma se il ragazzo avesse guardato con più attenzione il pavimento polveroso, nei pressi dei pesanti piedi zoomorfi della cristalliera, avrebbe notato alcune collinette di polvere biancastra, formate da trucioli di legno finemente tritato, e piccoli forellini sparsi qua e là sulla opaca superficie della cristalliera. Erano i silenziosi testimoni di una metamorfosi, generazioni di tarli si erano mutati in evanescenti farfalle, che caduto l’ultimo velo di legno erano volate via. E chissà che in fondo ai cunicoli che sprofondavano nel legno ci fosse ancora qualche spaurito tarlo, scampato alle iniezioni di veleno; di notte si sarebbe destato inquieto, battendo la testa contro le pareti del cunicolo, tic-tac, tic-tac, tic-tac. Piccolo orologio della morte che segnava i giorni, i mesi e gli anni che restavano da vivere al vecchio armadio, prima che le zampe spugnose cedessero, sotto il peso del legno e del vetro e del Tempo, in un secco schianto di vetri e legni esplosi.
E lontano lontano, perso nel mare di legno, gli tornava indietro l'eco di un altro solitario naufrago, tic-toc, tic-toc, tic-toc; battiti spaventati del cuore di un fantasma dimenticato. (*)


(*) Claudio Piccini, Erbe aromatiche e frittelle di riso (bozza, luglio 2008)

lunedì 26 ottobre 2009

Local Hero

Barko è il nome del cane da slitta protagonista di una storia, datata e ambientata nel 1965 (U.S. «North of the Yukon», 9/1965), del grande Carl Barks, dove si racconta di un vecchio e avarissimo multimiliardario, sconosciuto papero che per la prima volta in vita sua rilascia un'intervista, a pagamento, diventando così improvvisamente famoso in tutto il mondo. Ma il servizio giornalistico risveglia in un vecchio strozzino in Alaska il ricordo di un pagherò, firmato dal papero nel lontano 1898. In realtà a suo tempo l'uomo aveva dichiarato di aver smarrito quel foglio e aveva firmato un'altra ricevuta come estinzione del debito del papero. Ovviamente il papero-che-non-buttava-mai-nulla ha conservato la ricevuta e la porta con sé in Alaska. E alla fine della storia, di una semplice storia a fumetti, dopo varie disavventure e un’estenuante corsa su una slitta trainata dall’ultima scalcinata muta di cani, Uncle Scrooge sceglie di perdere tutto il patrimonio pur di salvare la vita a Barko, in passato il più famoso cane da slitta dell’Alaska.

domenica 25 ottobre 2009

Luna ora che abbiamo la tua attenzione rispondi alle nostre domande

Ho dimenticato le domande...

...Essi ci troveranno alfine -  una notte d’inverno  -  in aperta campagna, sotto una triste tettoia tamburellata da una pioggia monotona...

Backstreets

Retro di una strada secondaria di periferia (in giro con il cane).
In lontananza vedo un uomo che sfrega in terra la suola di una scarpa. Mi avvicino e mi preparo malevolmente a una rissa verbale. Ma quando sono vicino mi avvedo e vedo che sta sbriciolando con il piede una fetta di pane secco per gli uccelli.
Lo Straniero, forse dell'Est, mi guarda e sorride, di un sorriso timido e lieve.

sabato 24 ottobre 2009

Uccidiamo la Luna

Eccomi di nuovo su questo vecchio blog a scrivere, e cercando di scrivere qualcosa che non sia un ricco sfogo, sebaceo; e visto che ho aperto e chiuso nel giro di una settimana un nuovo blog "a tema libero" mi posso ben definire un bloggista ondivago, ma a parte il carattere che è quello che è, mica ho voglia di buttare a mare dieci anni di presenza in Internet producendo non barbarici balbettii e baggianate da primo della classe della serie il "primo portale del Cad (in Italia)", ma solo, e scusate se è poco, qualche centinaio di lisp e programmi di grafica e vision e render e ora e adesso riflessioni rifrazioni diffusioni e speculazioni in questa Terra di Mezzo, sospesa tra grulli e Geni (della lampada).

Mattino di primavera


Come se fosse tutto un sogno incantato portato via dal mattino...

Alieni a Firenze (Ghetto e astronavi)

Una riflessione, che mi riprometto di sviluppare nei prossimi post, una riflessione su una connessione che ho scoperto qualche mese fa, fra il modello architettonico del Ghetto e il tema dell’Astronave-Città-Mondo (la connessione non si può sviluppare c'è o non c'è, per me c'è).

L'autore del blog CG-CAD aveva iniziato con queste parole un post intitolato Una connessione.
Poi tutto è drammaticamente precipitato, il blog CG-CAD si è chiuso domenica 18 ottobre, e la promessa di sviluppare la riflessione non è stata mantenuta (falso allarme: il blog è stato riaperto).
Caso vuole che l'autore di questo blog (alludevo al blog che è vissuto per quasi una intera settimana di ottobre) era anche l'autore del blog CG-CAD, e forte di questa straordinaria coincidenza, può riprendere le fila del discorso, con un primo tentativo di spiegazione, di chiarimento, ovvero una prima riflessione sulla connessione Ghetto-Astronave, citando una affermazione di Stendhal:

Firenze, pavimentata a grandi blocchi di pietra bianca di forma irregolare, è di una pulizia rara; nelle sue vie si respira non so quale straordinario profumo. Se si fa eccezione di qualche borgo olandese, Firenze è forse la città più pulita dell'universo.

(Mi scuso se non cito il riferimento, ma la citazione era in un libro che mi è stato mangiato dal cane). Attenzione, Stendhal non scrive che Firenze è la città più pulita d’Europa (e fin qui), ma è la città più pulita dell’Intero Universo. Se qualche lettore ha letto l’affermazione di Stendhal in chiave psicosomatica (qui ci starebbe bene un link per Wikipedia, vedi voce Sindrome di Stendhal, ma il lettore può chiedere l'indirizzo a Google che glielo fornirà subitaneamente, ma se scontento e ingrato mi manderà a prendere un caffè be' almeno quello che me lo paghi), insomma quel lettore di prima non mi potrà seguire fino in fondo a questo post, che continua, infatti, con una affermazione ancora più radicale, 'sta volta di Dante, e cioè che la sua Divina Commedia, ma generalizzando qualsiasi opera umana, anche l'affermazione su citata e buttata là da Stendhal mentre disteso in terra aspettava beato l'arrivo dei volontari della Misericordia, può essere letta e interpretata in almeno quattro modi: letterale, allegorico, morale e anagogico. Come puoi generalizzare? mi chiederà il solito lettore astioso ma, dico io, se il tipico impiegato statale, cioè quello che esiste nei sogni di Brunetta e della miglior gioventù e vecchiezza hitaliana, nel prepararsi il caffè autarchico, miscela pregiata di cicuta e circolari arabiche e voucher a fondo perduto, rigorosamente tappato dentro l'ufficio, sopra un fornelletto con il cavo elettrico mangiucchiato dal grigio topolino collega d'ufficio, ascolta Letter To Lucille di Tom Jones fischiettando comunque allegro è perché non sa l'inglese? ché a leggere la traduzione c'è da piangere, quasi come il capitano Kirk sulla sorte dell'alieno con il muschio addosso, o perché, comunque, la canzone gli consente quella libertà semantica?
Insomma, chiamo a testimone Dante, e la sua lettera a Cangrande:

[7]. Per chiarire quanto stiamo per dire, occorre sapere che non è uno solo il senso di quest'opera: anzi, essa può essere definita polisensa, ossia dotata di più significati. Infatti, il primo significato è quello ricavato da una lettura alla lettera; un altro è prodotto da una lettura che va al significato profondo. Il primo si definisce significato letterale, il secondo, di tipo allegorico, morale oppure anagogico. E tale modo di procedere, perché risulti più chiaro, può essere analizzato da questi versi: "Durante l'esodo di Israele dall'Egitto, la casa di Giacobbe si staccò da un popolo straniero, la Giudea divenne un santuario e Israele il suo dominio". Se osserviamo solamente il significato letterale, questi versi appaiono riferiti alll'esodo del popolo di Israele dall'Egitto, al tempo di Mosè; ma se osserviamo il significato allegorico, il significato si sposta sulla nostra redenzione ad opera di Cristo. Se guardiamo al senso morale, cogliamo la conversione dell'anima dal lutto miserabile del peccato alla Grazia; il senso anagogico indica, infine, la liberazione dell'anima santa dalla servitù di questa corruzione terrena, verso la libertà della gloria eterna. E benchè questi significati mistici siano chiamati con denominazioni diverse, in generale tutti possono essere chiamati allegorici, perché sono traslati dal senso letterale o narrativo. Infatti allegoria viene ricavata dal greco alleon che, in latino, si pronuncia alienum, vale a dire diverso.

Quindi Stendhal ragionava come un alieno, probabilmente era un alieno. Ma questo che c'entra con la connessione Ghetto-Astronave? Nulla; però anche gli ebrei in quanto separati e isolati nel Ghetto erano alieni, indi il Ghetto di Firenze era una astronave. C.v.d.

Commento a un commento ai PS (n.2)

Capitolo primo dei Promessi Sposi (PS), ultima nota di ac (anonimo commentatore).

[…] Giunto sulla soglia (49) si voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con tono lento e solenne: “per amor del cielo!” e disparve. […]

(49) Fa sorridere, ma fa anche un po’ compassione. Accade a tutti qualche volta nella vita di sentirci un po’ don Abbondio, il quale perciò in generale non ci parrà repugnante, anzi non di rado finiremo per compatirlo pensando “Chi è senza peccato…”.

E con questo ecumenico commento ac dichiara implicitamente di non aver capito un'acca dei PS, cioè che tutta la storia (anche tacendo del titolo) ruota tutta lì, dalla pavida decisione del parroco di non celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, e perché poi? Per far vincere una scommessa al bavoso signorotto locale, di fatto una me*** (non il signorotto, il parroco). E, di fatto, ac dà di me*** a ogni lettore dei PS commentati da lui. Vorrei chiarire il pensiero dichiarando esplicitamente che don Abbondio non è Paperino. E a supporto reco a testimonianza la seguente citazione:

Paperino è prima di tutto un lazzarone, per cui il lavoro è la più triste condanna. Paperino è di una presunzione addirittura grottesca, a sentir lui nessuno lo supera in bravura, intelligenza, coraggio, vigore fisico. Paperino è sempre pronto all’inganno e al raggiro, pur di sistemarsi in qualche modo. Paperino, così baldanzoso in ogni vigilia, al momento buono è la pavidità, la fifa personificata. I suoi vizi insomma sono tra i più miserabili e meschini. Come si spiega che ottiene la nostra indulgenza? Il motivo, secondo me, è molto semplice. Anche se ciascuno di noi è più laborioso di Paperino, più onesto, leale, coraggioso, ciononostante vede instintivamente in lui un fratello minore, un fratello, se si vuole, più disgraziato. (*).

Ora, tutto si può dire di un parroco ma non che sia il fratello disgraziato della parrocchia, il poverello a cui è dedicata la cassetta delle elemosine della settimana. Don Abbondio rappresenta un'autorità forse superiore a quella esercitata da un signorotto locale, eppure si piega a un dio minore, io lo trovo ripugnante. (Tra parentesi non dimentichiamo che il vero Paperino, quello di Carl Barks, è in grado di fare mille lavori in modo geniale, ed è così altruista da mantenere 3 (tre) nipotini incendiari).


(*) Dino Buzzati, Prefazione a "Vita e dollari di Paperon de' Paperoni" (Oscar Mondadori, 1968)

Commento a un commento ai Promessi Sposi (n.1)

Con questo post inizio una serie di post dedicati al commento di una serie di note poste a commento a una vecchia edizione dei Promessi Sposi (PS). Il libro, comprato nel lontano 1997 è una ristampa di una vecchia edizione, commentata quasi virgola per virgola da un petulante e anonimo commentatore, probabilmente vivente e operante nella prima metà del secolo scorso.
Come dire, un modo come un altro per (a) esercitare la vista: i caratteri che compongono le note di commento sono assai minuti; (b) rileggere i PS; (c) capire perché professori di scuola superiore invitano alla compera di PS che costano una sassata perché contengono almeno 10.000 note.

Piccola legenda alla lettura dei post:
[…] testo dei PS […]
(x) commento dell’anonimo commentatore

Da dove si comincia? Ovvio, dalla seconda nota.

[...] il resto, campi e vigne, sparse di terre, (2) di ville, di casali; [...]
(2) cioè di paesi: forse più chiaro sarebbe sparsi, perché si riferisce anche a campi.

Ora, Manzoni scrive in italiano, anzi in toscano, forse in fiorentino, infatti, Renzo che vive da qualche parte nei pressi del lago di Como ciarla liberamente con mezzo mondo, e con genti di città e con genti di campagna e tutte le terre porgono orecchio e, soprattutto, lo capiscono, anche gli asini e i maiali lo capiscono (e viceversa), e se farfuglia fra i denti una frase con i puntini di sospensione l'oste della malora fa subito sì con la testa, e non solo ma Renzo chiama tutti buoni figliuoli; un po’ come succede in Star Trek (dove anche l'alieno di forma e sostanza di un sasso con il muschio sopra è un bravo figliuolo, infatti, comunica con Spock e prima o poi farà piangere il Capitano per qualcosa o per qualcuno o per qualcosa che ha perso qualcuno da qualche parte, benedetti 'sti alieni distratti), però Manzoni era nato a Milano, mentre dell’anonimo commentatore (strutturalmente parlando scriverò ac d’ora in poi) che incombe, narcisticamente parlando, sul povero Manzoni come un pipistrello spelacchiato priapescamente ossessionato dalla grammatica, non conosciamo né la data né il luogo di nascita. Noi avanziamo una peregrina teoria, che dietro ac ci sia il nostro buon figliuolo Renzo. Sempre così refrattario a declinare indirizzo e mostrare carta d'identità e codice fiscale ai birri e ai preti, solo con don Abbondio fa un'eccezione, non richiesta e non gradita dal povero parroco di campagna, che avrebbe fatto volentieri a meno di conoscerlo; ma questa è un'altra storia.
Eccolo Renzo, una volta accompagnato all'uscio di scuola da uno stuolo di professori in lacrime, con il suo bravo diploma di scuola superiore sotto braccio, eccolo libero nel vasto mondo, libero di far - o come direbbe nei panni di ac - fare le bucce al Manzoni.