martedì 9 febbraio 2010

The mystery of the three notches



There’s some marks on the surface.
Looks like a letter or some notches.
Three notches made by the hand of man…
…pop out of a volcano across the world?
What’s your conclusion?
Science does not jump to conclusions.
Science is not a guessing game.

Three notches, le tre tacche di Arne Saknussen, Three notches, sembra quasi il titolo di una canzone cantata da un Mel Brooks che imita the voice, Frank Sinatra, three notches, tre segni per indicare la Via per raggiungere il centro delle cose. Tonight I’ll be on that hill ‘cause I can’t stop, I’ll be on that hill with everything I got, no, questo non è Mel Brooks…
Signore, my Lord, si potesse davvero un giorno arrivare a toccare il cuore nascosto di queste cose palesi che ci danzano intorno, semplicemente seguendo segni lungo la strada, come i turisti indolenti e neghittosi girano Venezia, non si perdono mai, non c’è pericolo, non devono chiedere la strada agli ultimi abitanti gentili. Essi, i turisti non i gentili, si limitano a seguire le frecce sui muri per il ponte di Rialto o per piazza San Marco, finzione di finzioni, e così avanti vanno prodi per la loro strada, fingendo di conoscere la natura delle cose, e imitano nel passo la camminata dell’ultimo eroe del cinema muto o 3D o di Joseph Beuys, e pensano veramente di aver toccato il cuore segreto delle cose, ma si portano dietro una bottiglia di acqua gassata di due litri e 1/2, come turisti nel deserto, come gli ultimi eroi romantici accanto a jeep ferme ai margini di un arido deserto da fumetto, studiano, calcolano, disegnano flow-chart, progettano algoritmi per rispondere alla fondamentale domanda, quanto di benzina e quanto di coca-cola e quante scatolette simmenthal dovranno stipare i materialisti atei sulla jeep per arrivare all’oasi incantata, fata morgana, isola azzurra che vola e plana come fenice sopra la polvere di una clessidra spezzata, e, soprattutto, senza finire come codesto bucranio che un regista simpatico e ottimista sempre inquadra in primo piano, così che gli ultimi eroi romantici appaiono nell'orbita cava come formichine che si agitano intorno a un chicco di sesamo.
Nel post precedente ho scritto, stop, sostiamo un attimo, magari spegniamo un attimo le lampade Ruhmkoff, è vero che sono autogeneranti e dalla durata pressoché illimitata, ma è il "pressoché" che ci frega tutti, perché le lampade stanno dando chiari cenni di spegnimento, dunque ragioniamo, quante volte il Conte Sak ha raggiunto il centro della Terra? Una volta?, due volte?, tre volte? Forse la prima volta c’era arrivato per caso, e certo non pensava mica a scalpellare segni sulla pietra, ché poteva precipitare in un buco appena dietro l’angolo, e non era, il conte, d'indole bastarda come il suo discendente, e la sorpresa doveva essere stata notevole, genuina, Oibò, guarda un po’ dove sono arrivato, al centro della Terra! Ma ragioniamo un po’, ragioniamo un po’ per assurdo, tanto per perdere un altro po’ di tempo dalla clessidra spezzata, e se le tacche il conte primigenio le aveva incise nel suo primo, unico, irripetibile viaggio, come faceva a sapere che quella era la strada, quella la Via per toccare il centro del mondo e non un'altra, magari più lineare e quindi più economica. La soluzione del mistero delle tre tacche…
Forse il conte aveva con sé una capretta per mungere il latte, e un’enorme scorta di cavoli, e un lupo al guinzaglio, per difenderlo dalla paura del buio eterno; e avrà sospinto davanti a sé la capretta belante e impaurita fino al centro del mondo, non sia mai fosse caduto in un orrido precipizio, e arrivato al centro della terra aveva legato la mite capra ad una stalagmite, ed era tornato indietro in una folle corsa come un accolito in amok, e senza tirare il fiato di nuovo era tornato dentro al buco, portandosi con sé questa volta il fedele lupo, ma nel risalire alla superficie il conte scaltro aveva inciso una tacca sul suolo petroso e quindi praticamente correva in discesa e ad occhi chiusi, e giunto al capolinea era sceso e risalito portando con sé la capretta, un tantino stressata a dire il vero, e lasciando solo al buio il povero lupo, che si mise disperato ad ululare di solitudine alla luna invisibile, nuovamente il conte aveva inciso una tacca accanto alla prima, messo fuori la testa dal buco era daccapo sceso giù in cantina lasciando la capra libera e felice a brucare la prima erba di una primavera islandese; ‘sta volta il conte si portava dietro il cavolo, che era quasi il tocco e qualcosa doveva pur mangiare, e andava per la sua strada seguendo le due tacche mangiando cavolo, a pranzo e a cena e pure a merenda, arrivato al fondo del mondo sentì il conte un po' di sete, dunque dovette tornare a riveder le stelle (e riprendersi la capra), e già che c’era, ché ci aveva preso gusto, incideva un’altra tacca accanto alle prime due sul suolo petroso. Finalmente al termine del suo settimo viaggio al centro del mondo, il conte Sak se ne stava seduto al buio, con accanto la capra, il lupo e la scorta di cavolo, e pensando a tutto il tempo trascorso andava scrivendo su un peso di piombo le sue memorie, ma come capita a tutti, un secondo prima era ancora vivo, ma un secondo dopo era già morto.

domenica 7 febbraio 2010

Immagini del Tempo, n. 4 (funghi & peyote)

Dopo il pernottamento in grotta con topi in soffitta, la spedizione Lindenbrook ha ripreso la marcia verso l’interno della Terra, ma l’anabasi del professor Oliver Lindenbrook è assai poco gloriosa, è come girare per Venezia seguendo le targhe per i turisti pigri, infatti, il nostro professore si limita a seguire le indicazioni stradali lasciate dal vecchio conte Saknussen, tre tacche incise nella pietra del suolo indicano la Via per toccare il centro della Terra… stop, sostiamo un attimo, magari spegniamo un attimo le lampade Ruhmkoff, è vero che sono autogeneranti e dalla durata pressoché illimitata, ma è il “pressoché” che ci frega perché le lampade stanno dando chiari cenni di spegnimento, dunque ragioniamo, quante volte il Conte Sak ha raggiunto il centro della Terra? Una volta?, due volte?, tre volte? Forse la prima volta c’era arrivato per caso, e certo non pensava mica ad incidere tacche perché poteva cadere in un burrone appena girato l’angolo (e non era d'indole bastarda, come invece sarà il suo discendente), la sorpresa doveva essere stata notevole, ma guarda un po’ dove sono arrivato, al centro della Terra! Ragioniamo per assurdo, se le tacche il conte zio le aveva incise nel suo primo e unico viaggio, come faceva a sapere il conte nonno, insomma l'avo, che la strada era quella giusta? Mentre la comitiva rifletteva su questo problema di vera lana caprina, 50% di sconto all’Esselunga, il giovane Alec si era allontanato dal gruppo. Vedi Alec, nell’immagine (*)



saltellare di masso in masso, come un gaio capretto di montagna in primavera, solo che Alec sta saltellando in mezzo a funghi dalle dimensioni notevolmente surreali, cosa è accaduto mentre riflettevamo al buio? Niente di strano, Alec ha scoperto un piccolo appezzamento di terreno fertile coltivato a funghi porcini, e ha mangiato un fungo, non è spirato, avvelenato, anzi ha chiamato, con un lieto canto yodel, gli altri membri della comitiva al banchetto di funghi crudi. Tutti hanno mangiato i funghi, il professore, Carla Goetaborg, il giovanottone islandese dal dente d’oro, la sua oca gheertrud, e anche il membro esterno della comitiva, il perfido discendente del conte Saknussen, non solo ma tutte le comparse e le maestranze e pure il regista del film. Così tutto quello che vediamo d’ora in avanti, fino al the end, è probabilmente una visione causata da indigestione di funghi allucinogeni. Una intera settimana sosta la comitiva all’interno della foresta di funghi giganti, Carla si sbizzarrisce tra i fornelli, cucina manicaretti a base di funghi allucinogeni: bistecche di funghi, zuppe di funghi, funghi saltati, risotto coi funghi, funghi trifolati, funghi in umido, funghi a vapore, funghi crudi fuori e cotti dentro, funghi cotti fuori e crudi dentro, funghi al sangue, funghi al dente, funghi alla Saverio-funghetto-poco-serio, funghi in salsa di fungo, funghi fritti, funghi in padella, funghi in teglia, funghi grigliati, funghi evaporati, funghi riscaldati, funghi ribolliti, funghi rivoltati, funghi essiccati, funghi liofilizzati, funghi sterilizzati, funghi sciroppati, funghi marmellatizzati, funghi morti e risorti dalle ceneri, funghi immacolati, spauriti, invidiosi, spericolati, spenti e accesi, tagliati a dadetti, a fette, a quadri, a losanghe, a strisce, a guisa di spaghetti, funghi evoluti, magici, spirituali, spiritistici, funghi canonici, funghi eretici, funghi in piedi, funghi seduti, funghi sdraiati su letto di funghi, funghi & funghi.


E’ giorno o è notte? I tre orologi naturali sono nascosti, nascoste le costellazioni, nascosta la luna, nascosto il sole, sia mezzogiorno o sia mezzanotte di fatto è solo un problema di ora locale, dell’ora segnata dal cronometro del professore. E l’orologio del professore segna le due del pomeriggio, dunque il professore dorme, dorme il sonno del giusto, beatamente spaparanzato come un gatto satollo all'ombra di un fungo, fino a quando il buon Alec e la buona Carla non lo svegliano con il profumo di una ciotola colma di zuppa verde di fungo. Non ho mai dormito così bene, niente baccano dalla strada, niente campane, né lo sbattere di stoviglie in cucina, potrei restare qui per sempre. Questo è il pensiero del professore, ma un istante dopo cambia fisionomia e s’abbuia in volto, si è accorto che qualche metro più in là il gigante islandese sta abbattendo una mezza foresta di funghi surreali a colpi d’ascia, perché il conte Sak gli ha ordinato di fabbricare una zattera e il gigante ha prontamente obbedito, lo spirito feudale non è acqua. Trasecolando e sbigottendo ad ogni passo il professore segue le orme del conte fino a raggiungere l’ingresso (o l’uscita) della grotta, là lo aspetta la visione generata dalla mente megalomane del conte Sak.


Il conte ha creato un mare sotterraneo con onde correnti venti pesci e balene, adesso è stanco e si riposa nel settimo giorno della creazione, davanti al mare e alla propria coscienza di alienato mentale, ovviamente il conte Sak si riposa in piedi (come un cavallo). Qui parte un dialogo allucinato:

Sak. - Scommetto che vuole sapere perché non mi sto riposando. Odio dormire, considero il sonno una morte transitoria.
Lin. – E’ un mare.
Sak. – Un oceano, con onde e correnti. L’oceano del mondo sotterraneo. Un terremoto all’inizio dei tempi causò delle fenditure sul fondo del mare che ne fecero sprofondare le acque. Poi le fenditure si rinchiusero. Nessuna mappa ha mai indicato l’Oceano di Saknussen. L’ho battezzato così mentre lei dormiva.


Ecco spiegato l’ordine del conte, d’ora in avanti il viaggio proseguirà sulle onde di un oceano che non c’è. Immaginiamo i sei disgraziati appollaiati sopra una zattera deposta sul suolo di una grotta, cantare canzonette di San Remo, pagaiando a tutta randa nella sabbia, i loro occhi abbacinati vedranno mostri antidiluviani, precipiteranno nel gorgo che segna il centro del mondo, si risveglieranno asciutti su una spiaggia, vedranno precipitare il conte Sak, colpevole di avere mangiato cruda la povera Gertrude, vedranno la perduta Atlantide, spezzeranno il pane raffermo della pace, e poco più in là lo scheletro fossile del conte Sak Primo, steso in terra indicherà con l'ultimo anelito di vita, e la falange, falangina e falangetta del dito indice, la Via per tornare alla superficie. Vedranno la salvezza ostruita da un masso e una borsa di polvere pirica, 1+1=2. Intanto, in superficie, nelle prime ore di un pomeriggio d’estate, sulla sponda messicana del Rio Bravo, nell’estrema periferia di Pilares, Tex Willer e il suo fedele pard, Kit Carson, stanno seguendo alla lettera il consiglio di un loro amico, rinomato medico chirurgo e discreto capitano dell’esercito a cavallo americano, che in una lettera consiglia ai due rangers del Texas di chiedere ad un certo El Morisco chiarimenti sui “funghi sacri”, e mentre sono lì che sostano un po’ perplessi davanti alla porta d’ingresso di un’inquietante abitazione, la bella Esmeralda fa il bagno tutta nuda in un lago che circonda un tempio azteco, nuota in mezzo a coccodrilli sacri, e un discendente di Cortés la guata concupiscente. E il tempo si è cristallizzato, sono tutti fermi, come insetti nell'ambra. Ma Tex, con spirito pratico ed empirico, busserà alla porta, ed ecco Eusebio, lo strano domestico di El Morisco, apparire alla porta con un coltellaccio in una mano e un lucertolone morto nell’altra. Caffè, whisky o tequila? chiederà il buon El Morisco, e sarà subito salotto. Seduti intorno ad un tavolinetto tondo a tre zampe i due pards ascoltano, zitti zitti buoni buoni, la lezione magistrale dello strano naturalista egiziano su peyote, mescalina e funghi sacri, ma Tex come Tommaso dubita, ché è mai possibile che le religioni si affidino alle droghe? e il buon El Morisco gli offre un pezzettino di fungo sacro e Tex parte, come una star del rock, e vola nel cielo degli archetipi, dinosauri, trafitti da frecce scagliate da centauri indiani, danzano attorno ad un tempio azteco, dalla cui sommità si alza nel cielo nero una colonna di luce che si tramuta nel volto del suo antico irriducibile Nemico.

(*) Le quattro immagin sono prese dal film Viaggio al centro della Terra (1959).
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venerdì 5 febbraio 2010

Immagini del Tempo, n. 3 (morning has broken)


Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!

Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.

Umberto Saba

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Immagini del Tempo, n. 2 (topi in soffitta)


A sinistra l’immagine (*) mostra l’interno di una enorme e oscura grotta, situata in un punto imprecisato della crosta terrestre, probabilmente sotto il cratere dello Sneffels Yocul in Islanda, però adesso non andate a cercarla con il filo a piombo. Le persone che giacciono addormentate sul suolo sabbioso della grotta sono i cinque membri interni della spedizione Lindenbrook. Dorme come un sasso, a destra nell’immagine, il professor Oliver Lindenbrook, quando è sveglio è il titolare della cattedra di Geologia Applicata alla Ricerca di un Pertugio per Toccare il Centro della Terra (GARP-tct, corso che dà diritto a sei crediti più 300 punti da spendere nell’acquisto di un cronografo per la registrazione della temperatura del vapore), purtroppo il corso era attivo nell’università di Edimburgo l’anno 1880, l’esame attualmente è riservato ai soli fuori corso. Dorme di un sonno leggero la vedova del professore di Stoccolma, l'esperto in sassi e ladro di idee, Carla Goetaborg. In mezzo dorme l’allievo e assistente del professor Lindenbrook, Alec McEwen e sogna la fidanzata. Ai loro piedi dorme pacificamente il giovanottone dal dente d’oro, Hans Belker di Reykjavik. E sono quattro, il quinto elemento della spedizione non è persona umana ma un’oca, di nome gheertrud. Noi non la vediamo nell’immagine ma c’è. I vecchi paletnologi vi diranno che una cultura è data anche da quello che manca, che non si trova. Vicino al fuoco del focolare dorme una teiera.
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E’ giorno o notte? I tre orologi naturali sono nascosti, nascoste le costellazioni, nascosta la luna, nascosto il sole, che sia mezzogiorno o mezzanotte è solo un problema di ora locale, dell’ora segnata dal cronometro del professore. E l’orologio del professore segna la mezzanotte, dunque la comitiva dorme. Chi non dorme è il conte Saknussen e la sua pavida guida, in alto sopra le teste addormentate della comitiva il conte Sak, zitto zitto chiotto chiotto, passa e trapassa da un sentiero, come ombra di un ladro dai passi felpati, ma non abbastanza da non destare dal sonno leggero uno dei due membri femminili della spedizione (la donna, non l’oca che russa beata in braccio all’islandese dal dente d'oro), che esclama, c’è qualcuno lassù, ho sentito passi, passi umani, il professor Lindenbrook mugugna, è dall’alba dei tempi che le donne sentono passi. Mia moglie sentiva i topi in soffitta, di solito la notte prima di un’importante conferenza. Mi toccava salire di sopra armato di scopa. Ecco, è sufficiente una frase banale, buttata là quasi per caso, e noi siamo prigionieri per sempre di un’immagine del Tempo.
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Come passa il tempo. Entrando da via de’ Calzaioli la piazza era viva e rumorosa, ciarlatani, cantastorie, saltimbanchi, giocatori di prestigio, casotti di burattini, carri con scimmie e cani ammaestrati, venditori di semi, lupini, sapone per le macchie indelebili dell’anima e lumini da notte e per i trapassati (il conte Saknussen e la sua pavida guida), c’erano venditori di rimedi contro ogni dolore, dal mal di denti alla metastasi ossea, e propinatori di unguenti miracolosi e sciroppi per la tosse e il catarro, guardate in un angolo c'è pure l’inventore della coca-cola, e c’era Trentuno, il cavadenti, che estirpava i denti senza scendere da cavallo, se estirpava un dente sano in un baleno era già lontano. I ciarlatani erano di fama mondiale, stavano seduti come monarchi assiri assisi su carrozzoni alti come i primi piani delle case, e guardavano dall’alto in basso i garzoni affacciati da porte di bottega con il muricciolo rialzato da un lato e gli sportelloni verdi coperti di grossi chiodi, loro ricambiavano lo sguardo dal basso in alto. Seminano, i ciarlatani, i sogni sulle lastre di pietra delle strade. E in piazza della Fonte c’era un vecchio ebreo, sempre lo stesso, friggeva le ciambelle, e le vendeva pure ai cristiani, che tagliavano dal Ghetto per affrettare il ritorno a casa, le compravano per i ragazzi che ne erano ghiotti. Case di sette piani, case di nove piani, case di undici piani, case come torri di babele, il Ghetto era un’astronave che affiorava dal centro di Firenze come una rosa del Sahara. Nel 1439 gli ebrei a Firenze erano già settanta (70), e iniziano i problemi, cominciano a dar nell'occhio. I problemi aumentano, e aumentano con gli anni fino a portare alla decisione, irrevocabile e definitiva, di cacciare a pedate nel culo gli ebrei dalla città nel 1495. Il bando è revocato solo nel 1499, ma con una penale e pedaggio di 200.000 fiorini. Cosimo dei Medici, il Grande, importa e copia il modello Ghetto. Cosimo vuole, Cosimo ordina, Cosimo scrive che tutti gli ebrei devono abitare in un solo luogo chiuso, con qualche ora di libera uscita. Sarà il Buontalenti, di nome e di fatto, a ridurre tutte le case di un isolato situato a ridosso del Mercato Vecchio in un solo enorme stabile, murando tutti i vicoli tranne due, sbarrati però da cancellate. In quest’immenso condominio gli ebrei di Firenze andarono ad abitare il 6 dicembre 1571. Un giro intricatissimo di scale metteva in comunicazione le case da un lato all'altro del Ghetto. Un dedalo di corridoi, pianerottoli e abbaini permetteva di salire sui tetti dai quali poi si ridiscendeva per altre scale in altre case e in altre strade. Giravano, i ciechi, le strade di Firenze suonando, chi la chitarra, chi il violino (quest’ultimi erano forse ciechi importati dall'Ungheria?). E cantavano, i ciechi, la storia della Samaritana, di Sansone, di Marziale che nacque con due denti, della ‘Gnora Luna, di Brandano, e della Strage degli Innocenti, e della fuga in Egitto, e del professore che sognava di tornare dietro i banchi di scuola a imparare cose nuove. Ed era un gridare, un vociare continuo di briachi, ortolani, fruttaroli, friggitori, fagiolai, peracottai, cenciaioli che giravano tutta Firenze al grido, Donne chi ha cenci. E da via de’ Calzaioli passava il Manzoni, testa bassa e mani in tasca, e alé inciampava in un sasso, che era sempre lo stesso, giovinastri bruciati se lo tramandavano di generazione in generazione di scioperati, era il sasso di via de’ Calzaioli, lo gettavano in mezzo alla via, e i passanti distratti lo spingevano su e giù per la via, dal Bigallo fino a San Michele, all’inizio dell’Ottocento era un macigno grosso come quello che rincorre Indiana Jones, pian piano si è consumato, oggi è un sassolino, neppure don Abbondio se tornasse in vita e passasse per via de' Calzaioli lo spingerebbe di lato. Ecco in un angolo della soffitta il progetto dell’architetto Leoni per la costruzione di 53 case per i poveri nei pressi della Fortezza (via di Barbano). E’ il 1838. Il Comune metterà il terreno, s’immagina dopo una gran sudata in consiglio comunale, è tutto grasso che cola, infatti, vi nacque un bel quartiere signorile, per i poveri neppure uno stanzino per le scope, ma lo spazio per una bella piazza fu trovato, un giorno sarà piazza dell’Indipendenza, per ora si chiamerà piazza Maria Antonia, da lì, il 27 aprile 1859, partirà il corteo, al grido di Viva l’Indipendenza Italiana. 1839, il Comune installa le gronde sotto i tetti delle case. 1846, primi lampioni a gas, ma tenuti spenti nelle notti di luna piena. Dickens scrive che a Genova le case e le strade mandavano un odore di cacio riscaldato, e a Firenze? Stendhal disteso in terra attende l'arrivo dei volontari della Misericordia, tesse le lodi, "pavimentata a grandi blocchi di pietra bianca di forma irregolare, Firenze è di una pulizia rara, nelle sue vie si respira non so quale straordinario profumo. Se si fa eccezione di qualche borgo olandese, Firenze è forse la città più pulita dell'universo". Stagna nei vicoli il puzzo dei fritti nel lardo e delle acque marce dove hanno cotto i cavoli, le bietole e gli spinaci. Fetore di fogne e di sudore e di spazzature rovistate da cani e gatti che il più sano c’ha la rogna.
Superfetazioni, solo superfetazioni.
Si definisce superfetazione edilizia quella parte aggiunta a un edificio, dopo la sua ultimazione, il cui carattere anomalo sia tale da compromettere la tipologia o da guastare l'aspetto estetico dell'edificio stesso, o anche dell'ambiente circostante. “Dovunque c’era un angolo, uno spazio fra costruzione e costruzione hanno ficcato una casa, che sembra voler cader giù da un momento all’altro. Se c’è un cantuccio, un angolo rientrante nei muri di una chiesa, siete certi di trovarvi una specie di abitazione”. (Dickens, Impressioni d’Italia). Un esempio? Il ponte vecchio.
Modi di dire che oggi non si usa più. I francesi erano soprannominati nuvoloni dai fiorentini della fine del settecento e dei primi anni dell’ottocento. Nel 1799 i francesi piantano a Firenze l’albero della libertà in piazza Nazionale (oggi piazza Signoria), coprono le mura con i loro proclami che iniziano sempre così, Nous voulons, il 9 aprile 1799 furono celebrati 18 matrimoni sotto l’albero della libertà. Alle pulizie delle strade ci pensavano i forzati, legati in coppia con catene; spazzava, il forzato, le strade e portava con sé un non so che di tristezza e pittoresco, perduto per sempre. I passanti, nel sentire dietro l’angolo il rumore delle catene, cambiavano strada, ma solo per non vedere i colori sgargianti delle casacche dei forzati. Rosso, chi doveva scontare mesi o anni. Giallo, i condannati a vita. Oggi nessuno farebbe più caso ai colori.
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Il mondo senza di noi, di Alan Weisman, numero 1 nelle classifiche di vendita americane per diversi mesi, descrive un mondo senza di noi. L’intento è poetico il risultato è prosaico. L’autore parte dalla premessa che per distruggere un fienile è sufficiente fare un buco di un centinaio di centimetri quadrati nel tetto del fienile, e poi stare a guardare, se a bocca aperta non è scritto. Il giorno dopo la scomparsa dell’uomo la natura già prende il sopravvento, senza incentivi, un esile filo d’erba lasciato a sé stesso si trasforma, piano piano, anno dopo anno, in un possente albero che sbriciola il marciapiede, passano gli anni, l’albero cade sulla strada. Il lettore però non si deve aspettare fantasie da dopobomba o dopovirus o da dopolavoro, quando seduti in tram, con gli occhi che si chiudono, vediamo gli alberelli stenti del giardino che ci passa accanto invadere la strada ingombra di auto rosse di ruggine, perché il Saggio è abitato da scienziati seriosi e preoccupati, ma con la barbetta brizzolata, e snelli e giovanili a più di cinquant’anni, e con occhi che disegnano una mezzaluna quando riflettono, che si stringono nelle spalle, e forse si torcono le mani. Un libro che va avanti e indietro, zooma nel passato e poi nel futuro, e non ti lascia il tempo di fantasticare su occhi bianchi sul pianeta Terra e licantropi, e alla fine la tesi che sostiene è che non resterà niente dell’opera terrena di ogni uomo quando sarà scomparso dalla faccia della terra, grazie già si sa.
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E nel 1982 era uscita la traduzione italiana di After Man, a zoology of the future autore Dougal Dixon. La storia splendidamente illustrata della vita sulla Terra 50 milioni di anni dopo la scomparsa dell’uomo. In questa storia l’uomo è come se non fosse mai esistito, i topi di città si sono differenziati in molteplici specie, anche la Statua della Libertà si è dissolta in polvere, non emerge mica dalla sabbia come nel Pianeta delle Scimmie, e se qualche osso e cranio fossile di Homo sapiens sapiens giace sotto i sedimenti, ebbene è muto e paziente almeno quanto il buffone di corte, Yorick. Ma anche il libro si è estinto, non era il numero 1 nelle classifiche di vendita americane, di conseguenza non è stato più ristampato, forse qualche copia fossile si trova su Maremagnum.com, ma non andate a cercarlo con il filo a piombo o con il cronografo alla mano.
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Esperienza straordinaria è la lettura e la visione del volume Firenze 1892-1895, immagini dell'antico centro scomparso di Maria Sframeli (Editore Pagliai Polistampa, 2007). Trecento e più fotografie, scattate fra l'agosto del 1892 e il dicembre del 1895, documentano i palazzi e le case del centro storico prima e durante le demolizioni. E' il centro medioevale di Firenze che viene giù, l'area che si estendeva da via Porta Rossa a via de' Cerretani, da piazza Strozzi e via dei Pescioni a via Calzaioli. Il risanamento dell'antico centro intorno al Mercato Vecchio, compiuto a fine secolo, è lo specchio della volontà della classe borghese di affermare il proprio prestigio. Il mezzo per tale operazione è anche in questo caso quello della speculazione edilizia. Per tamponare i duri giudizi espressi, soprattutto sulla stampa estera, la giunta comunale nel marzo del 1888 nomina una Commissione Storico Archeologica CSA per rilevare e studiare gli edifici della zona da demolire. Ma i rilievi non dovevano in alcun modo ritardare i lavori, così nell'aprile del 1892 viene nominata una Nuova Commissione NCS, con una sfera di competenza che escludendo l'archeologia si estendeva a tutto il territorio comunale, e per ovviare all'impossibilità di misurare gli edifici che scomparivano dalla mattina alla sera la Nuova Commissione avanzò la richiesta di utilizzare lo strumento fotografico. “Una camera oscura per prove 18x24 con soffietto di pelle a cono girevole, otturatore istantaneo e a pose facoltative, treppiede e sacco” (Firenze 1892-1895). Le immagini non sono belle, sono vere, e ferisce la quasi totale assenza di vita, il silenzio assordante del dopo bomba, i cartelli attaccati ai muri annunciano ai rari passanti che il venditore di pesci d'Arno fritti si trasferirà in faccia alle Logge n. 1, così il trasloco del pizzicagnolo, del salumiere, del rosticciere, del fagiolaio, ecc. Pubblicità di cerotti per calli, letti e mobili in ferro vuoto e sagomato, Synger Cycles, pastina diastasata alla pepsina. Muratori posano in bilico su assi appoggiate su scale sospese sul vuoto. Esperti della Commissione immobili ed impettiti. Ragazzini con il cappello in testa, garzoni di bottega, guardano nell'obiettivo del fotografo con sguardi da gatto, un ragazzino visto di profilo è l'esatto opposto del militare petto in fuori e pancia in dentro, ma dove sono andati a finire 'sti tipi alla Huck Finn? E i nomi delle vie? piazza del Vino, piazza delle Cipolle, via delle Ceste, piazza delle Ricotte... ormai era stata imboccata una strada in discesa, si comincia con piazza vittorio emanuele secondo, il monumento al re a cavallo è già al suo posto. Attorno crescono i palazzoni di facciata colmi di banche, uffici, alberghi, assicurazioni; igienici ma scarsi di vita e di cortili. Nelle strade attorno alla piazza a nuova vita restituita la vecchia Firenze muore, muore come un vecchio in un letto d'ospedale un giorno di inizio primavera.
Alec. Prendi nota che un membro della spedizione ha segnalato topi in soffitta. Lights out.
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(*) L’immagine è l’elaborazione con Autostitch di 14 immagini in formato JPG del film Viaggio al centro della Terra (1959).

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mercoledì 3 febbraio 2010

Immagini del Tempo, n. 1 (il prestigiatore)


Siete viaggiatori del Tempo, ché avete vinto al lotto e avete tutto il tempo del mondo, e camminate nella città olandese di Hertogenbosch, qui vive un pittore di nome Hieronymus Bosch, proprio ieri ha terminato di dipingere un quadro che qui riproduciamo in una immagine digitale, il prestigiatore. Un monaco si china sul tavolo per osservare le mani del prestigiatore e capire il trucco, che un trucco c’è, non c’è dubbio, e se dubbio c’è e solo negli occhi di chi guarda e non sa leggere il trucco. Il monaco non si accorge che alle sue spalle un ladro gli sta rubando la borsa che tiene appesa alla vita. Il ladro guarda nel cielo nero le costellazioni. Ehi monaco ti stanno rubando la borsa. Una piccola folla di spettatori pare più attenta e divertita della scenetta del ladro e del monaco che del prestigiatore. Una piccola civetta fa capolino da una bisaccia appesa alla vita del prestigiatore, forse sta per prendere il volo, è sera. E un muro vi toglie il piacere di osservare un paesaggio olandese del Cinquecento, che lo guardate a fare? E’ solo un muro, ma un muro è l'ideale per appendere quadri (e un Picasso è stato venduto ieri sera all'asta per 9 milioni di euro). 1+1=2?
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03/02/2010, 19.26
Stop. Devo rifletterci su :)
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domenica 31 gennaio 2010

Ritornati dalla polvere n. 5 (indice)

Indice analitico dei post che formano una “serie”, per formare una serie sono sufficienti 2 post.
Le serie hot spot sono evidenziate in rosso.

Rileggendo il primo post della prima serie mi sono tolto un peso dalla coscienza (*): errori, distrazioni e refusi, A è il metamanifesto del blog.

A. Orografia di avere (I e II), Eco, Cicognani e un errore capitale di Errorlandia.

B. Un’immagine in fuga (I e II). Sul giudizio e il pregiudizio, che poi è la stessa cosa. "Manifesto" del blog.

C. In attesa dello zio di Andromeda (I - IIIII - IV). Un esempio concreto e misurabile di B, con cani, ragni, mosche e il Voyager Golden Record e gli Alieni.

D. Problem Solving (I e II). La prima immagine del primo post della serie dice tutto il dicibile e l'indicibile, così non sgridate mai un boxer maschio (ché, lapalissianamente ragionando, non è mica una femmina e neppure un labrador), tirerà fuori la punta della lingua e fisserà lo sguardo nella straziante bellezza del creato, assumendo una simpatica espressione ebete tira ceffoni.

E, soprattutto, non cercate mai di convincere un gatto che un’anatra appesa a frollare è un’opera d’arte, un'installazione da contemplare in religioso silenzio e trattenendo il fiato ('ste ca**ate lasciatele a Flash Art).

E. Stanze parallele (IIIIIIIVVVIVIIVIII - IX). Le serie televisive americane degli anni settanta sono a tutt’oggi uniche e irripetibili, e non solo per i soggetti, i dialoghi e gli attori, ma anche per la cura, quasi maniacale, dei particolari, e nella resa magistrale dello spazio scenico. Qui confronto due delle più belle.

F. Curiose applicazioni di Autostitch (IIIIIIIV - V). Autostitch è un software atto a generare immagini panoramiche da foto digitali, ma può essere usato per fermare in un'immagine statica una serie di fotogrammi, catturati e salvati con altri software nel formato JPG, e ottenere informazioni filtrate dalla retorica del regista. Insomma trasformare il cinema, guarda dove ti dico io, in teatro, guarda dove ti pare, sempre se ne sei capace, o più o meno.

G. Wunderkammer (IIIIIIIVVVIVIIVIIIIXX - XI). La realtà delle idee nella filosofia: far le seghe ai fagiani o fuggire dalla finestra?

H. Paese d’Ottobre (IIIIIIIVVVIVII - VIII). Una serie di riflessioni autunnali. e però il vecchio saggio fu accoppato e il cadavere seppellito sotto un pero.

I. Commento a un commento ai Promessi Sposi (IIIIIIIVVVIVII - VIII - ...). Una serie di post dedicati al commento di una serie di note poste a commento in una vecchia edizione dei Promessi Sposi (il post n.6 che credevo datato è ritornato di attualità).

L. Ritornati dalla polvere (IIIIIIIVV - ). Quanto al libro di Michea, esso scomparve, immaginatevi che perdita se fosse stato l'unico esemplare. (J. Saramago).

M. Anabasi di una frase (IIIIIIIV - VVIVII). Tempo fa mi ero occupato delle Wunderkammern presenti nel cinema e in letteratura e avevo proposto una personale classificazione, degna, direi senza falsa modestia, di M il mostro di Dusseldorf, ed ero lì con la testa tutta presa e occupata da fuchi marini pesci che giocano a palla ragni e mosche nel piatto, ingegneri pescivendoli, fiocineri canterini e ceneri di tabacco, per mettere sotto la lente di ingrandimento del mio occhio anabasilico una strana e oscura frase presente in una citazione da un famoso romanzo di Verne. Ho cercato la Via su Google, ma il mistero per me era rimasto intatto… poi l’ho risolto, con in più uno spin-off.

N. Breve ma veridica storia delle religioni (III - IIIIVVVI). Ecco scendere dall’alto l’idea della spingenesi.

O. Anabasi di una parola (IIIIII - IV). Bootleggers, roll your tapes

P. Bestiario (IIIIIIIVVVIVIIVIII - ...). Il bestio è la chiave per uscire dal labirinto, e dunque per uscire da tutte le wunderkammern del mondo.

Q. no free dogs (I - ). …del sole di una stagione di leggerezza infinita e vedi le strade secondarie deserte libere correre i cani senza guinzaglio…

(*) Anticamente con coscienza si intendeva qualcosa di diverso da ciò che si ritiene oggi nell'ambito psicologico e filosofico. Non tutti gli antichi dividevano l'uomo in mente e corpo. Anzi era molto diffusa l'idea (oggi tornata alla ribalta) che l'uomo avesse tre funzioni relativamente indipendenti chiamate "centro intellettivo", "centro motore-istintivo" e "centro emozionale", collocate rispettivamente: in una parte dell'encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale (dove un tempo nell'uomo compariva la coda) e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati "gangli del simpatico e del parasimpatico". Ebbene "coscienza" indicava quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (sapere insieme) che, se raggiunto, permetteva all'uomo di elevare la propria ragione. (Wikipedia).


sabato 30 gennaio 2010

30 gennaio (Bosch Vs Calvin & Hobbes)


Che significa, o Hieronymus Bosch,
quel tuo occhio attonito? Quel pallore
del volto? Come se tu stessi guardando
i lemuri e gli spettri dell'Inferno
svolazzarti davanti. Potrei credere
che ti si siano spalancate la porta
dell'avido Dite e le dimore
del Tartaro poiché la tua destra
ha potuto dipingere tanto bene
tutto quello che il più profondo
recesso dall'Averno contiene.

(Bosch, Lampsonius)

C’è stato un tempo, tanto tempo fa, che non uscivo di casa senza portare in tasca, come un santino benedetto, una immagine di una pittura di Bosch. E, molto più tempo fa, ho anche fatto una mostra di pittura, intitolata Sentieri di Bosch; visitatori forse meno di venti :)

Oggi, se tanto mi da tanto, dovrei portarmi sulle spalle il trittico di Bosch ma in scala 1:1 per tenere a distanza il male, cosa impossibile, vedo bene che è impossibile grazie, preferisco ridere uscendo di casa con in testa una battuta di Calvin & Hobbes.

In una striscia Calvin e Hobbes sono seduti sotto un albero, sicuramente è Estate, nella seconda vignetta Calvin dice, I rutti degli uccelli probabilmente sanno di insetto, nell'ultima vignetta Calvin è rimasto solo sotto l'albero, incredibile ma vero Hobbes è scomparso, Calvin riflette, Nessuno mi paga mai un penny per i miei pensieri. (*)

Ciao.
(*) Bill Watterson, E' un magico mondo (Comix)
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