venerdì 25 settembre 2009

Paese d'Ottobre n.4


Un filosofo (H. Bergson) ha scritto che visto che la distanza non è un assoluto e visto che è possibile giudicare simultanei due eventi che accadono sotto i nostri occhi, un “superuomo” fornito di una vista straordinaria potrebbe giudicare simultanei due eventi enormemente distanti. Ma a questa specie di Gulliver chi glielo dirà che la velocità della luce pare sia finita, e che l’informazione viaggia con essa?
Nel film L’armata Brancaleone mentre Brancaleone fa la sua sparata contro gli stracci penduli e le caccavelle, vediamo che l’ebreo Abacuc si è defilato, e guarda l'azione alla lontana (vedi l’immagine nel post di mercoledì 9 settembre 2009) e se rivedete il film fate caso che, nella stessa scena, c’è un personaggio ancora più lontano di Abacuc che chiama il suo cavallo scappato.
Nel post intitolato "Paese d’Ottobre n. 2" ho mostrato un’immagine presa dall’ultimo rifacimento del film La macchina del tempo. Nell’immagine vediamo l’amico di Hartdegen e la domestica di Hartdegen contemporaneamente accanto a Hartdegen e famiglia di Hartdegen; sono nello stesso spazio della casa, ovviamente di Hartdegen, ma in tempi diversi.
C’è una connessione tra le due immagini? No. Esiste una connessione tra il pensiero del filosofo-premio-Nobel e il pensiero del regista del film di fantascienza? Sì. Infatti, c'è la stessa idea dello spettatore visto come un super-spettatore. Perché la visione del film-rifatto e la lettura (di tre o quattro pagine, in verità) del filosofo-nobelizzato mi provoca questo strano malessere, un po’ come sentirsi a disagio in una stanza (alè, anche ‘sta volta giustifico il titolo del blog). Mah. Come canta il Poeta: è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
Ma ogni malessere ha il suo antidoto. E invece di provare faticosamente a scrivere e spiegare questo strano malessere, trasformando il post in qualcosa di eccessivamente logorroico come un parrocchiano giuseppino visto da vicino, butto là una citazione come fosse un veleno:

…dalla “periferia” italiana, da cui sapeva di non poter uscire, si rendeva conto che la “ragion pura” di Mondrian era ancora un mito ormai declinante, un sogno. L’artista “europeo” a cui si è sentito più vicino è stato Klee; ma quella che in Klee è una malinconia metafisica (sentimento dell’infinitesima piccolezza dell’io in rapporto al tutto) diventa in Licini una malinconia storica (sentimento della storia come inconscio, eterno “medioevo”). Come in questa Amalasunta, dove gli ultimi segni d’una ragione matematica, i numeri, si dissolvono nella lunga notte del tempo. (1)

Quante volte ho letto e riletto queste magiche parole… poi un giorno ho notato che i numeri che disegnano gli occhi e la bocca di Amalasunta compongono un numero: 526, l’anno della morte di Teodorico. Ed è stata una liberazione!
Lo stesso sollievo di quando ho letto, da qualche parte su Internet, che dietro il romanzo Lo straniero misterioso c’è una ricerca su un particolare tipo di folletto americano. Tutto qui, niente sogno e filosofie.
Meravigliosa leggerezza della mente liberata da un inizio d'emicrania.

(1) C.G. Argan, L’arte moderna 1770/1970. (Sansoni)

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