Capitolo quinto dei Promessi Sposi. Padre Cristoforo è sulla soglia di casa dell’Agnese e se ne sta a testa ritta, quasi all’indietro, punta la fluente barba bianca come spada sguainata, e lo sguardo ardente è adesso corrucciato, guai a voi anime prave, come fosse padre Mapple (Orson Welles) nella predica di Giona ai marinai del Pequod, agli indiani distruttori, ciurma folle di un folle; ma perché quello sguardo e perché quella barba puntata quasi al cielo, perché il frate sente nell’aria che c’è una cattiva nuova, e, infatti, come un medico di famiglia che prima o poi se l’aspettava chiede ad Agnese: “ebbene?”.
[…] Terminata la storia, si coprì il volto con le mani, ed esclamò “o Dio benedetto! fino a quando…”(2) Ma, senza compir la frase, voltandosi di nuovo alle donne: “poverette!” disse: “Dio vi ha visitate.(3) Povera Lucia”
“Non ci abbandonerà, padre?” disse questa, singhiozzando.
“Abbandonarvi!”(4) rispose “E con che faccia potrei io chieder a Dio qualcosa per me, v’avessi abbandonata […]”
(2) fino a quando… E’ sul punto di domandare a Dio come Dante: “Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?”
(3) Dio vi ha visitate. Intendi, con le afflizioni; come per metterle alla prova. E’ frase di tono biblico.
(4) Abbandonarvi! Ecco un esempio di quell’”enfasi solenne” notata poco sopra.
Queste frasi sono come una trappola, ma una trappola che scatta a vuoto. Il topo è salvo e si è mangiato ancora una volta la crosta di formaggio, sempre la vita di gente umile. Scatta a vuoto nella mente di ac, nella mente di padre Cristoforo, nella mente di Manzoni. Chi abbandona chi? Lucia a chi chiede aiuto? A Dio o al suo surrogato terreno? Tradita da una ciofeca di parroco, che a Manzoni è pure simpatico, non esistendo ancora una legge contro lo stalking, parola straniera per dire cose brutte, sconosciute a noi latini (e ovviamente agli svizzeri), povera e dolce Lucia a chi chiedi aiuto? A un cappuccino, al bar. E il frate non trova di meglio che citare Dante e la Bibbia, e pure l'antico testamento e Giobbe, che ormai va in giro da millenni con la giacchetta di un tessuto a trippa di gatto. Dio vi ha visitate. E poi uno diventa orso e neppure risponde al telefono...
1840. Luna nuova di aprile. Intanto che Manzoni si arrampica sugli specchi come un geco, e scrive e riscrive il suo capolavoro (che il suo sugo del sale è tutto lì), sul mare spumeggiante, sotto un cielo azzurro e indifferente, Achab getta per l’ultima volta il suo arpione.
mercoledì 2 dicembre 2009
lunedì 30 novembre 2009
Fine novembre
C’era una volta un attore grandissimo, umano e geniale, ricordo una volta, in un film, recitava per tutti i due o i tre tempi della pellicola con una mano in tasca, la scusa che era monco di una mano, ma intanto eccolo lì che recitava con una mano in tasca, e con una mano in tasca andava in giro per un paese sconosciuto, metteva la benzina nel serbatoio dell'auto e la guidava per strade sterrate, e teneva a bada il cattivo (di turno); e me lo ricordo nei panni di mister Hyde e del dottor Jekyll, c’è voluto il genio di Saramago per trasformare la più bella idea della letteratura, dai tempi di Omero, in scrittura potabile, e poi, ovviamente, Jerry Lewis.
E tornando all'attore lo ricordo in quella scena finale, umile marinaio che sta per essere trascinato sotto acqua da un viluppo di corde e legni e sembra che stia lì che aspetta il turno dal dentista. E lo ricordo avvocato difensore di un maestro eretico, nella scena mentre prende per il culo l’esperto di Bibbia, un altro Grande, del resto.
E ancora poliziotto quasi in pensione che dà un calcio a moglie e figlia, figurativamente parlando che era un Gentleman, e fugge, o almeno ci prova, con la valigia del tesoro stretta stretta, dopo una corsa folle per le strade d’America (e c'è pure Lewis, in un cammeo, che gli passa apposta con l'auto sopra il cappello nuovo) dei grulli di turno.
E se non avete capito di chi parlo allora non avete ancora capito nulla di cinema, come io non ho capito ancora nulla di questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo.
Ben tornato dicembre :)
E tornando all'attore lo ricordo in quella scena finale, umile marinaio che sta per essere trascinato sotto acqua da un viluppo di corde e legni e sembra che stia lì che aspetta il turno dal dentista. E lo ricordo avvocato difensore di un maestro eretico, nella scena mentre prende per il culo l’esperto di Bibbia, un altro Grande, del resto.
E ancora poliziotto quasi in pensione che dà un calcio a moglie e figlia, figurativamente parlando che era un Gentleman, e fugge, o almeno ci prova, con la valigia del tesoro stretta stretta, dopo una corsa folle per le strade d’America (e c'è pure Lewis, in un cammeo, che gli passa apposta con l'auto sopra il cappello nuovo) dei grulli di turno.
E se non avete capito di chi parlo allora non avete ancora capito nulla di cinema, come io non ho capito ancora nulla di questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo.
Ben tornato dicembre :)
domenica 29 novembre 2009
Anabasi di una frase (parte III)
Ladies and Gentlemen, questo è il post di mezzo, chiave di volta, soglia di passaggio, volendo anche il ponte dell’asino, della serie dei post dedicati alla scoperta del significato di una frase misteriosa, copiata da un romanzo di Verne (*), cercherò di capire, e nei limiti del possibile, spiegare cosa ho capito dell’essere citato nella frase colorata in azzurro, e le due cose accadranno in sincronia perfetta, grazie appunto alla sincronicità (così definita da C.G. Jung dopo che cadendo malamente si era rotto un osso di una gamba e fu colpito temporanemente da glossolalia): le dita battono sulla tastiera, la mente s’intrattiene piacevolmente con uno straniero misterioso.
Le oloturie sono piante, animali, virus, batteri o ciottoli levigati dalla corrente di un torrente montano? Questo è il nocciolo del post.
Sicuramente non sono sassi, ma organismi viventi, perché una tradizione culinaria millenaria proibisce, anche al refrattario alle usanze terrestri e tetragono capitano & ingegner Nemo, di cibarsi di sassi.
Gli organismi viventi si ordinano seguendo una struttura gerarchica di classificazione, elaborata, limata e messa a punto nel corso degli ultimi due secoli dalla comunità scientifica
(nell’immagine vedi due esemplari di membri della comunità scientifica), tuttavia il contributo decisivo nel metodo d’ordinamento adoperato si deve ad Aristotele, filosofo greco vissuto più di duemila anni fa. Il metodo aristotelico si basa sulle scelte binarie, vale a dire esistono solo due scelte, due scatole, non esiste una terza scatola. Ad esempio, codesto insetto sulla parete, o possiede le ali o non le possiede. Non le possiede. Bene, o ha sei zampe o ne ha otto. Ne ha otto. Se ne possiede otto non è un insetto, è un ragno… o un gambero, ma sicuramente non è un insetto. E che ci fa un gambero sul muro? Allora è un ragno. Impossibile, è troppo grosso per essere un ragno toscano. Be’, allora non può che essere un gambero mediterraneo, o comunque un crostaceo, perché, come ha detto Sherlock Holmes, eliminato l'impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero. Elementare Watson. Questa frase Holmes nei romanzi non l’ha mai pronunciata, solo nei films, Holmes la ripete ossessivamente, come fosse un mantra nipponico. Semanticamente citando, una pellicola cinematografica ha pari dignità e testimonianza di un testo, e poi i gialli sono stati scritti dal dottor Watson, che non voleva certo essere ricordato dai posteri come l’anello debole e il grullo della coppia. La forza di una catena è data dal suo anello più debole. E questa è la teoria darwiniana dell’evoluzione delle specie, in sintesi.
E via via, dividendo il creato, binariamente parlando, con il metodo aristotelico-holmesiano, potremmo insegnare ad un robot a muoversi e interagire nello spazio antropizzato, così che sarà in grado di porre in essere opposte strategie, se collocato in spazi umani dissimili, ad esempio, l’asettica cucina di un appartamento e la sala dei crostacei del museo zoologico cittadino.
Ora, il solito lettore astioso si ricorderà di aver trovato, un giorno, un millepiedi avvoltolato a palla, mentre sciacquettava il lattughino nell’acquaio del tinello, e legandoselo al dito, l’astio non il millepiedi, me lo farà sicuramente pesare. Va be’, torniamo a capo, cioè alla struttura gerarchica di classificazione, perché devo ancora elencare i livelli della struttura. E questi, in ordine crescente d’inclusione di tipologie d’esseri viventi (che nuotano, volano, radicano, strisciano e zampettano), sono: la specie, il genere, la famiglia, l’ordine, la classe, il phylum e il regno.
Se una sera d’autunno umida e piovigginosa mettiamo una oloturia (si trovano nei negozi specializzati in articoli da viaggio e sport estremi) in un vasetto vuoto di marmellata, la ricopriamo di latte e la lasciamo a mollo tutta la notte, la mattina di poi siatene certi e convinti che non troverete né lo yogurt né il kefir, né tanto meno la birra, ne consegue ed è lampante, non solo per il mite muratorino ma anche per il duro Stardi, che l’oloturia non è un lievito, inoltre nessuna cellula dell’oloturia è in grado di sintetizzare la clorofilla, e quindi non è neppure un particolare tipo di batterio. Adesso affermiamo che non è un batterio in generale e si fa prima, e neanche un virus, questa strana creatura che tuttalpiù è ospite del batterio malato, e ne condiziona il comportamento, così nei cani infetti e si chiama rabbia, così nei fanatici umani e si chiama “eccesso di zelo religioso”. Infine, le cellule dell’oloturia sono separate dall’ambiente da una membrana che consente il passaggio selettivo di sostanze: non sono cellule vegetali. Può un organismo composto di cellule animali (ricordate Aristotele?) essere un vegetale?, sì ma è roba da Fisiologo, come la pecora con il vello d'erba. Basta così, l’oloturia è un animale pluricellulare, e non un vegetale.
Punto e a capo.
Esclusi i vegetali, che stanno lì e non fanno male a nessuno, esclusi anche lieviti, virus e batteri, in materia di grosse bestie, non si può non prendere le mosse dalla fonte tradizionale per eccellenza, quella biblica di Genesi, I. 20-25:
Poi Dio disse: “Producano le acque in abbondanza animali viventi, e volino degli uccelli sopra la terra per l’ampia distesa del cielo”. E Dio creò i grandi animali acquatici e tutti gli esseri viventi che si muovono, i quali le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie, ed ogni volatile secondo la sua specie. E Dio vide che questo era buono. E Dio li benedisse, dicendo: “Crescete, moltiplicate, ed empite le acque dei mari, e moltiplichino gli uccelli sulla terra”. Così fu sera, poi fu mattina: e fu il quinto giorno. Poi Dio disse: “Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie”. E così fu. E Dio fece gli animali selvatici della terra, secondo la loro specie, il bestiame secondo le sue specie, e tutti i rettili della terra, secondo le loro specie. E Dio vide che questo era buono.
Orsù, riprendiamo il metodo aristotelico e chiediamo alla nostra oloturia, dopo averla tolta dal barattolo di marmellata, possiedi o non possiedi le ali per volare? Non ho testa né occhi per guardarti, né orecchie per ascoltare la tua domanda e neppure un apparato vocale adatto per poterti rispondere a tono, in ogni caso, anche se sono fatti personali, rispondo che non ho le ali, e prevedendo la tua prossima domanda oziosa, no, neppure le zampe. Ci sarà, a questo punto del post, qualche lettore un po’ malizioso che esclamerà, sei proprio messa male, mia povera e disgraziata oloturia. Eppure, secondo la teoria dell’evoluzione delle specie anche noi un giorno avevamo forma e stile di vita simili alle attuali oloturie, miti e pacifici strisciavamo sul fondo degli abissi del mare, suzzandone il fango, poveri e nudi, felicemente all’oscuro della superbia degli ingrati eredi.
Secondo il dettato biblico l’oloturia sarebbe un pesce, e correggendo leggermente il tiro si può ipotizzare che un pesce non è ma sicuramente appartiene al phylum degli Echinodermi. Ho saltato qualche passaggio nella dimostrazione. Comunque, gli echinodermi sono animali esclusivamente marini e vivono sui fondali, sono dotati di un endoscheletro calcareo, e sono generalmente ricoperti da protuberanze e aculei. Nel caso particolare, la forma delle oloturie è cilindrica, a barilotto. In condizioni di forte stress ambientale gli echinodermi si autorompono, per esempio espellendo i visceri, rompendo le parti distali del corpo, per esempio le braccia nelle stelle di mare. L’animale tuttavia non muore, mi spezzo ma non mi piego è il motto dell'echinoderma, a meno che non espella i gangli cerebrali, che tutto gli ricresce, felicemente come la coda alla lucertola, meno i gangli. A noi esseri umani, con antenati in comune con il phylum degli Echinodermi, sono rimasti solo i modi di dire, le frasi fatte, basta mi sono rotto, mi spezzo ma non mi piego, ecc.
L’oloturia è comunemente detta cetriolo di mare, e da qui forse per analogia, la conserva di oloturie del cuoco del Nautilus, perché Nemo sente sempre un’imperiosa necessità di imitare pietanze e ricette della terra ferma. Questi cetrioli però aborrono il sole almeno quanto i Testimoni di Geova aborrono la barba, hanno una vita essenzialmente notturna, i cetrioli non i Testimoni che sono attivi essenzialmente la domenica, sono cetriolini by night :) e pare tendenzialmente velenosi, infatti, le abbronzate genti del Pacifico usano fare a pezzi i cetrioli di mare e spremerne il succo nelle pozze delle scogliere per stordire i pesci.
E se così fanno le genti del Pacifico, lo faranno anche i malesi, forse.
Alla prossima puntata per studiare la connessione fra la conserva di oloturie del capitano e i malesi.
(*) Assaggiate tutti questi cibi; ecco una conserva di oloturie che un malese direbbe senza rivali al mondo; ecco una crema di latte fornito dalla mammella dei cetacei, e lo zucchero dei grandi fuchi del mare del Nord, e infine permettetemi di offrirvi marmellata di anemoni che sono migliori dei frutti più saporiti.
J. Verne, Ventimila leghe sotto i mari
Le oloturie sono piante, animali, virus, batteri o ciottoli levigati dalla corrente di un torrente montano? Questo è il nocciolo del post.
Sicuramente non sono sassi, ma organismi viventi, perché una tradizione culinaria millenaria proibisce, anche al refrattario alle usanze terrestri e tetragono capitano & ingegner Nemo, di cibarsi di sassi.
Gli organismi viventi si ordinano seguendo una struttura gerarchica di classificazione, elaborata, limata e messa a punto nel corso degli ultimi due secoli dalla comunità scientifica
(nell’immagine vedi due esemplari di membri della comunità scientifica), tuttavia il contributo decisivo nel metodo d’ordinamento adoperato si deve ad Aristotele, filosofo greco vissuto più di duemila anni fa. Il metodo aristotelico si basa sulle scelte binarie, vale a dire esistono solo due scelte, due scatole, non esiste una terza scatola. Ad esempio, codesto insetto sulla parete, o possiede le ali o non le possiede. Non le possiede. Bene, o ha sei zampe o ne ha otto. Ne ha otto. Se ne possiede otto non è un insetto, è un ragno… o un gambero, ma sicuramente non è un insetto. E che ci fa un gambero sul muro? Allora è un ragno. Impossibile, è troppo grosso per essere un ragno toscano. Be’, allora non può che essere un gambero mediterraneo, o comunque un crostaceo, perché, come ha detto Sherlock Holmes, eliminato l'impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero. Elementare Watson. Questa frase Holmes nei romanzi non l’ha mai pronunciata, solo nei films, Holmes la ripete ossessivamente, come fosse un mantra nipponico. Semanticamente citando, una pellicola cinematografica ha pari dignità e testimonianza di un testo, e poi i gialli sono stati scritti dal dottor Watson, che non voleva certo essere ricordato dai posteri come l’anello debole e il grullo della coppia. La forza di una catena è data dal suo anello più debole. E questa è la teoria darwiniana dell’evoluzione delle specie, in sintesi.E via via, dividendo il creato, binariamente parlando, con il metodo aristotelico-holmesiano, potremmo insegnare ad un robot a muoversi e interagire nello spazio antropizzato, così che sarà in grado di porre in essere opposte strategie, se collocato in spazi umani dissimili, ad esempio, l’asettica cucina di un appartamento e la sala dei crostacei del museo zoologico cittadino.
Ora, il solito lettore astioso si ricorderà di aver trovato, un giorno, un millepiedi avvoltolato a palla, mentre sciacquettava il lattughino nell’acquaio del tinello, e legandoselo al dito, l’astio non il millepiedi, me lo farà sicuramente pesare. Va be’, torniamo a capo, cioè alla struttura gerarchica di classificazione, perché devo ancora elencare i livelli della struttura. E questi, in ordine crescente d’inclusione di tipologie d’esseri viventi (che nuotano, volano, radicano, strisciano e zampettano), sono: la specie, il genere, la famiglia, l’ordine, la classe, il phylum e il regno.
Se una sera d’autunno umida e piovigginosa mettiamo una oloturia (si trovano nei negozi specializzati in articoli da viaggio e sport estremi) in un vasetto vuoto di marmellata, la ricopriamo di latte e la lasciamo a mollo tutta la notte, la mattina di poi siatene certi e convinti che non troverete né lo yogurt né il kefir, né tanto meno la birra, ne consegue ed è lampante, non solo per il mite muratorino ma anche per il duro Stardi, che l’oloturia non è un lievito, inoltre nessuna cellula dell’oloturia è in grado di sintetizzare la clorofilla, e quindi non è neppure un particolare tipo di batterio. Adesso affermiamo che non è un batterio in generale e si fa prima, e neanche un virus, questa strana creatura che tuttalpiù è ospite del batterio malato, e ne condiziona il comportamento, così nei cani infetti e si chiama rabbia, così nei fanatici umani e si chiama “eccesso di zelo religioso”. Infine, le cellule dell’oloturia sono separate dall’ambiente da una membrana che consente il passaggio selettivo di sostanze: non sono cellule vegetali. Può un organismo composto di cellule animali (ricordate Aristotele?) essere un vegetale?, sì ma è roba da Fisiologo, come la pecora con il vello d'erba. Basta così, l’oloturia è un animale pluricellulare, e non un vegetale.
Punto e a capo.
Esclusi i vegetali, che stanno lì e non fanno male a nessuno, esclusi anche lieviti, virus e batteri, in materia di grosse bestie, non si può non prendere le mosse dalla fonte tradizionale per eccellenza, quella biblica di Genesi, I. 20-25:
Poi Dio disse: “Producano le acque in abbondanza animali viventi, e volino degli uccelli sopra la terra per l’ampia distesa del cielo”. E Dio creò i grandi animali acquatici e tutti gli esseri viventi che si muovono, i quali le acque produssero in abbondanza secondo la loro specie, ed ogni volatile secondo la sua specie. E Dio vide che questo era buono. E Dio li benedisse, dicendo: “Crescete, moltiplicate, ed empite le acque dei mari, e moltiplichino gli uccelli sulla terra”. Così fu sera, poi fu mattina: e fu il quinto giorno. Poi Dio disse: “Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici della terra, secondo la loro specie”. E così fu. E Dio fece gli animali selvatici della terra, secondo la loro specie, il bestiame secondo le sue specie, e tutti i rettili della terra, secondo le loro specie. E Dio vide che questo era buono.
Orsù, riprendiamo il metodo aristotelico e chiediamo alla nostra oloturia, dopo averla tolta dal barattolo di marmellata, possiedi o non possiedi le ali per volare? Non ho testa né occhi per guardarti, né orecchie per ascoltare la tua domanda e neppure un apparato vocale adatto per poterti rispondere a tono, in ogni caso, anche se sono fatti personali, rispondo che non ho le ali, e prevedendo la tua prossima domanda oziosa, no, neppure le zampe. Ci sarà, a questo punto del post, qualche lettore un po’ malizioso che esclamerà, sei proprio messa male, mia povera e disgraziata oloturia. Eppure, secondo la teoria dell’evoluzione delle specie anche noi un giorno avevamo forma e stile di vita simili alle attuali oloturie, miti e pacifici strisciavamo sul fondo degli abissi del mare, suzzandone il fango, poveri e nudi, felicemente all’oscuro della superbia degli ingrati eredi.
Secondo il dettato biblico l’oloturia sarebbe un pesce, e correggendo leggermente il tiro si può ipotizzare che un pesce non è ma sicuramente appartiene al phylum degli Echinodermi. Ho saltato qualche passaggio nella dimostrazione. Comunque, gli echinodermi sono animali esclusivamente marini e vivono sui fondali, sono dotati di un endoscheletro calcareo, e sono generalmente ricoperti da protuberanze e aculei. Nel caso particolare, la forma delle oloturie è cilindrica, a barilotto. In condizioni di forte stress ambientale gli echinodermi si autorompono, per esempio espellendo i visceri, rompendo le parti distali del corpo, per esempio le braccia nelle stelle di mare. L’animale tuttavia non muore, mi spezzo ma non mi piego è il motto dell'echinoderma, a meno che non espella i gangli cerebrali, che tutto gli ricresce, felicemente come la coda alla lucertola, meno i gangli. A noi esseri umani, con antenati in comune con il phylum degli Echinodermi, sono rimasti solo i modi di dire, le frasi fatte, basta mi sono rotto, mi spezzo ma non mi piego, ecc.
L’oloturia è comunemente detta cetriolo di mare, e da qui forse per analogia, la conserva di oloturie del cuoco del Nautilus, perché Nemo sente sempre un’imperiosa necessità di imitare pietanze e ricette della terra ferma. Questi cetrioli però aborrono il sole almeno quanto i Testimoni di Geova aborrono la barba, hanno una vita essenzialmente notturna, i cetrioli non i Testimoni che sono attivi essenzialmente la domenica, sono cetriolini by night :) e pare tendenzialmente velenosi, infatti, le abbronzate genti del Pacifico usano fare a pezzi i cetrioli di mare e spremerne il succo nelle pozze delle scogliere per stordire i pesci.
E se così fanno le genti del Pacifico, lo faranno anche i malesi, forse.
Alla prossima puntata per studiare la connessione fra la conserva di oloturie del capitano e i malesi.
(*) Assaggiate tutti questi cibi; ecco una conserva di oloturie che un malese direbbe senza rivali al mondo; ecco una crema di latte fornito dalla mammella dei cetacei, e lo zucchero dei grandi fuchi del mare del Nord, e infine permettetemi di offrirvi marmellata di anemoni che sono migliori dei frutti più saporiti.
J. Verne, Ventimila leghe sotto i mari
venerdì 27 novembre 2009
Breve ma veridica storia delle religioni
La saggezza dei soffitti è infinita, Se sei un soffitto saggio, dammi un'idea, Continua a guardarmi, a volte se ne cava qualcosa.
J. Saramago, Tutti i nomi
Immaginate un dio ludico, che gioca tutto il tempo con le sue creature, con la palla, con la corda, con il gioco del riporto, insegna comandi di obbedienza, siedi, terra, ecc. inventa pure giochi di intelligenza, e le creature scoprono il fuoco, la ruota, l'assegno postdatato, ma poi, poi viene l'estate, il mare e i monti prendono tutta l'attenzione del buon dio, che da buon dio non se la sente di lasciare le creature on the road e le affida alla pensione faraone.
Ovviamente le creature, nella loro limitatezza e finitezza, si sentono abbandonate dal dio, che è solo entrato nella fase oziosa, cioè, evolutivamente parlando, è passato dalla fase autunno-inverno delle prediche logorroiche e dei comandi imperiosi, fai così, scendi di lì, vieni qui, pussa via, e dagli stadi vendicativi e rancorosi, con il fazzoletto pieno di nodi, comunque sempre incombente tra le povere creature, alla fase primavera-estate, smemorato, ozioso e indifferente. E le creature vanno in stress da separazione e solitudine: uggiolano, ululano, raspano a terra, soprattutto scrivono, e alla fine disperati si leccano a vicenda, fino a spellarsi, fino alle piaghe.
E il dio ozioso, a pancia all'aria su una nuvola-amaca, fazzoletto a mo' di bandana in testa (vedi bene che i nodi sono serviti a qualcosa) butta giù uno sguardo distratto alle creature piagate e in guerra e sospira, di nuovo 'ste piaghe d'egitto! Va be', darò la colpa a faraone.
J. Saramago, Tutti i nomi
Immaginate un dio ludico, che gioca tutto il tempo con le sue creature, con la palla, con la corda, con il gioco del riporto, insegna comandi di obbedienza, siedi, terra, ecc. inventa pure giochi di intelligenza, e le creature scoprono il fuoco, la ruota, l'assegno postdatato, ma poi, poi viene l'estate, il mare e i monti prendono tutta l'attenzione del buon dio, che da buon dio non se la sente di lasciare le creature on the road e le affida alla pensione faraone.
Ovviamente le creature, nella loro limitatezza e finitezza, si sentono abbandonate dal dio, che è solo entrato nella fase oziosa, cioè, evolutivamente parlando, è passato dalla fase autunno-inverno delle prediche logorroiche e dei comandi imperiosi, fai così, scendi di lì, vieni qui, pussa via, e dagli stadi vendicativi e rancorosi, con il fazzoletto pieno di nodi, comunque sempre incombente tra le povere creature, alla fase primavera-estate, smemorato, ozioso e indifferente. E le creature vanno in stress da separazione e solitudine: uggiolano, ululano, raspano a terra, soprattutto scrivono, e alla fine disperati si leccano a vicenda, fino a spellarsi, fino alle piaghe.
E il dio ozioso, a pancia all'aria su una nuvola-amaca, fazzoletto a mo' di bandana in testa (vedi bene che i nodi sono serviti a qualcosa) butta giù uno sguardo distratto alle creature piagate e in guerra e sospira, di nuovo 'ste piaghe d'egitto! Va be', darò la colpa a faraone.
giovedì 26 novembre 2009
Anabasi di una frase (parte II, bis)
Nel rileggere il post precedente mi sono accorto che nella fretta di scrivere, e pubblicare senza rileggere, mi sono lasciato andare nel definire il capitano Nemo un postmoderno consumatore di confetture, e ho sbagliato, questa definizione scappa da tutte le parti e tiene come un maglione “a trippa di gatto”, infatti, avevo precedentemente scritto a proposito del capitano: “Nemo è un pazzo fanatico, igienista ossessivo, permaloso e vendicativo, ma ho dimenticato di aggiungere che è anche un Ingegnere (figura professionale tipicamente ottocentesca). Nemo ha lasciato diploma di laurea e terra ferma per vivere come un pesce nel barile del Nautilus, ma alla sua tavola i coltelli hanno la punta stondata. Coltelli da bollito”. (Il bollito dell'ingegner pesce)
Ora, fermo restando la figura professionale tipicamente borghese e ottocentesca dell’ingegner Nemo (che già questo basterebbe a far saltare il coperchio alla definizione), è la presenza dei coltelli con la punta stondata sulla mensa del capitano che pone in contraddizione insanabile i due post (quello del bollito e il precedente); purtroppo non c’è geco che tenga, devo confessare un mio difetto (sono prevenuto), e preferisco pensare a Nemo come un personaggio dell'Ottocento, tristo figuro morlockiano che sceglie la guerra e le macchine, piuttosto come un eloi svagato, immemore e ballerino sulle ancor fumanti macerie delle magnifiche sorti e progressive dell'età moderna e capitalistica, cioè un postmoderno. I coltelli con la punta stondata stanno al postmoderno come Berlusconi sta alla politica: coltelli a punta tonda e Berlusconi vanno solo con il lesso.
Nel prossimo post cercherò di capire cosa sono le oloturie. Piante, animali o virus?
Ora, fermo restando la figura professionale tipicamente borghese e ottocentesca dell’ingegner Nemo (che già questo basterebbe a far saltare il coperchio alla definizione), è la presenza dei coltelli con la punta stondata sulla mensa del capitano che pone in contraddizione insanabile i due post (quello del bollito e il precedente); purtroppo non c’è geco che tenga, devo confessare un mio difetto (sono prevenuto), e preferisco pensare a Nemo come un personaggio dell'Ottocento, tristo figuro morlockiano che sceglie la guerra e le macchine, piuttosto come un eloi svagato, immemore e ballerino sulle ancor fumanti macerie delle magnifiche sorti e progressive dell'età moderna e capitalistica, cioè un postmoderno. I coltelli con la punta stondata stanno al postmoderno come Berlusconi sta alla politica: coltelli a punta tonda e Berlusconi vanno solo con il lesso.
Nel prossimo post cercherò di capire cosa sono le oloturie. Piante, animali o virus?
lunedì 23 novembre 2009
Anabasi di una frase (parte II)
Seconda puntata della serie di post dedicati allo svisceramento di una misteriosa frase tratta da un romanzo di Verne (*).
Ora, rileggendo con più calma la frase (colorata in azzurro), mi sono accorto che il cuoco del capitano Nemo conservava oloturie mentre marmellizzava anemoni (questo succede a chi soffre di quel male che avrà pure un nome, non lo so, ma, tanto per spiegare, è un difetto nella lettura opposto alla dislessia); e questo lo scrivo non tanto per mettere i puntini sulle i o per concludere trionfante il post dichiarando che questo è quanto e che tanto dovevo all’esegesi della frase, visto che sono ancora all’inizio del post, e manco a metà della serie dei post dedicati ecc., ma perché, e questo è importante, una conserva non è necessariamente una marmellata, mentre una marmellata è comunque una conserva (dolce), e andando ancora un po’ più nello specifico devo adesso riferire di quella direttiva europea del 1982 che ci informa che la parola “marmellata” va usata solo per le conserve dolci di agrumi, tutti i restanti frutti, o tutti i frutti esclusi gli agrumi, se conservati con conservanti dolci si devono chiamare “confetture”, e niente più. Già, non esiste sul mercato europeo un singolo barattolo di marmellata di mirtilli, tuttavia esistono milioni di barattoli di confettura di mirtilli.
E' un fatto ormai assodato che il capitano Nemo, vissuto nell'Ottocento, mangiava conserve di oloturie e spalmava su qualche surrogato del pane marmellate di anemoni.
Ma cos’è una conserva? Una conserva è una procedura messa in opera per conservare un alimento fresco e poterlo così mangiare quando la stagione è andata, cioè fuori stagione. Adesso a voler fare il tarlo pignolo dovrei domandare al cuoco del capitano Nemo ma esistono le stagioni in fondo al mare? Ovviamente no, c'è da sospettare che il capitano Nemo sia, sociologicamente parlando, un postmoderno consumatore di alimenti, infatti, noi postmoderni, consumiamo confetture marmellate e conserve a prescindere della stagione. In fondo, evangelicamente citando, nessuno è profeta in patria (Matteo XIII. 57, Marco VI. 4, Luca IV. 24), con quel che segue di diaspore e lingue blateranti e torri di babele.
E che cosa conservano gli esseri umani? Un po’ tutto, ortaggi, frutta, pesci, carne e molluschi, ma anche cadaveri, interi o frammenti di cadaveri; ad esempio la procedura della mummificazione nell’antico Egitto, originata forse dall’osservazione di mummificazioni naturali di animali nella sabbia del deserto, ha generato un numero imprecisato di mummie, che sono conserve non alimentari (e non marmellate, ché la direttiva potrebbe essere retroattiva). Per la parte storica del post ricordo che nell’Ottocento, in Egitto, facevano andare i treni a vapore bruciando le mummie egizie a tutta randa. Purtroppo non le hanno bruciate tutte e quindi il nostro Giacobbo settimanalmente ce ne mostra una, fresca fresca scavata da Zaki Hawass.
La prima conserva alimentare che mi viene in mente è la mai abbastanza esaltata conserva di pomodori. Per conservare i pomodori, sulla terra ferma, è usato il sale, forse il cuoco di Nemo avrà usato il sale marino per conservare le oloturie.
Al prossimo post per capire cosa sono le oloturie. Piante, animali o virus?
(*) Assaggiate tutti questi cibi; ecco una conserva di oloturie che un malese direbbe senza rivali al mondo; ecco una crema di latte fornito dalla mammella dei cetacei, e lo zucchero dei grandi fuchi del mare del Nord, e infine permettetemi di offrirvi marmellata di anemoni che sono migliori dei frutti più saporiti.
J. Verne, Ventimila leghe sotto i mari
Ora, rileggendo con più calma la frase (colorata in azzurro), mi sono accorto che il cuoco del capitano Nemo conservava oloturie mentre marmellizzava anemoni (questo succede a chi soffre di quel male che avrà pure un nome, non lo so, ma, tanto per spiegare, è un difetto nella lettura opposto alla dislessia); e questo lo scrivo non tanto per mettere i puntini sulle i o per concludere trionfante il post dichiarando che questo è quanto e che tanto dovevo all’esegesi della frase, visto che sono ancora all’inizio del post, e manco a metà della serie dei post dedicati ecc., ma perché, e questo è importante, una conserva non è necessariamente una marmellata, mentre una marmellata è comunque una conserva (dolce), e andando ancora un po’ più nello specifico devo adesso riferire di quella direttiva europea del 1982 che ci informa che la parola “marmellata” va usata solo per le conserve dolci di agrumi, tutti i restanti frutti, o tutti i frutti esclusi gli agrumi, se conservati con conservanti dolci si devono chiamare “confetture”, e niente più. Già, non esiste sul mercato europeo un singolo barattolo di marmellata di mirtilli, tuttavia esistono milioni di barattoli di confettura di mirtilli.
E' un fatto ormai assodato che il capitano Nemo, vissuto nell'Ottocento, mangiava conserve di oloturie e spalmava su qualche surrogato del pane marmellate di anemoni.
Ma cos’è una conserva? Una conserva è una procedura messa in opera per conservare un alimento fresco e poterlo così mangiare quando la stagione è andata, cioè fuori stagione. Adesso a voler fare il tarlo pignolo dovrei domandare al cuoco del capitano Nemo ma esistono le stagioni in fondo al mare? Ovviamente no, c'è da sospettare che il capitano Nemo sia, sociologicamente parlando, un postmoderno consumatore di alimenti, infatti, noi postmoderni, consumiamo confetture marmellate e conserve a prescindere della stagione. In fondo, evangelicamente citando, nessuno è profeta in patria (Matteo XIII. 57, Marco VI. 4, Luca IV. 24), con quel che segue di diaspore e lingue blateranti e torri di babele.
E che cosa conservano gli esseri umani? Un po’ tutto, ortaggi, frutta, pesci, carne e molluschi, ma anche cadaveri, interi o frammenti di cadaveri; ad esempio la procedura della mummificazione nell’antico Egitto, originata forse dall’osservazione di mummificazioni naturali di animali nella sabbia del deserto, ha generato un numero imprecisato di mummie, che sono conserve non alimentari (e non marmellate, ché la direttiva potrebbe essere retroattiva). Per la parte storica del post ricordo che nell’Ottocento, in Egitto, facevano andare i treni a vapore bruciando le mummie egizie a tutta randa. Purtroppo non le hanno bruciate tutte e quindi il nostro Giacobbo settimanalmente ce ne mostra una, fresca fresca scavata da Zaki Hawass.
La prima conserva alimentare che mi viene in mente è la mai abbastanza esaltata conserva di pomodori. Per conservare i pomodori, sulla terra ferma, è usato il sale, forse il cuoco di Nemo avrà usato il sale marino per conservare le oloturie.
Al prossimo post per capire cosa sono le oloturie. Piante, animali o virus?
(*) Assaggiate tutti questi cibi; ecco una conserva di oloturie che un malese direbbe senza rivali al mondo; ecco una crema di latte fornito dalla mammella dei cetacei, e lo zucchero dei grandi fuchi del mare del Nord, e infine permettetemi di offrirvi marmellata di anemoni che sono migliori dei frutti più saporiti.
J. Verne, Ventimila leghe sotto i mari
mercoledì 18 novembre 2009
Anabasi di una frase (n.1)
Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve trono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;
e l’occhio riposato intorno mossi…
Dante, Inferno (Canto IV, 1-4)
Tempo fa, mi ero occupato su questo blog delle Wunderkammern presenti nel cinema e in letteratura, e avevo proposto una personale classificazione, degna, direi senza falsa modestia, di M il mostro di Dusseldorf, ed ero lì, in particolare in questo post, con la testa tutta presa e occupata da fuchi marini pesci che giocano a palla ragni e mosche nel piatto ingegneri pescivendoli fiocineri canterini e ceneri di tabacco, per mettere sotto la lente di ingrandimento del mio occhio anabasilico una strana e oscura frase presente in una citazione da un famoso romanzo di Verne. Riporto interamente la citazione, colorando d'azzurro la misteriosa frase:
Quello che credete sia carne, non è altro che filetto di tartaruga marina; ecco un piatto di fegato di delfino, che prenderete per un umido di maiale. Il mio cuoco è molto abile, eccellente per conservare i vari prodotti dell’Oceano. Assaggiate tutti questi cibi; ecco una conserva di oloturie che un malese direbbe senza rivali al mondo; ecco una crema di latte fornito dalla mammella dei cetacei, e lo zucchero dei grandi fuchi del mare del Nord, e infine permettetemi di offrirvi marmellata di anemoni che sono migliori dei frutti più saporiti.
Ho cercato su Google, ma il mistero per me rimane intatto. Ecco una controprova (45.220 risultati trovati, oggi).
Di qualche mistero prima o poi si arriva alla soluzione; tutti sanno, ad esempio, che la cosa nel film La Cosa di Carpenter, è Kurt Russell; guardatelo come sogghigna amaro e cattivo mentre seduto e affranto, accanto alla pira della base polare, dopo che ha passato la bottiglia di whisky, con un frammento dentro della cosa, all’ultimo disgraziato superstite umano (non a caso un nero, ché nei film di fantascienza sono vittime predestinate), che ha bevuto, ignaro.
un greve trono, sì ch’io mi riscossi
come persona ch’è per forza desta;
e l’occhio riposato intorno mossi…
Dante, Inferno (Canto IV, 1-4)
Tempo fa, mi ero occupato su questo blog delle Wunderkammern presenti nel cinema e in letteratura, e avevo proposto una personale classificazione, degna, direi senza falsa modestia, di M il mostro di Dusseldorf, ed ero lì, in particolare in questo post, con la testa tutta presa e occupata da fuchi marini pesci che giocano a palla ragni e mosche nel piatto ingegneri pescivendoli fiocineri canterini e ceneri di tabacco, per mettere sotto la lente di ingrandimento del mio occhio anabasilico una strana e oscura frase presente in una citazione da un famoso romanzo di Verne. Riporto interamente la citazione, colorando d'azzurro la misteriosa frase:
Quello che credete sia carne, non è altro che filetto di tartaruga marina; ecco un piatto di fegato di delfino, che prenderete per un umido di maiale. Il mio cuoco è molto abile, eccellente per conservare i vari prodotti dell’Oceano. Assaggiate tutti questi cibi; ecco una conserva di oloturie che un malese direbbe senza rivali al mondo; ecco una crema di latte fornito dalla mammella dei cetacei, e lo zucchero dei grandi fuchi del mare del Nord, e infine permettetemi di offrirvi marmellata di anemoni che sono migliori dei frutti più saporiti.
Ho cercato su Google, ma il mistero per me rimane intatto. Ecco una controprova (45.220 risultati trovati, oggi).
Di qualche mistero prima o poi si arriva alla soluzione; tutti sanno, ad esempio, che la cosa nel film La Cosa di Carpenter, è Kurt Russell; guardatelo come sogghigna amaro e cattivo mentre seduto e affranto, accanto alla pira della base polare, dopo che ha passato la bottiglia di whisky, con un frammento dentro della cosa, all’ultimo disgraziato superstite umano (non a caso un nero, ché nei film di fantascienza sono vittime predestinate), che ha bevuto, ignaro.

Ma perché diavolo un diavolo di malese pagano dovrebbe, per Verne (e il professore-ameba), essere un esperto mondiale in confetture di frutta noi non lo sappiamo ancora.
Con i prossimi post cercheremo di venirne a capo.
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