mercoledì 26 agosto 2009

Contando bianchi e pesci


In una canzone di Francesco Guccini, l’io narrante, in giro turistico per gli Stati Uniti, entra in un autogrill e subito s’invaghisce della barista. “La ragazza dietro al banco mescolava / birra chiara e seven-up / e il sorriso da fossette e denti / era da pubblicità / come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill / mentre i sogni miei segreti li rombavano via i T.I.R…”. La luce del sole al tramonto colora la scena, ma soprattutto la mente del protagonista, di tenui riflessi rosati. Passa un po’ di tempo e il protagonista della storia sente che qualcosa deve fare, sente che qualcosa deve dire alla ragazza, alla peggio scappare (non con la cassa, con la ragazza).
Be’ uno sfondo musicale non ci starebbe male, pensa, ecco allora che mette un disco nel juke-box, ma per non sentirsi come in una scena di un vecchio film della Fox picchietta con le dita una scatola di tè, seguendo il ritmo. “Ma nel gioco avrei voluto dirle: “senti, / senti, io ti vorrei parlare…” / poi, prendendo la sua mano sopra al banco: / “non so come cominciare, non la vedi, non la tocchi / oggi la malinconia? / non lasciamo che trabocchi, vieni, andiamo, andiamo via…”.
Ma quando è sul punto di pronunciare alla ragazza le parole prima pensate (e dopo averle tradotte dall'italiano all'americano, immagino) ecco che d’improvviso entrano nel locale due persone, una “coppia di sorpresa”. E i riflessi rosati spariscono, sparisce anche la malinconia. Anche il disco del juke-box termina, con un cigolio. Il protagonista, che un minuto prima era lì lì per dichiarare il suo animo romantico ad una ragazza yankee miscelante birra chiara e seven-up, ora alla fine della storia, le lascia un nikel di mancia, conta il resto e se ne va per la sua strada.
Visto il titolo del post e viste le due immagini (che se ne stanno andando anch’esse per la loro strada, portate dal Voyager) vorrei evidenziare l’uso che il protagonista della storia fa del verbo traboccare. Traboccare. Versarsi di liquido da recipiente troppo pieno. Ecco l’immagine. La malinconia che vede e tocca il personaggio della canzone si fa schiuma che trabocca dall’orlo di un bicchiere colmo di birra. Un tentativo di mettersi alla pari con la cultura enologica della barista? Di parlare il suo linguaggio? L’ironia dell’autore che fa capolino tra i versi? Boh. E poi che ne sappiamo di lei a parte il sorriso da sfinge indifferente. Esiste una connessione tra la ragazza sconosciuta dietro al banco dell’autogrill e l’alieno vagamente destinato alla visione delle 115 immagini contenute nel Voyager? Be’ loro non lo sanno ancora (e forse non lo sapranno mai) di essere i destinatari di un sogno ad occhi aperti.
Chiare, fresche e dolci acque minerali (ma povere di sodio) sciabordanti dentro verdi bottiglie di plastica pazienti ed allineate sui banconi degli autogrill, contate e ricontate, come le figure di queste due immagini che un giorno saranno contate e ricontate da inimmaginabili e soprattutto straniti alieni, svanisce nel nulla il vostro recondito significato.

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