venerdì 30 luglio 2010

Il dramma dell'amministratore delegato

Come ho scritto su questo blog da una wunderkammer si può uscire se si scopre al suo interno un bestiario, e che è indubitabile la connessione tra wunderkammer e bestiario, se traduciamo la parola "wunderkammer" in "labirinto". Il labirinto è per definizione il palazzo cretese di Minosse dove, imprigionato al suo centro, era in agguato il Minotauro (bestiario e bestio allo stesso tempo). E cos’è il labirinto cretese se non la razionalizzazione della caverna, luogo per eccellenza delle meraviglie, in fondo alle caverne pitture di animali attendevano il visitatore per meravigliarlo e spaventarlo. Caverna, labirinto, ricerca di un centro, viaggio iniziatico e più che altro fisico alla volta della Terra Santa sulle strade labirintiche del mondo, tra mille meraviglie e mille mostri in agguato, talvolta, per i pigri e troppo indaffarati borghesi che si scaldavano i piedi al sacro fuoco del dio-denaro, era il labirinto, inciso sul pavimento dei consigli di amministrazione, il succedaneo del viaggio come l'orzo del caffè.
Il labirinto era il caos che sognava l’ordine (l'ordine delle wunderkammern), era la ricerca del centro, del nocciolo segreto delle cose. Ma non esistono mappe aggiornate e non esistono nomi. Le strade non hanno nomi. Non esistono procedure per toccare il centro del labirinto: “La via non ha un nome; la Via che ha un nome non è la vera via” (Tao Te Ching). La via per toccare il centro del labirinto (il centro della Terra) non è la stessa per andare a Pistoia o forse sì.

In un pianeta-miniera distante n anni luce dalla Terra dell’anno 2264, abitato da minatori, un ingegnere e un amministratore delegato (in un classico episodio di Star Trek: The Devil in the Dark), pianeta all’apparenza disabitato da forme di vita aliena, improvvisamente un mostro, una creatura dell'oscurità, semina il terrore tra i minatori, l’ingegnere e l’amministratore delegato; terrore che nasce nelle gallerie più profonde del pianeta-miniera e si diffonde fino alle gallerie prossime alla superficie desolata del pianeta. Urge il pronto intervento e il soccorso dell’Enterprise, nei panni del capitano James T. Kirk, del signor Spock e del dottor McCoy. Essi hanno il compito di debellare il mostro che nascondendosi nell’oscurità trasforma i malcapitati minatori in pozzanghere grigie e fumanti, tali e quali a smoccolature di candele, residui carbonizzati e fluidi all'interno di macabre silhouette.

Be', tra un moccolo e l’altro l’amministratore delegato informa i nostri eroi di un dato di fatto: c’è un mostro che si aggira nelle gallerie del pianeta-miniera e deve essere eliminato; ma come ha scritto Cesare Pavese a proposito di Tom Sawyer, “il reale non è un dato, ma una scoperta inesausta”, così il signor Spock, dopo tre anni passati in giro nello spazio profondo, ad incontrare assassini, creature mutaforma, artisti dell’inganno e dello sghignazzo, divinità dell’Olimpo e del deserto, pazzi batteristi, vagabondi e indiani in estate, lui, il signor Spock, nonostante non sia più il ragazzo appena diplomato di umore nero e con gli orecchioni (a punta) eccolo che si meraviglia di una palla appoggiata sulla scrivania dell’amministatore delegato. E chiede cos'è.



Il signor Spock, che avrà tanti difetti (ogni giorno il dottor McCoy gliene scopre uno nuovo) ma non è l’ottavo nano della minera, esclama che la palla "è indubbiamente una curiosità geologica".


La riflessione ad alta voce del vulcaniano suscita un’iperemia congiuntivale all’amministratore delegato, lui che smania per i bigliettoni di carta moneta che svolazzano via dal portafoglio ogni secondo che scatta sul contatore dell’Enterprise, non può sopportare un alieno con le orecchie a punta che si trastulla con una sfera di silicio in mano. L’amministratore delegato sfodera dalla parete dell'ufficio la mappa della miniera: un labirinto di gallerie che traforano uno scrigno di pietre preziose, la mappa del tesoro adesso è un frutto proibito, con un baco all’interno.


Alla fine dell’avventura, dopo che il signor Spock è entrato in contatto empatico con la creatura, che il dottor McCoy ha curato la creatura con impacchi freddi di calcina, che il capitano James T. Kirk si è commosso per la triste storia (sempre della creatura), tante piccole creaturine sgusciate fuori dalle sfere di silicio scavano innumerevoli gallerie per la gioia dei minatori, dell’ingegnere e dell’amministratore delegato che ha impresso nelle pupille il simbolo del dollaro.
Indubbiamente la labirintica miniera è una wunderkammer e la creatura, il mostro dell'oscurità, è il suo bestiario.

lunedì 19 luglio 2010

Di cinema, di wunderkammern e di distopie: un link

Pubblico questa interessante pagina di riflessioni sulla wunderkammer nel cinema di fantascienza, copiata dal sito di Patrizio D'Amico: FantascienzaSenzArte:

Questo particolare spazio espositivo nasce nel Cinquecento in Germania per poi divenire frequente in tutto il mondo occidentale fino al Settecento. Le Wunderkammer erano stanze private create da collezionisti che raccoglievano qualsiasi oggetto destasse stupore in quegli anni, da oggetti naturali ad artefatti umani e opere d'arte, con l'intento di racchiudere il mondo in una stanza. Questi elementi venivano esposti senza un preciso ordine sulle pareti delle Wunderkammer, destando così meraviglia nell'osservatore.

Ho individuato una precisa somiglianza tra questi proto-musei e alcune stanze presenti in Equilibrium e V per Vendetta, con l'aiuto delle descrizioni presenti nelle sceneggiature dei suddetti. Nella trama, questi luoghi hanno lo scopo di risvegliare l'animo dei personaggi e renderli coscienti di cosa l'umanità sta gradualmente perdendo, ovvero il proprio passato e la propria cultura.

Oltre che per una somiglianza visiva, ho accostato le Wunderkammer a questi luoghi nelle distopie anche per la loro funzione di generare meraviglia, e per l'azione di preservazione della cultura umana. Questa seconda tipologia di analisi della Wunderkammer, che esula quindi dalla sua mera composizione di spazio espositivo, mi ha dato modo di individuare una tendenza alla collezione e preservazione della cultura in altri racconti distopici nei quali non è presente, a livello visivo, una vera e propria Wunderkammer. Ad esempio, nel romanzo Il mondo nuovo di A. Huxley, il protagonista della storia proviene da una riserva protetta nella quale gli uomini vengono fatti nascere e crescere senza l'uso dell'ingegneria genetica e senza condizionamenti mentali da parte dello stato, pratiche descritte nella storia come abituali nella formazione degli individui di tutto il mondo. Questa riserva è stata creata e viene mantenuta dal governo per motivi turistici e di studio delle antiche civiltà. Presenta quindi una idea di Wunderkammer. Se si pensa poi che il ragazzo proveniente da questa riserva proverà a mettere in discussione il governo della civiltà moderna, si denota anche la funzione antagonista della Wunderkammer. Ancora, nel finale di Fahrenheit 451 si scopre, con grande sollievo e meraviglia da parte degli spettatori, una comunità di uomini-libro che imparano a memoria i testi, vietati invece nella società, con l'intento di preservare la letteratura e donarla un giorno all'umanità futura. Anche qui questo elemento ha la funzione di Wunderkammer sia per il concetto di meraviglia che la collezione suscita nello spettatore, sia per la funzione di preservare la cultura. Infine, nel film L'esercito delle dodici scimmie, il protagonista rivela una sorta di Wunderkammer all'interno della sua mente, che raccoglie e incamera in maniera disordinata informazioni e immagini provenienti da un passato ormai distrutto. L'intento di andare contro la perdita della cultura è quindi presente anche nei racconti in cui le Wunderkammer appaiono non come vere e proprie stanze ma solo come concetto di preservazione e salvaguardia di un mondo passato.

Ampliando quindi l'idea di Wunderkammer da semplice spazio espositivo a elemento di collezione e memoria, ho cercato di evidenziare come questa caratteristica sia ricorrente nei racconti distopici e giochi un ruolo importante anche nella struttura narrativa della storia.

La Wunderkammer appare nei racconti distopici e di science-fiction forse inconsapevolmente per mano degli stessi autori. Sotto varie forme, questa pratica di collezione mantiene la sua natura di memoria e protezione della cultura, con lo scopo di ribaltare, arrestare o mettere in discussione il destino agghiacciante al quale una distopia condanna l'umanità.


A commento di queste interessanti riflessioni sulla funzione salvifica della wunderkammer riscrivo parte del contenuto di un mio post del 19 gennaio 2010:

Forse da qualche parte, o nel profondo mondo di Internet, è già stato scritto che da una qualunque wunderkammer si può uscire se si scopre al suo interno un “bestiario”, o forse no, non è mai stato scritto né detto né e va da sé (come il moto perpetuo) pensato. E tuttavia è indubitabile la connessione tra wunderkammer e bestiario, se si traduce, con un po' di equilibrismo sul filo, la parola "wunderkammer" in "labirinto". E il labirinto è per definizione il palazzo cretese di Minosse dove, imprigionato al suo centro, era in agguato il Minotauro (bestiario e bestio allo stesso tempo). E cos’è il labirinto cretese se non la razionalizzazione della caverna, luogo per eccellenza delle meraviglie, in fondo alle caverne pitture di animali attendevano il visitatore per meravigliarlo e spaventarlo.
Caverna, tela di ragno, ricerca di un centro, viaggio iniziatico e più che altro fisico alla volta della Terra Santa sulle strade labirintiche del mondo, tra mille meraviglie e mille mostri in agguato, ma talvolta, per i pigri e troppo indaffarati borghesi della parrocchia che si scaldavano i piedi al sacro (sacer?) fuoco della beneficenza, era il labirinto inciso sul pavimento delle cattedrali il surrogato - la ciofeca - del "viaggio reale" (sudore e sangue del prossimo tuo e istantanee per l'Eterno, olé).
Il labirinto è caos che sogna l’ordine (l'ordine, ovviamente, delle wunderkammern), ricerca del centro, del nocciolo delle cose. Ma non esistono mappe, non esistono nomi. Le strade non hanno nomi. Non esistono procedure per toccare il centro del labirinto: “La via non ha un nome; la Via che ha un nome non è la vera via” (Tao Te Ching). La via per toccare il centro del labirinto (il centro della Terra) non è la stessa per andare in Centro o per girare con il carrello tra gli scaffali della Coop, o forse sì.



Quindi non tanto nella wunderkammer c'è la salvezza quanto nella rottura della stessa, nel "bestiario" che fugge dallo zoo - dalle gabbie delle meraviglie messe al sicuro (vedi ad esempio il museo zoologico del Pianeta delle Scimmie) per il visitatore domenicale, e corre libero le strade (come nel film L'esercito delle 12 scimmie o Io sono leggenda).





Ultimo esempio: in un pianeta-specchio della Terra, abitato da bambini (in un classico episodio di Star Trek: Miri) che giocano da trecento anni all'interno di una wunderkammer, cioè l'intero pianeta disabitato dagli adulti, i teletrasportati sembrano fantasmi futuristi in fuga da un quadro di Schifano.

Il capitano Kirk, il signor Spock, il dottor McCoy hanno il compito di debellare il virus (il bestio) che trasforma i bambini sulla soglia della pubertà in mostri, cioè hanno il solito compito di sconfiggere il "bestiario".
Eppure il dottor McCoy è consapevole che la città disabitata "è il più orribile conglomerato di architettura antica che abbia mai visto".



Infatti è una wunderkammer, un po' come la Los Angeles di Occhi bianchi sul pianeta Terra...
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domenica 27 giugno 2010

Bestiario n. 15 (Bluto-brufolo)



Considerate la Vs. scemenza
fatti non foste a viver come Bluto
ma per seguir virtute e conoscenza
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venerdì 25 giugno 2010

Considerate la Vs. scemenza

Stavo aspettando, che il rosso divenisse verde o piaga e denso pus e suppurasse e mai più fosse bianco, fermo in attesa di attraversare la strada, ed ecco che il mio occhio anabasilico era stato catturato dal contenuto di un volantino in parte svolazzante e in parte attaccato con lo scotch a un palo. Oltre al solito fritto misto di email, sito web e associazione di lamentosi queruli sullo stato precario della Fondazione, ecc, il centro dello spazio del foglietto era occupato da una citazione, testuale e stravolta, di due versi della Divina Commedia; questi, estrapolati dal luogo (Inferno) e dal dannato di turno (Ulisse):

Fatti non foste(r)
per viver come bruti
ma per seguir virtute e conoscenza


Il batrace che aveva partorito la spiritosa battuta forse sta ancora ridendo su un sasso del torrente Mugnone. Una mano professorale (forse di un commissario di maturità in pausa pranzo?) dotata di pennarello nero, aveva corretto il “per” in “a”, pur valutando nell’insieme giusto e spiritoso il testo.
Io invece, meno che alla ortografia vorrei pensare un po’ più al senso di “Fatti non foste(r)”; che è una battuta?
Com’è che provo sempre più affinità con il mio cane boxer che la mattina alle 6 si sveglia e canta, cioè gioca con la palla di corda nuova, la prende in bocca e la fa saltare in aria e poi... basta, il gioco è tutto lì, non è difficile, si deve solo provare, provare e provare (un po' come scrivere). Scusate, se il gioco vi sembrerà puerile e da poco, ma almeno (il cane) non se ne sta a gonfiarsi di sé su un sasso del torrente Mugnone o dietro una cattedra. Ma, probabilmente, i casi personali non convincono né commuovono il lettore distratto e occasionale e dunque non resta che citare il maestro…

Tutte le volte che a questi viene presentato qualcuno di nome Terry, essi brillano come il sole che spunta improvvisamente da dietro una nuvola e dicono: “Non voglio farti niente, non essere così terrificato!” e poi quasi muoiono dal ridere starnazzando per quel piccolo uovo marcio che hanno covato. Perché non viene loro in mente che in realtà Terry lo ha visto deporre tutti i giorni da quando è nato? Twain… Twain… come era il suo nome? Mike, penso fosse Mike, ma è passato tanto tempo, secoli da quando ne sentivo parlare in quel mondo quasi dimenticato in cui abitavo; lessi anche i suoi libri ma non ricordo di cosa parlassero, dunque… no, non era uno scrittore, era un pittore o agricoltore… agri… si era un agricoltore. Me lo ricordo perfettamente adesso. […] una volta […] gli fu presentato uno straniero che, splendente come il sole che spunta da dietro una nuvola, esclamò: “Aha! Ah-ah-ah! Se un uomo ti chiede di andare con lui per un miglio, va’ con lui, Twain!”

Ovvio, è Mark Twain (“3000 anni fra i microbi”, 1906, ed. Feltrinelli), un secolo prima di Eugenio Scalfari e la fine dell'ETA’ MODERNA, e - soprattutto - qualche anno avanti all’Ulisse di Joyce.
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domenica 23 maggio 2010

Commento a un commento ai PS (n. 10)

Uscite dalla fanga et io farò di voi un'Armata (veloce) et ardita

Ventinovesima nota del capitolo XI: Renzo esce dalla fanga e si fa ardito (ma ancora non lo sa).

[...] La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca. A que’ passi, un piccol sentiero erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta una strada ne’ campi. Renzo salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, (29) dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. [...]

(29) e si fermò su due piedi. Renzo non avrebbe saputo analizzare le sue impressioni alla vista improvvisa di quella gran mole, di “quell’ottava meraviglia” del mondo, ma contemplandola dimenticò tutti i suoi guai, e questo dice tutto. Ci tornano a mente quei vecchi troiani che dimenticarono tutti i loro guai alla vista d’Elena la bellissima.

Notare l'allusione del Manzoni al vecchio nome del protagonista maschile del romanzo, e cioè Fermo (probabilmente il M. era sempre lì con il bianchetto in mano, cambio o non cambio, quasi quasi ti ribattezzo Renzo in Fermo e cancello tutti i Renzo che ho scritto qua e là, ohi ohi, no! che sono già all’undicesimo capitolo).
Manzoni scriveva in italiano, anzi in toscano, forse in fiorentino, ma per l’anonimo commentatore (ac) il Manzoni (che forse si illudeva di pensare in milanese) pensava in greco antico, e ciò visto l’ardito paragone tra il duomo di Milano e l’Elena la bellissima. E proseguendo nella lettura - con la nota ventinovesima alla mano - una domanda sorge spontanea: che se Renzo è come un vecchio troiano e di quella ottava meraviglia ne aveva sentito parlare fin da bambino, o quante primavere aveva visto allora l’Elena la bellissima?!

Ma infine haberemo castella, ricchezze et bianche femmine dalle grandi puppe!
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domenica 16 maggio 2010

CEIsAAA, VIII

Se hai figlie femmine sei fortunato, se hai figli maschi sei disgraziato. L’imperatore tutti li vuole a costruire la Grande Muraglia. Non ne vedi le fondamenta, vedi solo biancheggiare ossa di morti. Così recita una antica canzone dedicata a Qin Shihuangdi, colui che, unificata la Cina, assunse il titolo di imperatore (il numero uno), ovviamente della Cina. Strano ma vero, Qin Shihuangdi non fu amato dai contemporanei. Eppure fece un sacco di cose: creò la guardia civile, unificò pesi e misure, battè moneta, uniformò la scrittura, costruì reti di canali e strade; come i faraoni era ossessionato dalla morte, appena salito al trono era già lì che progettava la sua tomba. Una vera fissazione. Fonti cinesi narrano che la tomba del primo imperatore era come una città sotterranea, con case giardini e negozi, campi sportivi e parcheggi per i carri, la città era attraversata da due fiumi di mercurio. Una tomba leggendaria che probabilmente non è mai esistita. Ma che c’entra Qin Shihuangdi con i nostri amati studi di storia dell’Asia Anteriore Antica? Ebbene, questa premessa era necessaria per presentare un eroe leggendario, forse il primo re di Orzowei, un sovrano che ben duemila anni prima del primo imperatore della Cina, si agitava giorno e notte per lasciare ai posteri un ricordo indelebile, il leggendario Berlumesc. E’ vero, l’epos lo raffigura come un tiranno che sottopose a lavoro forzato tutti i suoi sudditi nella costruzione delle ciclopiche mura che circondavano la favolosa città scomparsa, riscoperta negli anni trenta, scavando nel sito di Favbrillhà. La capitale di un regno scomparso e misterioso, fino al fatidico giorno in cui O.K. Allright riempì il nostro animo di stupore identificando il sito di Favbrillhà con la capitale del regno di Orzowei (1). Quel giorno tutti i pesci salirono a galla e finirono nella rete del grande filologo orientalista, così che le tavolette di Favbrillhà potevano risplendere di luce propria, illuminando, con una corrispondenza sia interna sia esterna, un apparato statale formidabile, che trattava da pari a pari con le potenze del tempo, compreso l’Egitto del misterioso faraone Pupo I, dalla vita lunghissima e dal regno, se fosse possibile, ancora più lungo: si stima un centinaio di anni o forse più. Purtroppo non è più fra noi il nostro carissimo collega Arne Otto Saknussen, perdutosi – prematuramente - tra le nevi del Tibet la scorsa estate, ché (potremo mai scordare la sua voce chioccia?) l’avremmo già visto balzare su, urlante una domanda (che non essendo mai stata formulata mai avrà una risposta) e cioè come si spiega una così lunga vita in tempi in cui l’igiene era un optional e non esisteva ancora la medicina ufficiale?
Nel 193* la stampa mondiale potè dare notizia che nell’archivio di Favbrillhà era stata scoperta una tavoletta contenente l’epopea di Berlumesc, ma, data la cronica scarsità degli addetti ai lavori, nel campo dell’orzoweiologia, sono passati troppi anni prima che se ne sia potuto ricavare un barlume di interpretazione, e ne passeranno altrettanti, temo, prima di poter procedere ad una doverosa pubblicazione organica ed esaustiva su queste pagine. Ma un egregio esempio di lettura della tavoletta, ci viene offerto dal lavoro del Socio Silver S. Spikspan.

Come gli antichi scribi riuscissero a fare entrare in una tavoletta, per la precisione la tavoletta 313.c dell’Archivio orientale di Favbrillhà (una tavoletta del formato di un francobollo), un intero inno, è una questione tuttora da risolvere. Si ipotizza che nel III millennio precristiano lo scriba palatino utilizzasse lenti di ingrandimento (è un fatto assodato che le lenti di ingrandimento erano vendute nelle mesticherie come utensili per accendere il fuoco) per leggere i segni incisi sulla tavoletta, fortuna vuole che le tavolette erano di argilla e non di cera. Be’ chi era Berlumesc? Noi non lo sappiamo, anche se sospettiamo che sia stato il primo re della dinastia dei re di Orzowei. L’epopea inizia con un peana e un lamento alla luna, Berlumesc è presentato come un despota che rincorre le fanciulle ed infligge agli uomini lavori estenuanti:

Cantami o Luna, di Berlumesc la risata funesta,
tutte le cose prese e ci lasciò una lisca.
(*)
Egli con occhio neghittoso vide ciò che era segreto,
con occhio voglioso scoprì ciò che era celato,
non lasciò in pace né vecchi né bimbi,
tutti li volle sotto, a macinare orzo, per farsi la birra,
la sera ebbro raccontava, a Skakajolo, storie di prima del diluvio.
Egli rincorse diecimila fanciulle, tremila pecore e un fagiano,
finché stremato, perse i capelli e trovò la pace,
fece incidere tutte le sue fatiche su una tavoletta di argilla: codesta!
(ma “codesta” non lo scrivere, o scriba maldestro!).
Egli fece costruire le mura di Orzo-il fienile,
e del santo Orzo-il covile, dove custodiva sacri tesori.
Mira le mura dai fregi intrecciati come lana caprina.
Calpesta la soglia a gradini di età antica.
Sali sopra le mura di Orzo-il fienile e percorrile in tondo.
Assaggia le fondazioni, annusa la base di mattoni.
Non furono le sue pizze davvero cotte in un forno a legna?


Berlumesc è uno strano miscuglio di Davide e Golia, un gigante astuto, con una copiosa chioma corvina e riccioluta, e una gran barba nera che arriva fino all’ombelico, l’eroe ha un timbro di voce che sembra un tuono in aperta campagna, ed è dotato di una grande parlantina:

Berlumesc, alto, logorroico e terribile,
che aprì passi nelle montagne tirando una ciabatta,
che scavò pozzi con i denti sui fianchi delle montagne,
che attraversò il grande mare aperto e non si bagnò le ginocchia;
che esplorò il mondo alla ricerca della brillantezza (eterna).
Chi potrà eguagliare il suo portamento regale (già chi?),
e dire come Berlumesc con voce di tuono in aperta campagna: « Io sono unto»?
Berlumesc era destinato alla fama dalla nascita:
per 3/4 è dio, per 1/3 uomo, per 2/8 è un mistero tremendo.
Fu il Sole a disegnarne la forma,
e l'acconciatura dei capelli fluenti, e la barba nera fino all’ombelico, e l'aspetto radioso, e...


lacuna

Gli abitanti supplicano la dea Luna, e la Luna ci pensa un po’ su e decide di creare Skakajolo, un essere mostruoso, un idiota di proporzioni gigantesche, un gigante ottuso e ignorante ma forse capace di affrontare e vincere Berlumesc:

Tutto il suo corpo è ricoperto di peli rossi,
i capelli del suo capo crescono come orzo.
Ma non conosce la birra né le leggi del suo paese;
egli è vestito come un venditore di almanacchi dell’anno passato,
egli è calzato come la serpe del fosso riarso.
Con le capre egli bruca l'erba,
con i bovi beve nelle pozze d'acqua,
con i gatti gioca a nascondino.
E’ acclarato che è un povero tapino.
Egli non ha un riparo, si bagna la zucca quando piove.
La Luna protegge e difende i suoi interessi
[ ]

I due eroi si affrontano in aperta campagna, dunque fuori le mura di Orzo-il fienile. Berlumesc vince, ma prova subito dopo una calda amicizia per il povero gigante disgraziato e ne fa il proprio maggiordomo di palazzo. Lasciato il palazzo nelle mani capaci di Skakajolo, d’ora innanzi Berlumesc prodigherà il suo indomito vigore in opere pie ed imprese eroiche, come abbattere una intera foresta di cedri, uccidere il toro sacro della dea Luna, disegnare sulla sabbia reti di canali e di strade, ecc. Mentre Berlumesc è alle prese con le sue eroiche imprese, il clero invidioso, del tempio Orzo-il covile, convince Skakajolo dell’approssimarsi di una terrificante tempesta e di un diluvio universale. Skakajolo fugge atterrito nel bosco, regredendo ben presto ad una semplice vita pastorale. Infatti, a questo punto del poema, c’è una lunga digressione sui tentativi infruttuosi di Skakajolo di convincere il dio Lira a sostituire il suo strumento musicale con uno zufolo, o ciufolo, dal latino sibilus, sibilo; ma la divinità s’infuria e trasforma Skakajolo in un piccione bianco (da qui l’origine dei piccioni skakaioli). Gli dèi esaudiscono la falsa profezia del clero del tempio Orzo-il covile e una terrificante tempesta si scatena sulla terra, e la terra è inondata: tutta l’umanità è ridiventata argilla, cioè quasi tutta, si salvano Berlumesc, una dozzina di fanciulle, tre pecore e un fagiano. Spunta l’arcobaleno e improvvisamente Berlumesc perde i capelli, ma non si rassegna all’evidenza e prende a lamentarsi:

Che fare, dove andare?
Un demone ha preso possesso della mia testa;
capelli
[ ] cuscino [ ]
capelli
[ ] pettine [ ]
capelli
[ ] zuppa [ ]
capelli ovunque io vada
[ ]
capelli [ ]

lacuna

Un mago locale impietositosi del lamento del sovrano regala all’eroe la “pianta della brillantezza”; tutto felice l’eroe, con la piantina stretta nel pugno, si dirige fischiettando verso Orzo-il fienile, saltellando come una capretta in primavera e cantando strofe licenziose, accompagnandosi col liuto. Ma arrivato ad uno stagno, tutto accaldato, non esita a buttarsi dentro, e una biscia, attratta dal profumo della pianta, esce dall’acqua, mangia la piantina e si ricopre di peli. Berlumesc definitivamente sconfitto, arriva, singhiozzando amaramente, alla città deserta. E invita il mago locale (che lo ha seguito tenendosi a distanza) a salire sulle mura della città per ammirarne le fondamenta… A questo punto il testo si interrompe bruscamente, perché la tavoletta 313.c purtroppo è spezzata in basso a sinistra. (2)

(*) Berlumesc fondatore della lingua orzoweiana classica?

(1) Atti dell’Assemblea di Primavera dei Soci Fondatori, tenuta nella soffitta della sede distaccata, di New Bedford, della Pierpont Morgan Library, il 1 marzo 1944.
(2) Un Gilgameš a Orzowei?, Nota del Socio Silver S. Spikspan, presentata dal Socio C. Pancalakaprakampa, nella seduta del 28 febbraio 1954. Estratto dal vol. I, 1° sem., fasc. 1, dei "Rendiconti della Accademia degli Orzoweiani".

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martedì 11 maggio 2010

no free dogs (errata vision)

Posto questo frammento della Coscienza di Zeno di Svevo, come prova che in piena età moderna Svevo era già oltre il post-moderno:

E il dottore registrava. Diceva: «Abbiamo avuto questo, abbiamo avuto quello». In verità, noi non avevamo piú che dei segni grafici, degli scheletri d'immagini.
Fui indotto a credere che si trattasse di una rievocazione della mia infanzia perché la prima delle immagini mi pose in un'epoca relativamente recente di cui avevo conservato anche prima un pallido ricordo ch'essa parve confermare. C'è stato un anno nella mia vita in cui io andavo a scuola e mio fratello non ancora. E pareva fosse appartenuta a quell'anno l'ora che rievocai. Io mi vidi uscire dalla mia villa una mattina soleggiata di primavera, passare per il nostro giardino per scendere in città, giú, giú, tenuto per mano da una nostra vecchia fantesca, Catina. Mio fratello nella scena che sognai non appariva, ma ne era l'eroe. Io lo sentivo in casa libero e felice mentre io andavo a scuola. Vi andavo coi singhiozzi nella gola, il passo riluttante e, nell'animo, un intenso rancore. Io non vidi che una di quelle passeggiate alla scuola, ma il rancore nel mio animo mi diceva che ogni giorno io andavo a scuola ed ogni giorno mio fratello restava a casa. All'infinito, mentre in verità credo che, dopo non lungo tempo, mio fratello piú giovine di me di un anno solo, sia andato a scuola anche lui. Ma allora la verità del sogno mi parve indiscutibile: io ero condannato ad andare sempre a scuola mentre mio fratello aveva il permesso di restare a casa. Camminando a canto a Catina calcolavo la durata della tortura: fino a mezzodí! Mentre lui è a casa! E ricordavo anche che nei giorni precedenti dovevo essere stato turbato a scuola da minaccie e rampogne e che io avevo pensato anche allora: a lui non possono toccare. Era stata una visione di un'evidenza enorme. Catina che io avevo conosciuta piccola, m'era parsa grande, certamente perché io ero tanto piccolo. Vecchissima m'era sembrata anche allora, ma si sa che i giovanissimi vedono sempre vecchi gli anziani. E sulla via che io dovevo percorrere per andare a scuola, scorsi anche i colonnini strani che arginavano in quel tempo i marciapiedi della nostra città. Vero è che io nacqui abbastanza presto per vedere ancora da adulto quei colonnini nelle nostre vie centriche. Ma nella via che io con Catina quel giorno percorsi, non ci furono piú non appena io uscii dall'infanzia.
La fede nell'autenticità di quelle immagini perdurò nel mio animo anche quando, presto, stimolata da quel sogno, la mia fredda memoria scoperse altri particolari di quell'epoca. Il principale: anche mio fratello invidiava me perché io andavo a scuola. Ero sicuro d'essermene avvisto, ma non subito ciò bastò ad infirmare la verità del sogno. Piú tardi gli tolse ogni aspetto di verità: la gelosia in realtà c'era stata, ma nel sogno era stata spostata.
La seconda visione mi riportò anch'essa ad un'epoca recente, benché anteriore di molto a quella della prima: una stanza della mia villa, ma non so quale, perché piú vasta di qualunque altra che vi è realmente. È strano che io mi vedevo chiuso in quella stanza e che subito ne seppi un particolare che dalla semplice visione non poteva essere risultato: la stanza era lontana dal posto ove allora soggiornavano mia madre e Catina.
Ed un secondo: io ancora non sono stato a scuola.
La stanza era tutta bianca ed anzi io non vidi giammai una stanza tanto bianca né tanto completamente illuminata dal sole. Il sole di allora passava traverso le pareti? Esso era certamente già alto, ma io mi trovavo tuttavia nel mio letto con in mano una tazza da cui avevo sorbito tutto il caffelatte e nella quale continuavo a lavorare con un cucchiaino traendone lo zucchero. Ad un certo punto il cucchiaio non arrivò piú a raccoglierne altro ed allora io tentai di arrivare al fondo della tazza con la mia lingua. Ma non vi riuscii. Perciò finii col tenere la tazza in una mano e il cucchiaio nell'altra e stetti a guardare mio fratello coricato nel letto accanto al mio come, tardivo, stava ancora sorbendo il caffè col naso nella tazza. Quando levò finalmente la faccia, io la vidi tutta come si contrasse ai raggi del sole che la colpirono in pieno mentre la mia (Dio ne sa il perché) si trovava nell'ombra. Il suo viso era pallido ed un poco imbruttito da un lieve prognatismo. Mi disse:
- Mi presti il tuo cucchiaio?
Allora appena m'avvidi che Catina aveva dimenticato di portargli il cucchiaio. Subito e senz'alcuna esitazione gli risposi:
- Sí! Se mi dài in compenso un poco del tuo zucchero.
Tenni in alto il cucchiaio per farne rilevare il valore. Ma subito la voce di Catina risuonò nella stanza:
- Vergogna! Strozzino!
Lo spavento e la vergogna mi fecero ripiombare nel presente. Avrei voluto discutere con Catina, ma lei, mio fratello ed io, come ero fatto allora, piccolo, innocente e strozzino, sparimmo ripiombando nell'abisso.
Rimpiansi di aver sentita tanto forte quella vergogna da aver distrutta l'immagine cui ero arrivato con tanta fatica. Avrei fatto tanto bene di offrire invece mitemente e gratis il cucchiaino e non discutere quella mia mala azione ch'era probabilmente la prima che avessi commessa. Forse Catina avrebbe invocato l'ausilio di mia madre per infliggermi una punizione ed io finalmente l'avrei rivista.


La coscienza futura sarà come la coda del cane... o di un opossum :)
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lunedì 10 maggio 2010

CEIsAAA, VII

In numerose lettere provenienti dall’archivio di Favbrillhà, soprattutto dell’ambito della corrispondenza interna, si ritrovano al termine della tavoletta dei post scripta, separati dalla lettera principale da due linee orizzontali ben evidenziate.
Il Socio C. Pancalakaprakampa ha chiaramente dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che questo tipo particolare di corrispondenza si svolge fra scribi di palazzo, ma purtroppo questo mondo non è un mondo perfetto, e il professor Pio de Pio ha sostenuto con un’energia inversamente proporzionale alla sua intelligenza che tale corrispondenza privatizia “potrebbe non essere da attribuire a scribi di palazzo bensì a personaggi della nobiltà locale, proprietari di fondi e feudi” (1), riscuotendo un immeritato ma largo credito nella stampa più popolare (quella a fumetti), tanto che il Socio C. Pancalakaprakampa ha definito l'interpretazione del de Pio una "idea completamente sbagliata e tuttavia largamente diffusa".
Si tratta per lo più di saluti, rivolti dallo scriba del mittente allo scriba dell’altra cancelleria; talvolta però da questi post scripta si possono ricavare notizie utili sulle altre funzioni attribuite agli scribi, oltre a notizie sull’ordinamento interno della categoria, grazie ad una attenta disamina del formulario ivi contenuto. Con riferimento al primo caso ci sembrano degni di attenzione due post scripta provenienti dall’archivio di Favbrillhà, che mostrano come probabilmente gli scribi potessero avere accesso all’amministrazione del Palazzo di Favbrillhà:

Così parla Ululì,
A Uzzubombo, mio caro cugino, dì!
Fino a te possa essere tutto in ordine.
Gli dèi possano proteggere la tua buona salute.
Ehm, Ululà mi ha promesso un bue.
Ora, il mio caro cugino lo tiene legato lì.
Lascialo uscire.
Mandamelo.
Possano gli dèi avere pietà di te.

E il secondo post scripta, sempre indirizzato a Uzzubombo, lo scriba più importante del luogo che risulta avere anche una residenza a Favbrillhà (con vista panoramica sull’acropoli templare), recita così:

Così parla Ululà,
A Uzzubombo, mio caro cugino, dì!
Mandami quel bue che mi hai promesso.
Che l’ho promesso a quel rompitavolette di Ululì (per un debito a conchino).
Lascialo uscire!
Mandamelo!
E non scrivere più che c’hai fatto il lesso!
Che se dovessi acclarare che il bue è andato dal Grande Nonno nel campo di segale... (?)
allora che gli dèi possano avere pietà di te.

Come possiamo facilmente arguire, in questo caso, Uzzubombo ha la possibilità di inviare i doni sia promessi da lui stesso, che da un suo superiore, Ululà. Doni che almeno in un caso ha abilmente sottratto al legittimo destinario con una misteriosa trasformazione alchemica.
Fuori dubbio che gli scribi avessero funzioni più importanti del banale leggere e del triviale scrivere, essi erano: auguri; addestratori di piccioni viaggiatori; maestri nelle arti metallurgiche, già ai tempi del funzionario di palazzo Karciuphinu e del vecchio sovrano Shuppipandira'hinukhaliya; esperti conoscitori di ignote procedure alchemiche nella trasformazione di metalli ferrosi in oro. In effetti, la parola orzoweiana UzzU significa con qualche approssimazione "bue”, ma con l’aggiunta del suffisso -bo si legge, a seconda del contesto della frase, “lesso” o “oro” o “tangente”. Volendo fare un po’ di gossip si potrebbe tradurre il nome dello scriba Uzzubombo in “vecchio bue che defeca oro”.
Anche fra scribi esisteva disparità di rango e parità, sia dovuta alla loro posizione all’interno della scuola scribale sia a motivi di anzianità, Uzzubombo era uno dei più vecchi scribi del periodo in esame, infatti è apostrofato con l’epiteto di cugino. L’uso di epiteti familiari (pischello, zio, cugino) è teoricamente frequente all’interno del formulario di saluto nell’archivio di Favbrillhà, ma “cugino” è l’unico che si ritrova effettivamente, almeno nei post scripta dell’archivio di Favbrillhà. (2)

(1) Atti dell’Assemblea di Primavera dei Soci Fondatori, tenuta nella soffitta della sede distaccata, di Pontito (Pescia), della Pierpont Morgan Library, il 1 marzo 1948.
(2) Post scripta, Nota del prof. O.K. Allright, presentata dal Socio Silver S. Spikspan, nella seduta del 10 maggio 1954. Estratto dal vol. I, 1° sem., fasc. 3, dei "Rendiconti della Accademia degli Orzoweiani".
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venerdì 7 maggio 2010

errata vision

Ieri: Berlusconi: chi vota a sinistra è un coglione.

Oggi: Scajola: appartamento con vista su grazioso rudere romano di 180 mq (l'appartamento, non il rudere romano), comprato a poco più di 3000 Euro al mq. Io ci (gli) credo al povero ex ministro, che mica la vista era sulla casa di Totti, che altrimenti il povero ministro, ex, ne avrebbe spesi e volentieri il doppio.

Commento a un commento ai PS (n. 9)

Uscite dalla fanga et io farò di voi un'Armata ardita

Esiste una patologia che fa sì che allo specchio si veda un mostro? Be' intanto con questo post continuo una serie di post dedicati al commento di una serie di note poste a commento a una vecchia edizione dei Promessi Sposi (PS). Il libro, comprato nel lontano 1997 è una ristampa di una vecchia edizione, commentata quasi virgola per virgola da un petulante e anonimo commentatore, probabilmente vivente e operante nella prima metà del secolo scorso.
Come dire, un modo come un altro per (a) consumare la vista: i caratteri che compongono le note di commento sono assai minuti; (b) rileggere i PS; (c) capire perché professori di scuola superiore invitano alla compera di PS che costano una sassata perché contengono almeno 10.000 note.

Piccola legenda alla lettura dei post:
[…] testo dei PS […]
(x) commento dell’anonimo commentatore

Da dove si continua? Ovvio, dalla terza nota del capitolo XI, cioè dal soliloquio di don Rodrigo.

[...] In quanto ai sospetti, - pensava, - me ne rido. Vorrei un po’ sapere chi sarà quel voglioso che venga quassù a veder se c’è o non c’è una ragazza. Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto. Venga il frate, venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia? Poh la giustizia! Il podestà non è un ragazzo, né un matto. E a Milano? Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? (3) Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno. Via, via, niente paura [...]

(3) Chi gli darebbe retta? Non è una sgrammaticatura (come afferma il Rigutini), ma ha esempi anche classici ed è dell’uso (nessuno direbbe in Toscana chi loro darebbe retta). Gli è stata sempre forma comune per il singolare e per il plurale, per il maschile e per il femminile; e le maestre farebbero bene a essere un po’ più indulgenti, su questo punto, coi poveri ragazzetti di terza elementare.

Manzoni scriveva in italiano, anzi in toscano, forse in fiorentino, infatti, Renzo che vive da qualche parte nei pressi del lago di Como ciarla liberamente con mezzo mondo, e con genti di città e con genti di campagna e tutte le terre porgono orecchio e, soprattutto, lo capiscono, anche gli asini e i maiali lo capiscono (e viceversa), e se farfuglia fra i denti una frase con i puntini di sospensione l'oste della malora fa subito sì con la testa, e non solo ma Renzo chiama tutti buoni figliuoli; un po’ come succede in Star Trek (dove anche l'alieno di forma e sostanza di un sasso con il muschio sopra è un bravo figliuolo, infatti, comunica con Spock e prima o poi farà piangere il Capitano per qualcosa o per qualcuno o per qualcosa che ha perso qualcuno da qualche parte, benedetti 'sti alieni distratti), però Manzoni era nato a Milano, mentre dell’anonimo commentatore (ac) che incombe, narcisticamente parlando, sul povero Manzoni come un pipistrello spelacchiato priapescamente ossessionato dalla grammatica anche quando fa il superiore e il lascivo, non conosciamo né data né luogo di nascita. Noi avanziamo una peregrina teoria, cioè che dietro ac ci sia il nostro buon figliuolo Omero Redi (quello delle pìstole al buon lucertolo, il Vamba).
Sempre così refrattario a declinare indirizzo e mostrare carta d'identità e codice fiscale, tanto da inventarsi un nome Ermenegildo, un cognome, Pistelli, e una professione, il prete, palesemente e spudoratamente falsi, l'Omero Redi è stato a suo tempo elogiato da Tullio De Mauro in Parlare italiano (Laterza, 1972): “dietro l’apparenza umoristica vi troviamo analisi esemplari della condizione dell’insegnamento e proposte, ancora oggi positive o addirittura d’avanguardia, per una educazione libera, critica, non autoritaria” (pag. 395).
Ecco subito un esempio di proposta positiva o addirittura d'avanguardia per una educazione libera, critica, non autoritaria e che svela l'identità del nostro anonimo commentatore (nac): “mentre dei professori ce n’è tanti che fuori di scuola parlano come me e come te, che nessuno di noi direbbe mai come una professoressa e io dissi loro, ma si dice gli dissi maschio e femmina singolare e plurale, anzi io, come ti sarai accorto, anche quando scrivo scrivo sempre gli dissi…” (Pìstola LV), e conclude: “…professoresse io non ne ho avute mai, e in fondo son contento che sia così perché a me mi pare che per un omo sia sempre un po’ di vergogna farsi insegnare qualcosa da una donna, fuorché dalla mamma”. Ancora, quando l'Omero, accompagnato dal prete, che gli sta sempre alle costole (che poi è sempre lui), assiste a una conferenza sui “Principii fondamentali della pedagogia scientifica”, ancora prima di mettersi a sedere già prende per il culo l’aspetto fisico del povero conferenziere: “era uno spilungone con gli occhiali e aveva un palandrone nero che il suo corpo striminzito ci nuotava dentro e quando si presentò in mano aveva una gran tuba che a tempo del re Pipino sarà stata nuova” (Pìstola LVI). Seduto, ben presto s'addormenta, cullato dalla “vocetta agra in falsetto che pareva quando arrotano i denti a una sega” del conferenziere. Al risveglio l'Omero non ricorda nulla della conferenza e non può fare una sintesi all’amico lucertolo, che ha la bava alla bocca perché ha un Giornalino che morde il freno in tipografia, ed è sempre assetato di notizie e di gossip; cioè una cosa Omero la ricorda: una riflessione del segaiolo stringaforme sulla triste situazione dell’edilizia scolastica di quei tempi là, con la sentita speranza che tutte le scuole del regno - allora non era un modo di dire - avrebbero dovuto avere (o sul davanti o sul didietro) un fiocco rosso e un bel giardino verde verdino, con tanti alberi da ombra, sempreverdi - dicesi sempreverdi tutte quelle piante che, contrariamente alle caducifoglie, non lasciano cadere le foglie durante la stagione avversa. Sono normalmente legnose (alberi, arbusti, cespugli); la caduta fogliare ed il conseguente rinnovo, avvengono gradualmente, di norma durante la formazione delle gemme. Le foglie possono persistere funzionali sulla pianta per più anni. Sono comuni, spesso prevalenti, nei climi tropicali umidi oppure nei climi freddi, dove, per motivi opposti, la persistenza delle foglie non mette in pericolo la sopravvivenza della pianta (Wikipedia) - e fin qui anche l'Omero è d’accordo, sia con il conferenziere nastriforme che con la citazione da Wikipedia, ma i giardini non sono lì per bellezza, con quel che costa il suolo urbano soprattutto con vista su rudere romano, perché ogni cinquanta minuti di lezione, i giardini verdolini, avrebbero accolto gli alunni bianchi, verdi, rossi e gialli “a prendere aria”, così che, con la mente svagata, sarebbero stati attenti alla lezione successiva del maestro o professore. E Omero ride, come rideva Franti. Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise. Io detesto costui. È malvagio. Da orecchia a orecchia ride l'Omero con la faccia nascosta sull'omero e se ne vanta con lucertolo, che mica è Franti (povero Franti espulso da tutte le scuole del regno); ride l'Omero malvagio, pensando agli urli di gallina stretta all’uscio del direttore scolastico, tutte le mattine feriali del mondo, per fare entrare gli alunni nelle classi, ride pensando all’impossibilità dei maestri o professori di fare lezione il primo giorno di scuola dopo le vacanze di Natale di Pasqua o il lunedì, insomma ride.

Omero aveva ragione? E io che ne so... Ma mi pare a me di aver provato, a sufficienza, che ac è Omero Redi, ma da quella nota di ac del capitolo XI possiamo ancora macinare farina.

L’usanza di tanti maestri di raccogliere temi e componimenti e giustificazioni di forche fatte dagli scolari, così come le collezioni di francobolli da parte di giudici e avvocati, risale probabilmente al tempo del codice di Hammurabi, ma per macinare la farina non serve spingersi fin là, ché basta arrivare all'anno 1918, in Italia, con ben due citazioni. La prima citazione è presa dalle Pìstole di Omero:

“Tra i documenti che in tanti anni ha messo assieme il mio professore, ce n’è uno così buffo che gli ho domandato di poterlo pubblicare. Un caro bambino di terza elementare – che ora è un bravo ingegnere ed è stato anche un valoroso ufficiale nella nostra guerra, che si chiamava Cecchino e il mio professore lo chiama ancora così – una mattina riuscì a imbrogliare la donna di servizio che l’accompagnava e invece di andare a scuola andò dalla nonna, e le diede a intendere che quel giorno era vacanza. Come rimediarla la mattina dopo? Scrisse da sé una scusa, a nome della mamma, e la portò al maestro. Ve la copio tal quale, perché è un piccolo capolavoro:

Caro signor maestro,
Lei deve sapere che il mio bambino ieri non venne a scuola perché aveva mangiato troppe ciliege coi noccioli e io gli feci prendere un purgante e lo feci stare a letto. Il purgante era molto cattivo ma la mamma mi promise di portarmi a prendere un gelato, e allora lo bevvi tutto d’un fiato e mi ha fatto l’effetto benone. Dunque scusi e mi creda la sua
affezionata serva M. P.

Vi potete immaginare quel che accadde. Il maestro sulle prime voleva star serio ma non gli riusciva. Mandò a chiamare il Direttore, che era molto severo, e gli dette la lettera. Quello la lesse, tentò di fare un predicozzo, ma sul più bello gli venne da ridere e dovè scappare. Gli altri ragazzi fecero una baldoria che non vi saprei descrivere […] il peggio fu che da quel giorno i compagni ogni mattina quando arrivava gli andavano incontro a domandargli: - Cecchino, come sta l’affezionata serva? – E lui ci piangeva di rabbia”. (Pìstola LXII).

E la seconda citazione è una lettera scritta dalla vedova di un soldato fucilato nella guerra del 1915-1918, lettera allegata agli atti processuali, rimasta senza risposta.

"29 gennaio 1918
Eccellenza,
Sono due mesi, daché il mio consorte U.C., soldato del 39° reggimento fanteria, è stato fucilato, ed io fino ad oggi era ignara di tutto; però se egli ha meritata tale pena, perché ha tradito la Patria, allora io mi rassegno a tutto ciò che hanno fatto i suoi superiori, i quali non agiscono né sbadatamente e né per vendetta; ma se poi è stato per mero errore o per false denunzie, allora mi permetto di pregare la S.V. perché assuma tutte le informazioni possibili e si ricordi che sono vedova con un figlio e sono digiuna nel vero senso della parola. Attendo riscontro e La saluto
Dev.ssima Serva A.C
." (1)

Le due giustificazioni hanno molte cose in comune, entrambe sono state scritte non dal soggetto ma da qualcuno che ha cercato di esprimere concetti virtuosi stando immerso fino al collo in un mare di merda. In un tempo quando i gamberottoli di buona famiglia borghese si vergognavano quasi come figli di emigrante o di spazzacamino di avere uno zio imboscato o traditore, piuttosto orgogliosi di avere un parente in marina e uno appostato sui tetti a sparare ai passanti, e prendevano in giro i figli della povera gente almeno due volte al giorno (noi fortunati che viviamo in un presente democratico e radioso, ecc. ecc.), tentare di scrivere una giustificazione su qualcosa che non era possibile giustificare era un'impresa degna del Barone di Münchausen, ché a quei tempi là i figli della gente comune erano come gente perduta sulla terra, e guai a chi veniva scambiato per uno di loro.

Allora esiste o non esiste una patologia che fa sì che allo specchio si veda un mostro? Probabilmente sì, di sicuro di tale patologia non ne doveva soffrire il buon Omero né ne soffre il nostro amato Silvio (nas).

(1) Tullio De Mauro, Parlare italiano, pag. 626 (Laterza, 1972)
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mercoledì 28 aprile 2010

no free dogs (III)

Come passa il tempo solo ieri andavamo in giro con maglioni di lana e sciarpe e scarponi con sotto la mota e cappottoni da milite ignoto e oggi c'è questo sole polveroso, promessa di una stagione di leggerezza infinita e vediamo le strade secondarie deserte libere correre i cani senza guinzaglio…

Solo ieri...

E poi c’erano quelle strisce abitate da insopportabili gamberottoli con la testa tonda, che parlavano e pensavano come vecchi pensionati disillusi delle donne e dal governo; menavano a spasso un bracchetto senza guinzaglio, saggio e petulante nella sua mutezza di sfinge egizia. Dormiva il bracchetto nasuto, sdraiato a pancia all’aria sul tetto della cuccia in giardino, e sognava di essere l’eroico avversario in combattimenti del barone rosso in un cielo di piombo.
Poi con gli anni Ottanta sono venuti i Simpson: codesta famigliola americana con padre obeso infartuato teledipendente, madre idiota blaterante con capelli blu ritti in testa come un cespuglio ardente, e due figli metodicamente inetti, in un verso o nell'altro, più una bimba ancora libera nella sua incapacità di parlare davanti agli esami della vita. Cane, gatto e nonno con dentiera sbrodolosa completano la serie della famiglia delle figurine gialle. Attorno un contorno di umanità metodicamente assurda, il barista racchio, il ciccione sbronzo, il preside ex berretto verde con madre arpia, la maestra tabagista, l’ispettore scolastico pomposo, il vecchio padrone della centrale nucleare e il suo affezionato portaborse, ecc. Dall’altra parte del secolo passato, in Italia, c’era un certo Vamba e il suo Giornalino con le pìstole di Omero Redi, e tanti altri collaboratori più o meno illustri: “Pirandello, Serao, Salgari, Fucini, Mascagni, Ojetti, Pascoli, Capuana, Aleramo e molti altri” (L' educazione dei fanciulli da Gian Burrasca ai Simpson, M. Serra, Repubblica, 05 marzo 2006). Dietro il Giornalino di Gian Burrasca c'era tutta la letteratura d'evasione del "ragazzo cattivo" di radice americana (Bad Boys), così, anche se in tono minore, nelle Pìstole di Omero:

“…era dispettoso, come anche col gatto che lo verniciava di verde da persiane quando gli riusciva sulla schiena e quella povera bestia restava delle settimane rimbecillita” (Pìstola di Omero, VII).

Sarebbe interessante sapere nella lettura di quale numero romano di lettera di Omero Redi, Vamba capì che l'autore non era un ragazzino delle elementari ma un adulto, anzi peggio un letterato, papirologo e professore di greco e latino (oltre che prete), cioè l'interventista e poi fascista Ermenegildo Pistelli. Forse fu allora che le pìstole si appesantirono di allusioni e citazioni e visite a poeti, e tanti nomi di ragazzi, ex lettori del pedagogico Giornalino e poi per sempre medaglie d’oro alla memoria.
Buon vecchio pipistrello, il Pistelli e le sue citazioni allusive a grappolo, sembra sia stato il maestro di tutta l'intelligenza italiana di quei tempi là, e chi l'ebbe alle elementari e chi all'università: nessuno scampò: tutti andarono - convinti - alla guerra (la Grande Guerra). I contadini, i popolani, la gente del Quartiere, insomma quelli che non leggevano il Giornalino di Vamba (come i poco svegli che non hanno mai letto Linus, preferendogli Topolino) poi alla Guerra ci andarono comunque, ma a calci in culo.
Buon vecchio lucertolo, il Vamba, così scrive di lui l'Omero, nella pìstola LIX: "Se tu t'accosti a un gruppo di bambine, senti che anche loro parlano della guerra, ma la mescolano con mille argomenti molto panciafichisti... A proposito: solamente per avere inventata questa parola ti dovrebbero caro Vamba fare accademico della Crusca". Uno più, uno meno.
E quell’immagine incombente del buon prete dietro le spalle del ragazzino cattivo O.R. che assorto scrive la pìstola al Vamba (come si vede sulla copertina del libro, disegnata da Vittorio Corcos), oggi non sarebbe più editabile: pedofilo docet? Eppure il Serra scrive: “il mezzo secolo che va dal Giornalino di Gian Burrasca (l' opera più celebre di Vamba) alla comparsa della televisione fu assai più breve del mezzo secolo che va da Giovanna la nonna del corsaro nero ai reality show, al wrestling, a M-tv. Come dire che due guerre mondiali, il fascismo, la rivoluzione russa, hanno potuto incidere sui costumi e sulle attitudini dell' Occidente assai meno di quanto sono riusciti a fare il consumismo e la società dello spettacolo.” E poi conclude tutto contento con una “buona notizia”, una buona novella, che ancora esiste una pedagogia, in queste storie in carta e in digitale, infatti, se ieri il cognato socialista di Gianburrasca si sposava in chiesa di nascosto, oggi Bart Simpson potrebbe guardarsi le spalle nell'entrare in una chiesa cattolica. Eppure io ci vedo sempre codesto prete sorridente, appostato come un grosso grillo saggio, alle spalle del ragazzino cattivo, sempre lì che batte sull'incudine. Sempre questa coscienza deformata nella forgia oggi del marketing ieri delle ideologie e sempre con modello un Bene a lunga scadenza... già, come il latte parmalat.

Scusate, ma io preferisco Calvin & Hobbes.

E poi, una così lampante illuminante folgorante evoluzione nei costumi in Italia, boh... mica la vedo, basta guardare Striscia la notizia con uno dei tanti servizi sui canili-lager.

E il gatto o il cane o il diversamente abile vengono sempre allegramente spennellati sulla schiena con vernice verde da persiana e messi su youtube da simpatiche canaglie.

Se un cuore intatto e una coscienza deformata entrano in conflitto allora la coscienza viene sconfitta (Mark Twain).
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lunedì 19 aprile 2010

Assurdo diario di mago Merlino

Siamo turisti in giro per le strade di una magica città; una città che alterna larghe e lunghe vie, come magliette a trippa di gatto, a strette e contorte viuzze, viottole, e antichi palazzi non finiti a condomini di cinque e sei e trentasei piani, polverosi musei e tronfie gallerie a botteghe di cianciafruscole sparpagliate sul marciapiede. All’orizzonte le torri rosse delle officine si stagliano nel blu del cielo estivo. Sulla strada si affacciano banche e banchi di ortolani, grassi pizzicagnoli e ombrosi fornai, librerie antiquarie e straccivendoli, enigmatiche insegne, pizzerie da asporto, mestiche e mesticherie. Tiriamo fuori la nostra magica macchina digitale e cominciamo a scattare istantanee: ad una fontanella secca posta sul canto di una stradina che s’affina nell’ombra fresca e umida; ad un monumento equestre pazientemente zebrato da generazioni di piccioni stanziali; ad un portico in prospettiva (luci e ombre, ombre e luci); ad un pittoresco muro crostoso e ammuffito che ci nasconde la vista di un silente giardino di periferia; alle nuvole che si dipanano lente in alto nel cielo blu.
È una sera d’estate. Dall’ombra profonda e blu planano, sopra le nostre teste, le misteriose parole quotidiane, e suoni di piatti e di posate, Chopin su un Yamaha B3 scherza e ride con un Hendrix digitale, e uno isterico speaker divide e impera sui fatti del giorno quasi andato, Filippo ha le placche in gola. In strada, all’ombra di un albero, sonnecchia indifferente un gatto soriano. Filippo ha le placche in gola, e allora? e con questo? embè? E dove, dove sta Zaza? Un cane boxer maschio si accuccia per urinare l’orina accumulata in un pomeriggio di tedio e noia, prima guarda assorto all'orizzonte poi lancia un'occhiata al padrone che gli dice, bravo, bravo, bravo, è che non ha ancora imparato che deve alzare la zampa se vuole segnare il territorio. E una ragazza ci passa accanto, Tutte le kose k hai detto sn vere sekondo me, ma non lo dice a noi, che siamo solo turisti in giro per le strade di questa magica città, ecc. E le ombre della sera si allungano e sembrano ghignanti demoni etruschi, ci circondano e ci proteggono, e anche a noi si allungano le gambe e sembriamo tanti ragni in giro per le strade di questa magica città, ecc. Coloriamo le strade di un assurdo blu oltremare.
Il demone etrusco avvolge le nere e membranose ali in posizione di riposo e ci squittisce come un topo nelle orecchie; chiediamo a Renzo Tramaglino di tradurre i versi del demone, dice, è ora di porre immediatamente alla guida la domanda che avete pensato e sognato stanotte: ma ‘sta città immortale è una wunderkammer, cioè un labirinto, o è un frattale? E se è una wunderkammer, allora dove dov’è la via di fuga? (se la storia della Vita è un database di storie Grandi e piccine, ed ogni singola storia è un elenco di mosse e contromosse sulla scacchiera del Mondo, e le cui azioni e reazioni non sono mai isolate ma sempre vincolate ad altre mosse e contromosse di storie passate, presenti e future, allora questo presente esiste solo se è esistito il passato, e solo se è possibile raccontare il passato, con un tempo imperfetto? solo se è possibile immaginare un futuro).
Ma noi manco ascoltiamo la risposta della barbarica guida con la patata in bocca, che si sta pure incartando nel tentativo di meravigliarci con la Visione di una rovina etruscogrecoromanapisciosa in controluce e nella luce di aprile, manco morti, piuttosto ci guardiamo attorno, alla ricerca di un bestiario, di un bestio, di uno zoo alieno, alé ecco sotto l’albero un opportunista gatto, soriano. Che fa testo? chiediamo al demone etrusco con nere ali, di pipistrello. Ratto e brusco ci risponde, e che sono io mago Merlino?
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martedì 13 aprile 2010

Con quello sguardo neghittoso negli occhi


Con quello sguardo neghittoso negli occhi,
Odx sospeso per sette (7) giorni
salta la palizzata a ore undici e scivola su laccature ematiche pavimentose,
mi dice, tra congiuntivi e congiuntive,
io spero che me la cavo.

pkTEX
Texture: O-11 su texture A-c (zoom=21, punti=500)
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martedì 6 aprile 2010

Festa del grillo

Come corre il tempo, ieri era appena Pasqua con la colombina e l’ovetto kinder di cioccolato (ché l'estate batte alle porte), è oggi mancano meno di 40 giorni alla festa del grillo alle Cascine.
Esiste ancora una minoranza di alieni interessati solo all’arte e alle tradizioni popolari? Un tempo c’era sempre qualche alieno in giro per gli Uffizi, su e giù per il Ponte Vecchio, per via Tornabuoni, per Corso Tintori, per via degli Avelli, in giro ad assistere a qualche genuina manifestazione cittadina che si perdeva nella notte dei tempi, per esempio la festa del grillo.
I babbi etruschi già nel 59 a.C. cacciavano i grilli nel prato delle Cascine, e dopo averli chiusi in gabbiette li recavano in dono ai bimbi. Ritornavano dalla polvere, i bimbi, e uscivano dalle urne di pozzolana per ascoltare il cri-cri del grillo. Un’antica consuetudine, più forte della Costituzione Leopoldina, più antica del cucco, più magica di un incantesimo di mago Merlino, esigeva che il ragazzino buono, allo scoccare della mezzanotte, liberasse il povero grillino nei verdi prati delle Cascine, o nel giardinetto di fronte casa, o sulle piastrelle in cotto dell’Impruneta del terrazzino di pozzolana, o nel secchio marrone della spazzatura organica, cri-cri, ringraziava il grillino riconoscente, con la lacrima al ciglio. Allo scoccare della mezzanotte in punto il ragazzino cattivo aveva da un pezzo schiacciato il grillo sotto il tacco, cri-cri-krok! Libero, tutta la notte, di giocare con la playstation in travertino, o manducare gelati all’Etruscheria.
Con il passare degli anni, impoverendosi i polverosi prati cittadini di grilli e allargandosi le cinte della città e delle brache bianche dei babbi romani e tardomedievali (quest'ultimi nerovestiti e con gli occhi bianchi), svegli commercianti in lenticchie di vetro s’inventarono un mestiere: cacciatori di grilli sul monte Cantagrilli; li vendevano sfusi o in gabbietta per la gioia dei bimbi, ferocemente selettivi nello scegliere il sesso del grillo, rigorosamente maschile, e la lunghezza spropositata delle antenne. Era capitato più di una volta che un alieno grilloforme del sistema di Saiph fosse catturato sul monte Cantagrilli, ingabbiato e venduto come uno schiavo babilonese in catene al mercatino del martedì alle Cascine. Non in grado, l’alieno, di evocare il tipico suono benaugurale, come i suoi morfologici compagni di sventura, trascorreva in ambasce e angosce (con le galosce?) la nottata, tra scuotimenti e sbatacchiamenti alla casetta-gabbietta; ma non era solo - purtroppo - accanto c’era il suo Carma, che vegliava e studiava, studiava e sudava tra telescopio, alambicchi e antichi trattati di magia, chiromanzia, alchimia, egittologia ermetica, settimana enigmistica. Studiava, il signor Carma, se liberare l’alieno-grillo alle Cascine, nel giardinetto di fronte casa, sulle mattonelle in cotto dell’Impruneta, nel secchio marrone della spazzatura organica, o mandarlo al tacchificio.
Quello del grillaio, era un mestiere tramandato con orgoglio di padre in figlio. Un mestiere di cui Firenze era famosa nel mondo, ma un triste giorno del 1999 un assessore comunale, malato di “fondamentalismo animalista, malpancista e smanioso di liberare il mondo tutto e subito” (*), decise di cancellare, vietando il mercato dei grilli, con la motivazione di crudeltà mentale nei confronti dell’insetto (i grilli furono sostituiti da simulacri in ceramica, sonori o muti).
Nessuno sa con precisione cosa ci poteva vedere un alieno pipistrelliforme di Rigel nel Tondo Doni di Michelangelo (e neppure Stendhal), o in un tondone di farina gialla, e che dire della festa della rificolona e della cantonata presa dall’alieno pidocchioforme del sistema di Aldebaran? La mia la ci ha i fiocchi, ma la tua la ci ha i pidocchi, cantavano i ragazzini in strada, e l’alieno pidocchioforme, tornato a casa, elogiava la meravigliosa esterofilia dei ragazzini fiorentini, in una lettera al direttore del Giornale di Aldebaran.
Esistevano cunicoli spazio-temporali che si aprivano nella Firenze della rivolta dei Ciompi, nella città rinascimentale immortalata nella Vita del Cellini, cunicoli che permettevano agli alieni di imbattersi in Leonardo da Vinci che piega un ferro di cavallo con le mani; osservare di nascosto Masaccio – maglione a girocollo e berretto col ponpon – dipingere la "Cacciata dal Paradiso", con Masolino, vestito e calzato tutto di verde ramarro, nascosto in un angolo della Cappella Brancacci, che mugugna che è tutto sbagliato che è tutto da rifare. Cunicoli che permettevano di calpestare le strade di fango di un villaggio, in località Rifredi, nell’anno 1002, e incespicare in una gallina dal feroce occhio inquisitore d’ispettore generale, urtare con il ginocchio il groppone di un inquieto, malpancista maialino bianco e nero, alla ricerca di una patata fondamentalista, al di là delle Colonne d’Ercole. Assistere al falò delle vanità, erano bruciati quadri, libri, vesti, mobili intarsiati in scagliola, i panni e i cenci dei partecipanti del Grande Fratello e i partecipanti dell’Isola dei Famosi. Arrostire un Eusthenopteron sulla spiaggia di Monte Morello davanti a un mare cambriano, dalle acque trasparenti come una lastra di cristallo. Uscir di casa da un portone e sbucare nell’anno 1870, al limitare estremo del parco delle Cascine, dove il torrente Mugnone incontra l’Arno, e assistere, in prima fila tra le autorità cittadine, al rogo di Rajaram Cuttraputti, marajà di Kolepoor, che di ritorno da un viaggio turistico in Inghilterra morì a Firenze, e secondo il rito braminico fu arso alla confluenza dei due fiumi (ok, uno è un torrente, e l’altro finge di essere un fiume).

(*) Così ho letto su un blog tempo fa. Qualche esempio di fondamentalismo animalista, dal regolamento comunale sulla tutela degli animali: E’ vietato mettere in atto qualsiasi maltrattamento o comportamento lesivo nei confronti degli animali; E’ vietato tenere gli animali in spazi angusti e/o privi dell’acqua e del cibo necessario o sottoporli a rigori climatici tali da nuocere alla loro salute; E’ vietato tenere animali in isolamento e/o condizioni di impossibile controllo quotidiano del loro stato di salute o privarli dei necessari contatti sociali tipici della loro specie; E’ vietato tenere animali in terrazze o balconi per più di otto ore giornaliere, isolarli in rimesse o cantine oppure segregarli in contenitori o scatole, anche se poste all’interno dell’appartamento; ecc.
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lunedì 5 aprile 2010

Mattina di pasquetta


Mattina di pasquetta, sta spiovendo; ma la mattina di pasquetta sono aperti i barbieri? (di sicuro sono chiusi i bar).

PkJuM 5
Parametri:
(Insieme di Julia di z^2+c)
steps=100
3 colori (ff0000, 0000ff, e7e7e7)

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Sera di Pasqua


Sera di Pasqua, portando fuori il cane (poi si è messo a piovere).

PkJuM 5

Parametri:

(da qualche parte sul confine del frattale di Mandelbrot)

steps=1000

RGB –R

RGB –G

RGB +B

Formula del colore n.7

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sabato 3 aprile 2010

Oltre Silvio

Un link per ricordarci, non tanto dove avete parcheggiato, ma che - a parte Silvio & Santoro -esistono ancora i piani regolatori delle città e l'arte.
E le due cose dovrebbero coincidere (cioè non Silvio & Santoro, ma le ultime due che ho scritto).

Riflessioni davanti a una finestra senza vetri

La ricerca in Internet è spesso incerta perché in certi casi è veramente difficile (se non impossibile) ottenere un’informazione in un tempo umano. Ecco un esempio. Nella Cappella Brancacci della Chiesa del Carmine a Firenze è presente in un affresco, dipinto da Masolino (1383-1440), raffigurante un episodio degli atti degli apostoli, una veduta urbana presa dalla vita quotidiana con uno strano particolare di cui dirò più in là. Questa veduta cittadina è attribuita al pittore Masaccio (1401-1428), ed è probabilmente la prima visione realistica di un paesaggio urbano nella storia dell’arte occidentale, anche se «sarebbe impossibile (e arbitrario) procedere ad una precisa localizzazione, nella Firenze dell’epoca, di questa fila di case alte, tetre, addossate l’una all’altra, con le finestre aperte sull’oscurità degli interni e i panni messi a prender aria sui davanzali, di queste viuzze soffocate dai ballatoi». (1)
I palazzi cittadini, nella Firenze a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, sono in genere alti tre piani (piano terreno, più due piani). Il piano terreno è destinato ai servizi, e prende luce dall’esterno tramite piccole e rade finestrelle difese da robuste inferriate; il primo piano è il piano nobile, abitato dalla famiglia; il secondo piano è costituito da ambienti meno frequentati, ad esempio camere per ragazzi e alloggi per domestici. Le finestre sono generalmente chiuse da due robuste imposte di legno (gli usci) che ruotavano verso l’interno. Talvolta, nelle case dei ricchi o almeno dei benestanti, oltre alle imposte, c’erano le «impannate», cioè «pezze di tela leggera cerata e oliata e fissata con bullette a telai di legno […]. Per solito si lasciava alle impannate la tinta naturale, il bianco; ma ve n’erano anche di dipinte» (2). L’impiego di lastre di vetro per le finestre era invece molto raro in Italia, ancora nel corso del Cinquecento.
Se osserviamo con attenzione le case dipinte da Masaccio nell’affresco del Carmine, oltre alla fedele rappresentazione visiva di quanto sopra riportato, abbiamo un’ulteriore prova dello straordinario realismo del pittore: all’ultimo piano della casa, situata quasi al centro dell’affresco, è dipinto, sopra la cornice marcapiano, uno strano animaletto, legato ad una catenella; cos’è? Sappiamo che «agli arpioni da stanghe, o alle stanghe stesse [delle case], venivano attaccati al guinzaglio certi animali domestici, come cani e bertucce, lasciati a prendere aria sui davanzali delle finestre» (3).
Dunque è un cane o una scimmietta, forse il compagno di giochi di un ragazzo, che abitava quella camera all’ultimo piano, intorno alla metà del terzo decennio del Quattrocento.
Vi sfido a cercare su Google questa informazione, senza però descrivere – con precisione - lo strano animaletto dipinto: l’impresa sarà vana come cercare uno stuzzicadenti in un raduno di formichieri. E forse l’informazione è presente in Internet: due passi più in là, appena girato l’angolo. (*)

Qualche riflessione finale. Nella Firenze del Quattrocento solo i benestanti si potevano permettere le pezze di tela alle finestre, i ricchi (i vari strozzi, medici e bischeri assortiti) addirittura i vetri (però con le bolle d’aria), mentre i poveri andavano in giro - allora - con le pezze al culo.
E che dire della miope riservatezza dei fiorentini? Forse è un carattere genetico recessivo collegato - appunto - alla miopia; vedi il condomino di casa, miope e tignoso, aprire gli scuri e con ancora la cispa agli occhi salutare una mattina di aprile del 1416 (mentre inzuppa un Buondì classico nel cappuccino), restando però nel dubbio se rispondere al saluto del coso peloso sul davanzale: è il figlio del vicino o la sua scimmia al guinzaglio?

(*) Claudio Piccini, Opus incerta, Lampi di stampa, 2007

(1) Federico Zeri, La percezione visiva dell’Italia e degli italiani, Einaudi, 1989, p. 6.
(2) Giovanni Fanelli, Firenze architettura e città, Vallecchi, 1973, pp. 152-153.
(3) Giovanni Fanelli, Op. cit., p. 154.

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giovedì 1 aprile 2010

Pesce d’Aprile a Firenze

Se un navigatore curioso, in prossimità del primo giorno di aprile, inserisse in un motore di ricerca le parole: indiano cremazione firenze +1878, forse otterrebbe un elenco di pagine riportanti il seguente raccontino sull’origine del Pesce d’Aprile.

Nel 1878 un giornale italiano annunciò la cremazione all’aperto, in una piazza di Firenze nei pressi del Parco delle Cascine, di un marajà indiano. La cremazione sarebbe dovuta avvenire il primo giorno di aprile. Molti fiorentini accorsero al parco delle Cascine per assistere all’evento, portandosi dietro anche il gatto e la nonna in carrozzina, ma quando, dopo una lunga e vana attesa, un gruppo di ragazzini sbucò da dietro un cespuglio gridando, Pesci d'Arno fritti!, improvvisamente i fiorentini si tirarono su dall’erba scuotendosi di dosso le briciole dei panini al lampredotto e richiamarono i bambini spersi nel vasto prato, Telemachino, Amletino, Nestorino, Annibalino, Barabbino, vien via vien via che si va via e fa freddo, tira vento, piove e c’è il sole, c'è il sole e piove, o i che è, ecc. insomma il babbo di turno faceva finta di nulla, per non passar da grullo.

Il navigatore riflessivo penserà che non è mai stato bruciato un indiano a Firenze, che vergogna… Ma se spingiamo la nostra ricerca, oltre la prima pagina di pagine suggerite da Google, approderemo a pagine forse più attendibili, purtroppo nascoste tra l’erbaccia delle informazioni ridondanti sul Pesce d’Aprile. Là apprenderemo che verso la fine del marzo 1878 apparve su un quotidiano fiorentino la notizia che il primo d’aprile la cittadinanza tutta avrebbe potuto assistere, nel parco delle Cascine, alla cremazione di un principe indiano morto in quella città pochi giorni prima. E giacché un evento simile era realmente accaduto nel 1870, molti lettori non ebbero dubbi sulla veridicità della notizia, insomma erano passati solo otto anni mica cinquecento. E la notizia passò di bocca in bocca, e una gran folla di boccaloni si riunì speranzosa, peraltro priva di cellulari e di macchine fotografiche digitali, proprio nel punto dove avrebbe dovuto svolgersi la curiosa cerimonia, dove avrebbero dovuto bruciare un secondo indiano. Da lì la storia vera si incolla alla storia falsa, infatti, sbucarono di corsa dalle frasche tre o quattro ragazzini neri e maledetti gridando, Pesci d’Arno fritti, be' per loro non era mica uno scherzo, facevano la reclame ambulante di un friggitore che aveva aperto il baracchino da poco, il friggitore vendeva appunto pesci d’Arno fritti, e anche ranocchi fritti se è per questo e guarda un po’ pure i panini col lampredotto. E allora come avranno fatto i fiorentini a capire che era uno scherzo? (probabilmente molti fiorentini tornarono a casa per la cena con un cartoccio di pesci e di ranocchi fritti)... no, non ci voglio pensare, ma ora che ci penso mica sarà stata un'abile mossa di marketing del venditore di ranocchi fritti?

Dunque, dunque perché uno scherzo sia creduto vero deve essere edificato su un fondamento di verità, cioè su una storia vera. (*) Un po’ come la notizia che l'ex presidente onorario della Fiorentina ha lasciato la presidenza onoraria della Fiorentina, tutti hanno creduto vera la notizia (peraltro vera), molti tifosi del gioco del pallone hanno pianto amaramente pensando al tempo in cui - dolore chiama dolore - i Medici si tolsero dalle palle lasciando in eredità, un po’ qui un po’ là, i loro stemmi araldici gratis, con le tre palle e un soldo.

(*) “Al limite estremo del parco delle Cascine, si giunge al piazzaletto dell’Indiano, pittoresco spazio articolato sulla conoide alla confluenza del torrente Mugnone nell’Arno; vi si dispongono, attorniati da leggiadri elementi di arredo, la casetta e il monumento funebre dell’Indiano, composto da un busto protetto da una cupola a pagoda, opera di Charles Francis Fuller (1874); il luogo è dedicato a Rajaram Cuttraputti marajà di Kolepoor, che di ritorno dall’Inghilterra morì ventenne a Firenze nel 1870 e secondo il rito braminico fu cremato alla confluenza di due fiumi”. Firenze e Provincia, Touring Club Italiano, 2005, p. 436.
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American Land


What is this land America so many travel there
I'm going now while I'm still young my darling meet me there
Wish me luck my lovely I'll send for you when I can
And we'll make our home in the American land

Over there all the woman wear silk and satin to their knees
And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees
Gold comes rushing out the rivers straight into your hands
When you make your home in the American Land

There's diamonds in the sidewalk the's gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There's treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land

I docked at Ellis Island in a city of light and spires
She met me in the valley of red-hot steel and fire
We made the steel that built the cities with our sweat and two hands
And we made our home in the American Land

There's diamonds in the sidewalk the's gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There's treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land

The McNicholas, the Posalski's, the Smiths, Piccinis, too
The Blacks, the Irish, Italians, the Germans and the Jews
Come across the water a thousand miles from home
With nothin in their bellies but the fire down below

They died building the railroads worked to bones and skin
They died in the fields and factories names scattered in the wind
They died to get here a hundred years ago they're still dyin now
The hands that built the country were always trying to keep down

There's diamonds in the sidewalk the gutters lined in song
Dear I hear that beer flows through the faucets all night long
There's treasure for the taking, for any hard working man
Who will make his home in the American Land
Who will make his home in the American Land
Who will make his home in the
American Land


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