martedì 8 settembre 2009

Stanze parallele

E’ ben noto come passa il tempo il vecchio Fred Sanford, lo passa in casa, in un ozio solare, canicolare, libero come un usignolo canterino, come un giglio di campo. Guarda vecchi film in bianco e nero alla TV in bianco e nero, film di cui poi racconta la trama al figlio, trame come pietre di paragone, metafore e Bogart come modello di vita. Intanto fuori casa, suo figlio Lamont scruta, nell'ombra del suo pick-up, giacimenti d’oro e pirite dimenticati ai bordi delle strade di Los Angeles.
Sorpresa. Questa volta Lamont è tornato a casa con ben due diamanti, due casse da morto.



E il povero Fred, con ancora in testa il basco francese che, fino a un minuto prima, l’aiutava ad inventarsi eroiche memorie di guerra in terra di Francia, ha il suo solito definitivo attacco di cuore.



Le bare, oggetti mobili fatti per restare immobili, sono dentro la casa. Vuote, aspettano come case vuote, di essere abitate da inquilini di condomini infiniti e atemporali. Ma il vecchio e saggio Fred deciderà di passare la notte fuori casa, dormirà sul retro del camion.



Lamont, per ben cinque minuti d’orologio, sfiderà il terribile potere di due bare sfitte, ma poi complice gli ululati di un gatto e la simultanea interruzione nell’erogazione della corrente elettrica, deciderà…



…di dormire sul camion.

Be’, la morale è che ci sono oggetti e oggetti, non tutti gli oggetti sono equipollenti, qualche oggetto è così potente da piegare perfino il potere delle case di legare a se gli esseri umani.

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