venerdì 26 settembre 2008

Vertigini

Il professor Lidenbrock, in compagnia del suo giovane nipote, è a Copenaghen, penultima tappa terrena prima del viaggio fino al centro della Terra. Il professore decide di guarire le vertigini del nipote trascinandolo sul campanile della Vor-Frelsers-Kirk:

"Andiamo su", disse mio zio.
"E le vertigini?", obiettai.
"Ragione di più: occorre abituarsi."
"Però..."
"Vieni ti dico: non perdiamo tempo."
Dovetti obbedire. Un guardiano, che abitava dalla parte opposta della via, ci porse le chiavi, e l'ascensione cominciò. Mio zio mi precedeva con passo svelto, e io lo seguivo non senza terrore poiché mi girava la testa con deplorevole facilità. Non avevo né l'equilibrio, né i nervi insensibili dell'aquila. Finché fummo imprigionati nella parte inferiore, tutto andò bene; ma dopo centocinquanta scalini l'aria venne a colpirmi in viso: eravamo arrivati alla piattaforma del campanile, dove cominciava la scala aerea, che aveva la sola difesa di una fragile ringhiera, e i cui scalini pareva portassero su verso l'infinito [...] L'aria aperta mi stordiva, sentivo il campanile oscillare alle raffiche; le gambe mi si piegavano sotto; dovetti arrampicarmi strisciando sulle ginocchia, poi sul ventre... Chiusi gli occhi; provavo le vertigini. Finalmente, aiutato dallo zio che mi tirava per il bavero, arrivai presso la palla.
"Guarda!", mi disse il professore. "Guarda bene!... Bisogna prendere lezioni di abisso."
Dovetti aprire gli occhi. Vedevo le cose appiattite e come schiacciate in una caduta, immerse in una nebbia fumosa. Al di sopra della mia testa passavano le nuvole fioccose che, per un rovesciamento di ottica, mi parevano immobili, mentre il campanile,la palla e io eravamo trasportati con fantastica velocità. Lontano, da una parte si stendeva la campagna verdeggiante, dall’altra il mare scintillava sotto un fascio di raggi. Il Sund si volgeva alla punta di Elsinore, con alcune vele bianche, vere ali di gabbiani, e, nella bruma dell’Est ondulavano le coste appena visibili della Svezia. Tutta quell’immensità turbinava sotto il mio sguardo. Pur tuttavia dovetti alzarmi, tenermi ritto, e guardare. La mia prima lezione contro le vertigini durò un'ora. Quando alla fine mi fu permesso di ridiscendere e di toccare col piede il pavimento solido della via, ero tutto indolenzito.
"Riprenderemo domani", disse il professore.
E infatti per cinque giorni ripresi quell'esercizio vertiginoso e, volente o nolente, feci progressi nell'arte dell'"alta contemplazione"
(1).

Qualche anno dopo Mark Twain, in giro per l’Europa, decide di salire sulla Torre di Pisa:

A Pisa salimmo in cima alla costruzione più strana che il mondo conosca: la Torre pendente.
Come tutti sanno, è alta centottanta piedi e vi prego di osservare che questa è l'altezza di quattro normali abitazioni di tre piani, messe una sopra l'altra; è un'altezza considerevole anche per una torre massiccia e compatta che si levi diritta. La Torre di Pisa invece è inclinata più di tredici piedi. Ha settecento anni, ma né la storia, né la tradizione riportano se fu costruita così o se un fianco ha ceduto. Nessun documento dice se sia stata mai diritta. E’ di marmo e la sua struttura è elegante. Ciascuno dei suoi otto piani ha tutto un giro di colonne scanalate di marmo o di granito, con capitelli corinzi, di sicuro belli quand’erano nuovi. E’ una torre campanaria con in cima un concerto di antiche campane. Dentro, la scala a chiocciola è buia, lascia sempre intendere su quale fianco della torre vi trovate, pendendo naturalmente da una parte o dall'altra della scala, a seconda che siate sul fianco più alto o più basso. Alcuni gradini sono logori solo da una parte, altri dalla parte opposta, altri ancora solo nel mezzo. Guardando giù dall'alto, all'interno, vi pare di osservare un pozzo inclinato. Una fune che pende dal centro della sommità tocca la parete prima di raggiungere il fondo. In cima non vi sentite proprio a vostro agio guardando dalla parte più alta; ma se strisciate sul parapetto fino all'orlo della parte più bassa e tentate di allungare il collo per vedere la base della Torre, vi viene la pelle d'oca e siete sicuri, per un momento, nonostante la vostra scienza, che la Torre stia crollando. Vi reggete con le mani con grande prudenza, avendo la sciocca impressione, per il tempo che ci restate, che, se non sta già crollando, il vostro trascurabile peso potrebbe darle l'avvio
(2).

Premesso che il professor Lidenbrock è il classico zio che nessun nipote vorrebbe avere come zio è da notare il diverso punto di vista nei due autori. In Verne il punto di vista è panoramico: il campanile della Vor-Frelsers-Kirk è un centro relativo (il campanile è scelto solo perché è il più alto tra i campanili della città, e quindi utile ai fini del professore), e tutt’attorno si estende a perdita d’occhio la periferia. Per un “rovesciamento di ottica” le nuvole sono immobili e il campanile si sposta con “fantastica velocità”. Non è l’altezza a generare le vertigini ma questa esperienza di relatività.
Nella descrizione della Torre di Pisa il paesaggio è azzerato, non esiste, esiste solo un dentro e un fuori la Torre, come una città medievale cinta dalle mura. Le vertigini sono causate da un’insostenibile pesantezza dell’essere. E l’unico rimedio è il non essere. Se per Verne il mondo è una stanza, uno studio, un museo, un’aula, un laboratorio che il viaggiatore prima o poi impara a conoscere, a dominare, ad usare (e poi lasciare, preferibilmente in ordine come si è trovato), per Mark Twain il mondo è una misteriosa soffitta, piena di cose polverose ed inutili, ammassate in un ordine, o disordine, casuale. Eppure la nostra presenza, per quanto minima, non passa inosservata, le pietre della Torre serbano il ricordo delle impronte dei passi dei pellegrini.

(1) Jules Verne, Viaggio al centro della terra, Newton.
(2) Mark Twain, Gli innocenti all’estero, BUR.

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