domenica 7 febbraio 2010

Immagini del Tempo, n. 4 (funghi & peyote)

Dopo il pernottamento in grotta con topi in soffitta, la spedizione Lindenbrook ha ripreso la marcia verso l’interno della Terra, ma l’anabasi del professor Oliver Lindenbrook è assai poco gloriosa, è come girare per Venezia seguendo le targhe per i turisti pigri, infatti, il nostro professore si limita a seguire le indicazioni stradali lasciate dal vecchio conte Saknussen, tre tacche incise nella pietra del suolo indicano la Via per toccare il centro della Terra… stop, sostiamo un attimo, magari spegniamo un attimo le lampade Ruhmkoff, è vero che sono autogeneranti e dalla durata pressoché illimitata, ma è il “pressoché” che ci frega perché le lampade stanno dando chiari cenni di spegnimento, dunque ragioniamo, quante volte il Conte Sak ha raggiunto il centro della Terra? Una volta?, due volte?, tre volte? Forse la prima volta c’era arrivato per caso, e certo non pensava mica ad incidere tacche perché poteva cadere in un burrone appena girato l’angolo (e non era d'indole bastarda, come invece sarà il suo discendente), la sorpresa doveva essere stata notevole, ma guarda un po’ dove sono arrivato, al centro della Terra! Ragioniamo per assurdo, se le tacche il conte zio le aveva incise nel suo primo e unico viaggio, come faceva a sapere il conte nonno, insomma l'avo, che la strada era quella giusta? Mentre la comitiva rifletteva su questo problema di vera lana caprina, 50% di sconto all’Esselunga, il giovane Alec si era allontanato dal gruppo. Vedi Alec, nell’immagine (*)



saltellare di masso in masso, come un gaio capretto di montagna in primavera, solo che Alec sta saltellando in mezzo a funghi dalle dimensioni notevolmente surreali, cosa è accaduto mentre riflettevamo al buio? Niente di strano, Alec ha scoperto un piccolo appezzamento di terreno fertile coltivato a funghi porcini, e ha mangiato un fungo, non è spirato, avvelenato, anzi ha chiamato, con un lieto canto yodel, gli altri membri della comitiva al banchetto di funghi crudi. Tutti hanno mangiato i funghi, il professore, Carla Goetaborg, il giovanottone islandese dal dente d’oro, la sua oca gheertrud, e anche il membro esterno della comitiva, il perfido discendente del conte Saknussen, non solo ma tutte le comparse e le maestranze e pure il regista del film. Così tutto quello che vediamo d’ora in avanti, fino al the end, è probabilmente una visione causata da indigestione di funghi allucinogeni. Una intera settimana sosta la comitiva all’interno della foresta di funghi giganti, Carla si sbizzarrisce tra i fornelli, cucina manicaretti a base di funghi allucinogeni: bistecche di funghi, zuppe di funghi, funghi saltati, risotto coi funghi, funghi trifolati, funghi in umido, funghi a vapore, funghi crudi fuori e cotti dentro, funghi cotti fuori e crudi dentro, funghi al sangue, funghi al dente, funghi alla Saverio-funghetto-poco-serio, funghi in salsa di fungo, funghi fritti, funghi in padella, funghi in teglia, funghi grigliati, funghi evaporati, funghi riscaldati, funghi ribolliti, funghi rivoltati, funghi essiccati, funghi liofilizzati, funghi sterilizzati, funghi sciroppati, funghi marmellatizzati, funghi morti e risorti dalle ceneri, funghi immacolati, spauriti, invidiosi, spericolati, spenti e accesi, tagliati a dadetti, a fette, a quadri, a losanghe, a strisce, a guisa di spaghetti, funghi evoluti, magici, spirituali, spiritistici, funghi canonici, funghi eretici, funghi in piedi, funghi seduti, funghi sdraiati su letto di funghi, funghi & funghi.


E’ giorno o è notte? I tre orologi naturali sono nascosti, nascoste le costellazioni, nascosta la luna, nascosto il sole, sia mezzogiorno o sia mezzanotte di fatto è solo un problema di ora locale, dell’ora segnata dal cronometro del professore. E l’orologio del professore segna le due del pomeriggio, dunque il professore dorme, dorme il sonno del giusto, beatamente spaparanzato come un gatto satollo all'ombra di un fungo, fino a quando il buon Alec e la buona Carla non lo svegliano con il profumo di una ciotola colma di zuppa verde di fungo. Non ho mai dormito così bene, niente baccano dalla strada, niente campane, né lo sbattere di stoviglie in cucina, potrei restare qui per sempre. Questo è il pensiero del professore, ma un istante dopo cambia fisionomia e s’abbuia in volto, si è accorto che qualche metro più in là il gigante islandese sta abbattendo una mezza foresta di funghi surreali a colpi d’ascia, perché il conte Sak gli ha ordinato di fabbricare una zattera e il gigante ha prontamente obbedito, lo spirito feudale non è acqua. Trasecolando e sbigottendo ad ogni passo il professore segue le orme del conte fino a raggiungere l’ingresso (o l’uscita) della grotta, là lo aspetta la visione generata dalla mente megalomane del conte Sak.


Il conte ha creato un mare sotterraneo con onde correnti venti pesci e balene, adesso è stanco e si riposa nel settimo giorno della creazione, davanti al mare e alla propria coscienza di alienato mentale, ovviamente il conte Sak si riposa in piedi (come un cavallo). Qui parte un dialogo allucinato:

Sak. - Scommetto che vuole sapere perché non mi sto riposando. Odio dormire, considero il sonno una morte transitoria.
Lin. – E’ un mare.
Sak. – Un oceano, con onde e correnti. L’oceano del mondo sotterraneo. Un terremoto all’inizio dei tempi causò delle fenditure sul fondo del mare che ne fecero sprofondare le acque. Poi le fenditure si rinchiusero. Nessuna mappa ha mai indicato l’Oceano di Saknussen. L’ho battezzato così mentre lei dormiva.


Ecco spiegato l’ordine del conte, d’ora in avanti il viaggio proseguirà sulle onde di un oceano che non c’è. Immaginiamo i sei disgraziati appollaiati sopra una zattera deposta sul suolo di una grotta, cantare canzonette di San Remo, pagaiando a tutta randa nella sabbia, i loro occhi abbacinati vedranno mostri antidiluviani, precipiteranno nel gorgo che segna il centro del mondo, si risveglieranno asciutti su una spiaggia, vedranno precipitare il conte Sak, colpevole di avere mangiato cruda la povera Gertrude, vedranno la perduta Atlantide, spezzeranno il pane raffermo della pace, e poco più in là lo scheletro fossile del conte Sak Primo, steso in terra indicherà con l'ultimo anelito di vita, e la falange, falangina e falangetta del dito indice, la Via per tornare alla superficie. Vedranno la salvezza ostruita da un masso e una borsa di polvere pirica, 1+1=2. Intanto, in superficie, nelle prime ore di un pomeriggio d’estate, sulla sponda messicana del Rio Bravo, nell’estrema periferia di Pilares, Tex Willer e il suo fedele pard, Kit Carson, stanno seguendo alla lettera il consiglio di un loro amico, rinomato medico chirurgo e discreto capitano dell’esercito a cavallo americano, che in una lettera consiglia ai due rangers del Texas di chiedere ad un certo El Morisco chiarimenti sui “funghi sacri”, e mentre sono lì che sostano un po’ perplessi davanti alla porta d’ingresso di un’inquietante abitazione, la bella Esmeralda fa il bagno tutta nuda in un lago che circonda un tempio azteco, nuota in mezzo a coccodrilli sacri, e un discendente di Cortés la guata concupiscente. E il tempo si è cristallizzato, sono tutti fermi, come insetti nell'ambra. Ma Tex, con spirito pratico ed empirico, busserà alla porta, ed ecco Eusebio, lo strano domestico di El Morisco, apparire alla porta con un coltellaccio in una mano e un lucertolone morto nell’altra. Caffè, whisky o tequila? chiederà il buon El Morisco, e sarà subito salotto. Seduti intorno ad un tavolinetto tondo a tre zampe i due pards ascoltano, zitti zitti buoni buoni, la lezione magistrale dello strano naturalista egiziano su peyote, mescalina e funghi sacri, ma Tex come Tommaso dubita, ché è mai possibile che le religioni si affidino alle droghe? e il buon El Morisco gli offre un pezzettino di fungo sacro e Tex parte, come una star del rock, e vola nel cielo degli archetipi, dinosauri, trafitti da frecce scagliate da centauri indiani, danzano attorno ad un tempio azteco, dalla cui sommità si alza nel cielo nero una colonna di luce che si tramuta nel volto del suo antico irriducibile Nemico.

(*) Le quattro immagin sono prese dal film Viaggio al centro della Terra (1959).
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venerdì 5 febbraio 2010

Immagini del Tempo, n. 3 (morning has broken)


Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!

Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.

Umberto Saba

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Immagini del Tempo, n. 2 (topi in soffitta)


A sinistra l’immagine (*) mostra l’interno di una enorme e oscura grotta, situata in un punto imprecisato della crosta terrestre, probabilmente sotto il cratere dello Sneffels Yocul in Islanda, però adesso non andate a cercarla con il filo a piombo. Le persone che giacciono addormentate sul suolo sabbioso della grotta sono i cinque membri interni della spedizione Lindenbrook. Dorme come un sasso, a destra nell’immagine, il professor Oliver Lindenbrook, quando è sveglio è il titolare della cattedra di Geologia Applicata alla Ricerca di un Pertugio per Toccare il Centro della Terra (GARP-tct, corso che dà diritto a sei crediti più 300 punti da spendere nell’acquisto di un cronografo per la registrazione della temperatura del vapore), purtroppo il corso era attivo nell’università di Edimburgo l’anno 1880, l’esame attualmente è riservato ai soli fuori corso. Dorme di un sonno leggero la vedova del professore di Stoccolma, l'esperto in sassi e ladro di idee, Carla Goetaborg. In mezzo dorme l’allievo e assistente del professor Lindenbrook, Alec McEwen e sogna la fidanzata. Ai loro piedi dorme pacificamente il giovanottone dal dente d’oro, Hans Belker di Reykjavik. E sono quattro, il quinto elemento della spedizione non è persona umana ma un’oca, di nome gheertrud. Noi non la vediamo nell’immagine ma c’è. I vecchi paletnologi vi diranno che una cultura è data anche da quello che manca, che non si trova. Vicino al fuoco del focolare dorme una teiera.
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E’ giorno o notte? I tre orologi naturali sono nascosti, nascoste le costellazioni, nascosta la luna, nascosto il sole, che sia mezzogiorno o mezzanotte è solo un problema di ora locale, dell’ora segnata dal cronometro del professore. E l’orologio del professore segna la mezzanotte, dunque la comitiva dorme. Chi non dorme è il conte Saknussen e la sua pavida guida, in alto sopra le teste addormentate della comitiva il conte Sak, zitto zitto chiotto chiotto, passa e trapassa da un sentiero, come ombra di un ladro dai passi felpati, ma non abbastanza da non destare dal sonno leggero uno dei due membri femminili della spedizione (la donna, non l’oca che russa beata in braccio all’islandese dal dente d'oro), che esclama, c’è qualcuno lassù, ho sentito passi, passi umani, il professor Lindenbrook mugugna, è dall’alba dei tempi che le donne sentono passi. Mia moglie sentiva i topi in soffitta, di solito la notte prima di un’importante conferenza. Mi toccava salire di sopra armato di scopa. Ecco, è sufficiente una frase banale, buttata là quasi per caso, e noi siamo prigionieri per sempre di un’immagine del Tempo.
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Come passa il tempo. Entrando da via de’ Calzaioli la piazza era viva e rumorosa, ciarlatani, cantastorie, saltimbanchi, giocatori di prestigio, casotti di burattini, carri con scimmie e cani ammaestrati, venditori di semi, lupini, sapone per le macchie indelebili dell’anima e lumini da notte e per i trapassati (il conte Saknussen e la sua pavida guida), c’erano venditori di rimedi contro ogni dolore, dal mal di denti alla metastasi ossea, e propinatori di unguenti miracolosi e sciroppi per la tosse e il catarro, guardate in un angolo c'è pure l’inventore della coca-cola, e c’era Trentuno, il cavadenti, che estirpava i denti senza scendere da cavallo, se estirpava un dente sano in un baleno era già lontano. I ciarlatani erano di fama mondiale, stavano seduti come monarchi assiri assisi su carrozzoni alti come i primi piani delle case, e guardavano dall’alto in basso i garzoni affacciati da porte di bottega con il muricciolo rialzato da un lato e gli sportelloni verdi coperti di grossi chiodi, loro ricambiavano lo sguardo dal basso in alto. Seminano, i ciarlatani, i sogni sulle lastre di pietra delle strade. E in piazza della Fonte c’era un vecchio ebreo, sempre lo stesso, friggeva le ciambelle, e le vendeva pure ai cristiani, che tagliavano dal Ghetto per affrettare il ritorno a casa, le compravano per i ragazzi che ne erano ghiotti. Case di sette piani, case di nove piani, case di undici piani, case come torri di babele, il Ghetto era un’astronave che affiorava dal centro di Firenze come una rosa del Sahara. Nel 1439 gli ebrei a Firenze erano già settanta (70), e iniziano i problemi, cominciano a dar nell'occhio. I problemi aumentano, e aumentano con gli anni fino a portare alla decisione, irrevocabile e definitiva, di cacciare a pedate nel culo gli ebrei dalla città nel 1495. Il bando è revocato solo nel 1499, ma con una penale e pedaggio di 200.000 fiorini. Cosimo dei Medici, il Grande, importa e copia il modello Ghetto. Cosimo vuole, Cosimo ordina, Cosimo scrive che tutti gli ebrei devono abitare in un solo luogo chiuso, con qualche ora di libera uscita. Sarà il Buontalenti, di nome e di fatto, a ridurre tutte le case di un isolato situato a ridosso del Mercato Vecchio in un solo enorme stabile, murando tutti i vicoli tranne due, sbarrati però da cancellate. In quest’immenso condominio gli ebrei di Firenze andarono ad abitare il 6 dicembre 1571. Un giro intricatissimo di scale metteva in comunicazione le case da un lato all'altro del Ghetto. Un dedalo di corridoi, pianerottoli e abbaini permetteva di salire sui tetti dai quali poi si ridiscendeva per altre scale in altre case e in altre strade. Giravano, i ciechi, le strade di Firenze suonando, chi la chitarra, chi il violino (quest’ultimi erano forse ciechi importati dall'Ungheria?). E cantavano, i ciechi, la storia della Samaritana, di Sansone, di Marziale che nacque con due denti, della ‘Gnora Luna, di Brandano, e della Strage degli Innocenti, e della fuga in Egitto, e del professore che sognava di tornare dietro i banchi di scuola a imparare cose nuove. Ed era un gridare, un vociare continuo di briachi, ortolani, fruttaroli, friggitori, fagiolai, peracottai, cenciaioli che giravano tutta Firenze al grido, Donne chi ha cenci. E da via de’ Calzaioli passava il Manzoni, testa bassa e mani in tasca, e alé inciampava in un sasso, che era sempre lo stesso, giovinastri bruciati se lo tramandavano di generazione in generazione di scioperati, era il sasso di via de’ Calzaioli, lo gettavano in mezzo alla via, e i passanti distratti lo spingevano su e giù per la via, dal Bigallo fino a San Michele, all’inizio dell’Ottocento era un macigno grosso come quello che rincorre Indiana Jones, pian piano si è consumato, oggi è un sassolino, neppure don Abbondio se tornasse in vita e passasse per via de' Calzaioli lo spingerebbe di lato. Ecco in un angolo della soffitta il progetto dell’architetto Leoni per la costruzione di 53 case per i poveri nei pressi della Fortezza (via di Barbano). E’ il 1838. Il Comune metterà il terreno, s’immagina dopo una gran sudata in consiglio comunale, è tutto grasso che cola, infatti, vi nacque un bel quartiere signorile, per i poveri neppure uno stanzino per le scope, ma lo spazio per una bella piazza fu trovato, un giorno sarà piazza dell’Indipendenza, per ora si chiamerà piazza Maria Antonia, da lì, il 27 aprile 1859, partirà il corteo, al grido di Viva l’Indipendenza Italiana. 1839, il Comune installa le gronde sotto i tetti delle case. 1846, primi lampioni a gas, ma tenuti spenti nelle notti di luna piena. Dickens scrive che a Genova le case e le strade mandavano un odore di cacio riscaldato, e a Firenze? Stendhal disteso in terra attende l'arrivo dei volontari della Misericordia, tesse le lodi, "pavimentata a grandi blocchi di pietra bianca di forma irregolare, Firenze è di una pulizia rara, nelle sue vie si respira non so quale straordinario profumo. Se si fa eccezione di qualche borgo olandese, Firenze è forse la città più pulita dell'universo". Stagna nei vicoli il puzzo dei fritti nel lardo e delle acque marce dove hanno cotto i cavoli, le bietole e gli spinaci. Fetore di fogne e di sudore e di spazzature rovistate da cani e gatti che il più sano c’ha la rogna.
Superfetazioni, solo superfetazioni.
Si definisce superfetazione edilizia quella parte aggiunta a un edificio, dopo la sua ultimazione, il cui carattere anomalo sia tale da compromettere la tipologia o da guastare l'aspetto estetico dell'edificio stesso, o anche dell'ambiente circostante. “Dovunque c’era un angolo, uno spazio fra costruzione e costruzione hanno ficcato una casa, che sembra voler cader giù da un momento all’altro. Se c’è un cantuccio, un angolo rientrante nei muri di una chiesa, siete certi di trovarvi una specie di abitazione”. (Dickens, Impressioni d’Italia). Un esempio? Il ponte vecchio.
Modi di dire che oggi non si usa più. I francesi erano soprannominati nuvoloni dai fiorentini della fine del settecento e dei primi anni dell’ottocento. Nel 1799 i francesi piantano a Firenze l’albero della libertà in piazza Nazionale (oggi piazza Signoria), coprono le mura con i loro proclami che iniziano sempre così, Nous voulons, il 9 aprile 1799 furono celebrati 18 matrimoni sotto l’albero della libertà. Alle pulizie delle strade ci pensavano i forzati, legati in coppia con catene; spazzava, il forzato, le strade e portava con sé un non so che di tristezza e pittoresco, perduto per sempre. I passanti, nel sentire dietro l’angolo il rumore delle catene, cambiavano strada, ma solo per non vedere i colori sgargianti delle casacche dei forzati. Rosso, chi doveva scontare mesi o anni. Giallo, i condannati a vita. Oggi nessuno farebbe più caso ai colori.
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Il mondo senza di noi, di Alan Weisman, numero 1 nelle classifiche di vendita americane per diversi mesi, descrive un mondo senza di noi. L’intento è poetico il risultato è prosaico. L’autore parte dalla premessa che per distruggere un fienile è sufficiente fare un buco di un centinaio di centimetri quadrati nel tetto del fienile, e poi stare a guardare, se a bocca aperta non è scritto. Il giorno dopo la scomparsa dell’uomo la natura già prende il sopravvento, senza incentivi, un esile filo d’erba lasciato a sé stesso si trasforma, piano piano, anno dopo anno, in un possente albero che sbriciola il marciapiede, passano gli anni, l’albero cade sulla strada. Il lettore però non si deve aspettare fantasie da dopobomba o dopovirus o da dopolavoro, quando seduti in tram, con gli occhi che si chiudono, vediamo gli alberelli stenti del giardino che ci passa accanto invadere la strada ingombra di auto rosse di ruggine, perché il Saggio è abitato da scienziati seriosi e preoccupati, ma con la barbetta brizzolata, e snelli e giovanili a più di cinquant’anni, e con occhi che disegnano una mezzaluna quando riflettono, che si stringono nelle spalle, e forse si torcono le mani. Un libro che va avanti e indietro, zooma nel passato e poi nel futuro, e non ti lascia il tempo di fantasticare su occhi bianchi sul pianeta Terra e licantropi, e alla fine la tesi che sostiene è che non resterà niente dell’opera terrena di ogni uomo quando sarà scomparso dalla faccia della terra, grazie già si sa.
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E nel 1982 era uscita la traduzione italiana di After Man, a zoology of the future autore Dougal Dixon. La storia splendidamente illustrata della vita sulla Terra 50 milioni di anni dopo la scomparsa dell’uomo. In questa storia l’uomo è come se non fosse mai esistito, i topi di città si sono differenziati in molteplici specie, anche la Statua della Libertà si è dissolta in polvere, non emerge mica dalla sabbia come nel Pianeta delle Scimmie, e se qualche osso e cranio fossile di Homo sapiens sapiens giace sotto i sedimenti, ebbene è muto e paziente almeno quanto il buffone di corte, Yorick. Ma anche il libro si è estinto, non era il numero 1 nelle classifiche di vendita americane, di conseguenza non è stato più ristampato, forse qualche copia fossile si trova su Maremagnum.com, ma non andate a cercarlo con il filo a piombo o con il cronografo alla mano.
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Esperienza straordinaria è la lettura e la visione del volume Firenze 1892-1895, immagini dell'antico centro scomparso di Maria Sframeli (Editore Pagliai Polistampa, 2007). Trecento e più fotografie, scattate fra l'agosto del 1892 e il dicembre del 1895, documentano i palazzi e le case del centro storico prima e durante le demolizioni. E' il centro medioevale di Firenze che viene giù, l'area che si estendeva da via Porta Rossa a via de' Cerretani, da piazza Strozzi e via dei Pescioni a via Calzaioli. Il risanamento dell'antico centro intorno al Mercato Vecchio, compiuto a fine secolo, è lo specchio della volontà della classe borghese di affermare il proprio prestigio. Il mezzo per tale operazione è anche in questo caso quello della speculazione edilizia. Per tamponare i duri giudizi espressi, soprattutto sulla stampa estera, la giunta comunale nel marzo del 1888 nomina una Commissione Storico Archeologica CSA per rilevare e studiare gli edifici della zona da demolire. Ma i rilievi non dovevano in alcun modo ritardare i lavori, così nell'aprile del 1892 viene nominata una Nuova Commissione NCS, con una sfera di competenza che escludendo l'archeologia si estendeva a tutto il territorio comunale, e per ovviare all'impossibilità di misurare gli edifici che scomparivano dalla mattina alla sera la Nuova Commissione avanzò la richiesta di utilizzare lo strumento fotografico. “Una camera oscura per prove 18x24 con soffietto di pelle a cono girevole, otturatore istantaneo e a pose facoltative, treppiede e sacco” (Firenze 1892-1895). Le immagini non sono belle, sono vere, e ferisce la quasi totale assenza di vita, il silenzio assordante del dopo bomba, i cartelli attaccati ai muri annunciano ai rari passanti che il venditore di pesci d'Arno fritti si trasferirà in faccia alle Logge n. 1, così il trasloco del pizzicagnolo, del salumiere, del rosticciere, del fagiolaio, ecc. Pubblicità di cerotti per calli, letti e mobili in ferro vuoto e sagomato, Synger Cycles, pastina diastasata alla pepsina. Muratori posano in bilico su assi appoggiate su scale sospese sul vuoto. Esperti della Commissione immobili ed impettiti. Ragazzini con il cappello in testa, garzoni di bottega, guardano nell'obiettivo del fotografo con sguardi da gatto, un ragazzino visto di profilo è l'esatto opposto del militare petto in fuori e pancia in dentro, ma dove sono andati a finire 'sti tipi alla Huck Finn? E i nomi delle vie? piazza del Vino, piazza delle Cipolle, via delle Ceste, piazza delle Ricotte... ormai era stata imboccata una strada in discesa, si comincia con piazza vittorio emanuele secondo, il monumento al re a cavallo è già al suo posto. Attorno crescono i palazzoni di facciata colmi di banche, uffici, alberghi, assicurazioni; igienici ma scarsi di vita e di cortili. Nelle strade attorno alla piazza a nuova vita restituita la vecchia Firenze muore, muore come un vecchio in un letto d'ospedale un giorno di inizio primavera.
Alec. Prendi nota che un membro della spedizione ha segnalato topi in soffitta. Lights out.
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(*) L’immagine è l’elaborazione con Autostitch di 14 immagini in formato JPG del film Viaggio al centro della Terra (1959).

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mercoledì 3 febbraio 2010

Immagini del Tempo, n. 1 (il prestigiatore)


Siete viaggiatori del Tempo, ché avete vinto al lotto e avete tutto il tempo del mondo, e camminate nella città olandese di Hertogenbosch, qui vive un pittore di nome Hieronymus Bosch, proprio ieri ha terminato di dipingere un quadro che qui riproduciamo in una immagine digitale, il prestigiatore. Un monaco si china sul tavolo per osservare le mani del prestigiatore e capire il trucco, che un trucco c’è, non c’è dubbio, e se dubbio c’è e solo negli occhi di chi guarda e non sa leggere il trucco. Il monaco non si accorge che alle sue spalle un ladro gli sta rubando la borsa che tiene appesa alla vita. Il ladro guarda nel cielo nero le costellazioni. Ehi monaco ti stanno rubando la borsa. Una piccola folla di spettatori pare più attenta e divertita della scenetta del ladro e del monaco che del prestigiatore. Una piccola civetta fa capolino da una bisaccia appesa alla vita del prestigiatore, forse sta per prendere il volo, è sera. E un muro vi toglie il piacere di osservare un paesaggio olandese del Cinquecento, che lo guardate a fare? E’ solo un muro, ma un muro è l'ideale per appendere quadri (e un Picasso è stato venduto ieri sera all'asta per 9 milioni di euro). 1+1=2?
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03/02/2010, 19.26
Stop. Devo rifletterci su :)
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domenica 31 gennaio 2010

Ritornati dalla polvere n. 5 (indice)

Indice analitico dei post che formano una “serie”, per formare una serie sono sufficienti 2 post.
Le serie hot spot sono evidenziate in rosso.

Rileggendo il primo post della prima serie mi sono tolto un peso dalla coscienza (*): errori, distrazioni e refusi, A è il metamanifesto del blog.

A. Orografia di avere (I e II), Eco, Cicognani e un errore capitale di Errorlandia.

B. Un’immagine in fuga (I e II). Sul giudizio e il pregiudizio, che poi è la stessa cosa. "Manifesto" del blog.

C. In attesa dello zio di Andromeda (I - II – III - IV). Un esempio concreto e misurabile di B, con cani, ragni, mosche e il Voyager Golden Record e gli Alieni.

D. Problem Solving (I e II). La prima immagine del primo post della serie dice tutto il dicibile e l'indicibile, così non sgridate mai un boxer maschio (ché, lapalissianamente ragionando, non è mica una femmina e neppure un labrador), tirerà fuori la punta della lingua e fisserà lo sguardo nella straziante bellezza del creato, assumendo una simpatica espressione ebete tira ceffoni.

E, soprattutto, non cercate mai di convincere un gatto che un’anatra appesa a frollare è un’opera d’arte, un'installazione da contemplare in religioso silenzio e trattenendo il fiato ('ste ca**ate lasciatele a Flash Art).

E. Stanze parallele (I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII - IX). Le serie televisive americane degli anni settanta sono a tutt’oggi uniche e irripetibili, e non solo per i soggetti, i dialoghi e gli attori, ma anche per la cura, quasi maniacale, dei particolari, e nella resa magistrale dello spazio scenico. Qui confronto due delle più belle.

F. Curiose applicazioni di Autostitch (I – II – III – IV - V). Autostitch è un software atto a generare immagini panoramiche da foto digitali, ma può essere usato per fermare in un'immagine statica una serie di fotogrammi, catturati e salvati con altri software nel formato JPG, e ottenere informazioni filtrate dalla retorica del regista. Insomma trasformare il cinema, guarda dove ti dico io, in teatro, guarda dove ti pare, sempre se ne sei capace, o più o meno.

G. Wunderkammer (I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – X - XI). La realtà delle idee nella filosofia: far le seghe ai fagiani o fuggire dalla finestra?

H. Paese d’Ottobre (I – II – III – IV – V – VI – VII - VIII). Una serie di riflessioni autunnali. e però il vecchio saggio fu accoppato e il cadavere seppellito sotto un pero.

I. Commento a un commento ai Promessi Sposi (I – II – III – IV – V – VI – VII - VIII - ...). Una serie di post dedicati al commento di una serie di note poste a commento in una vecchia edizione dei Promessi Sposi (il post n.6 che credevo datato è ritornato di attualità).

L. Ritornati dalla polvere (I – II – III – IV – V - ). Quanto al libro di Michea, esso scomparve, immaginatevi che perdita se fosse stato l'unico esemplare. (J. Saramago).

M. Anabasi di una frase (I – II – III – IV - V – VI – VII). Tempo fa mi ero occupato delle Wunderkammern presenti nel cinema e in letteratura e avevo proposto una personale classificazione, degna, direi senza falsa modestia, di M il mostro di Dusseldorf, ed ero lì con la testa tutta presa e occupata da fuchi marini pesci che giocano a palla ragni e mosche nel piatto, ingegneri pescivendoli, fiocineri canterini e ceneri di tabacco, per mettere sotto la lente di ingrandimento del mio occhio anabasilico una strana e oscura frase presente in una citazione da un famoso romanzo di Verne. Ho cercato la Via su Google, ma il mistero per me era rimasto intatto… poi l’ho risolto, con in più uno spin-off.

N. Breve ma veridica storia delle religioni (I – II - III – IV – V – VI). Ecco scendere dall’alto l’idea della spingenesi.

O. Anabasi di una parola (I – II – III - IV). Bootleggers, roll your tapes

P. Bestiario (I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII - ...). Il bestio è la chiave per uscire dal labirinto, e dunque per uscire da tutte le wunderkammern del mondo.

Q. no free dogs (I - ). …del sole di una stagione di leggerezza infinita e vedi le strade secondarie deserte libere correre i cani senza guinzaglio…

(*) Anticamente con coscienza si intendeva qualcosa di diverso da ciò che si ritiene oggi nell'ambito psicologico e filosofico. Non tutti gli antichi dividevano l'uomo in mente e corpo. Anzi era molto diffusa l'idea (oggi tornata alla ribalta) che l'uomo avesse tre funzioni relativamente indipendenti chiamate "centro intellettivo", "centro motore-istintivo" e "centro emozionale", collocate rispettivamente: in una parte dell'encefalo, nella parte terminale della colonna vertebrale (dove un tempo nell'uomo compariva la coda) e nella zona del plesso solare, in quelli che sono oggi chiamati "gangli del simpatico e del parasimpatico". Ebbene "coscienza" indicava quello stato interiore di sintonia tra i tre centri (sapere insieme) che, se raggiunto, permetteva all'uomo di elevare la propria ragione. (Wikipedia).


sabato 30 gennaio 2010

30 gennaio (Bosch Vs Calvin & Hobbes)


Che significa, o Hieronymus Bosch,
quel tuo occhio attonito? Quel pallore
del volto? Come se tu stessi guardando
i lemuri e gli spettri dell'Inferno
svolazzarti davanti. Potrei credere
che ti si siano spalancate la porta
dell'avido Dite e le dimore
del Tartaro poiché la tua destra
ha potuto dipingere tanto bene
tutto quello che il più profondo
recesso dall'Averno contiene.

(Bosch, Lampsonius)

C’è stato un tempo, tanto tempo fa, che non uscivo di casa senza portare in tasca, come un santino benedetto, una immagine di una pittura di Bosch. E, molto più tempo fa, ho anche fatto una mostra di pittura, intitolata Sentieri di Bosch; visitatori forse meno di venti :)

Oggi, se tanto mi da tanto, dovrei portarmi sulle spalle il trittico di Bosch ma in scala 1:1 per tenere a distanza il male, cosa impossibile, vedo bene che è impossibile grazie, preferisco ridere uscendo di casa con in testa una battuta di Calvin & Hobbes.

In una striscia Calvin e Hobbes sono seduti sotto un albero, sicuramente è Estate, nella seconda vignetta Calvin dice, I rutti degli uccelli probabilmente sanno di insetto, nell'ultima vignetta Calvin è rimasto solo sotto l'albero, incredibile ma vero Hobbes è scomparso, Calvin riflette, Nessuno mi paga mai un penny per i miei pensieri. (*)

Ciao.
(*) Bill Watterson, E' un magico mondo (Comix)
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giovedì 28 gennaio 2010

Commento a un commento ai PS (n. 7)


"Carneade! chi era costui? (1) – ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’ambasciata. – Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letterato del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui? […]”

(1) Carneade! chi era costui? Il povero don Abbondio in questo momento è tranquillo, quasi come quella sera che tornava dalla passeggiata dicendo l’ufizio […] Nello scritto Eco d’una notte mitica, il Pascoli ha paragonato questa notte all’ultima di Troia […]

Eccolo lì il nostro caro don Abbondio con il libricciolo aperto in mano e lo sguardo perso nel vuoto catturato nel tentativo disperato di cercare nella memoria un sentiero, un appiglio, un gancio, una cengia cui afferrarsi e scoperchiare così il vaso di pandora - che, tutti sanno, conteneva solo olive in salamoia alla ligure - il mistero di un nome che cela sempre un contenuto, quale non sappiamo e non sapremo mai. Talvolta capita in tram, mentre fingiamo di non guardare una ragazza con gli occhi del colore di una notte d'estate, di ascoltare, non volenti e dolenti, uno scrittore di romanzi seduto e con la barba alla Lombroso parlante ad un’amica in piedi (e con la barba) del suo prossimo futuro romanzo, preoccupato lo scrittore, ma mica più di tanto, anzi lusingato che qualche lettore con la cispa agli occhi, Perché ogni mattina mi sveglio con la cispa agli occhi?, dicevo possa leggere in un personaggio della storia il Nostro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E forse, un giorno perso nel futuro, uno scrittore inizierà il capitolo ottavo del suo romanzo della vita con questo incipit:

“Berlusconi! Chi era costui? (1) – ruminava tra sé don XwqyJ? seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando YyJj66! entrò a portargli l’ambasciata. – Berlusconi! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letterato del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui? […]”

(1) Berlusconi! chi era costui? Il povero don XwqyJ? in questo momento è tranquillo, quasi come quella sera che tornava dalla passeggiata dicendo l’ufizio […] Nel post Commento a un commento ai PS (n. 7), ii Puu-tii-uiit? ha paragonato questa notte alla mitica alba di Zio Paperone disegnato da un grande Romano Scarpa […]

Capita a tutti, ma proprio a tutti, che una mattina davanti a una finestra spalancata da cui entra sicura e ridente la fresca primavera, portando seco l’eco di uno sferragliante tram deambulante su rotaie, e il cinguettio festoso di passeri affamati e una radio che canta e suona a tutto volume Waitin' on a sunny day, mentre ce ne stiamo seduti sul bordo del letto a ricapitolare la vita e intanto che ricapitoliamo ci rasiamo il becco, di pensare ad una parola misteriosa, che improvvisamente fa capolino allo specchio terso della nostra mente, parola che non ci lascerà in pace per tutta la giornata, balabu! Ma chi diavolo è o era balabù?
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mercoledì 27 gennaio 2010

Bestiario n. 7 (la lucertolina e il camaleonte)

All’inizio del tempo Dio passava il tempo giocando tutto il tempo che c'era quando era in casa con le sue creature, giocava con la palla, con la corda, con il gioco del riporto, ma, soprattutto, all'inizio del tempo Dio era un viaggiatore instancabile e curioso, non c’era un posto sulla terra dove non ci fosse già stato, locanda dove non avesse dormito almeno una notte, museo cittadino che non avesse visitato e libro dei visitatori su cui non avesse lasciato una firma fiorita di ornati e svolazzi e un breve ma significativo mito o una storiella allegra o un aneddoto o una barzelletta (mai sporca però). Dio era un mago, se esisteva un luogo, per esempio la capitale di un regno, dove non aveva mai viaggiato ecco che lo cancellava dalla memoria delle genti e dalla faccia della terra, e gli abitanti della città perduta prendevano in blocco il nome di un vizio capitale, ancora vacante e disponibile, e chi provava a voltarsi indietro capiva il trucco e ci restava di sale. Quando Dio il Viaggiatore si metteva a raccontare dei suoi mille e mille viaggi con Giobbe quello doveva uscire dalla stanza per il nervoso.
All’inizio del tempo Dio era peggio di un furetto, chi poteva tenerlo?, chi poteva afferrarlo?, chi prenderlo con le reti per forargli il naso?, o prenderlo all'amo o attaccarlo a un filo per divertir le ragazze?, e chi poteva legarlo ad una sedia ed impegnare la sua mente svagata con qualche lavoretto, per esempio l’inventario degli animali da consegnare a Noè, un attimo di distrazione del sorvegliante ed eccolo già fuori dalla finestra, a saltellare dietro le farfalle, peggio di Pinocchio.
All’inizio del tempo Dio era loquace e ciarliero, garrulo come un usignolo, e rispondeva a tutte le domande, proprio tutte anche a qulle imbarazzanti (per Lui), e non stava mai zitto, rispondeva pure alle domande senza risposta, mica si perdeva d’animo, improvvisava, era un talento nato, si metteva a raccontare una storia e piano piano portava l’esaminatore fuori pista, lo conduceva nel deserto e lo accoppava con la sua logica accuminata, poi lo seppelliva sotto un cactus. Se l’esaminatore gli chiedeva qualche delucidazione sulla transubstanziazione, ecco che partiva con la Genesi e prendeva l'esaminatore per fame, sete e disperazione.
Un tardo pomeriggio di luglio Dio era lì che vagava nel Camerun (*) e vide un camaleonte su un ramo, assorto in mistica contemplazione, gli occhi fissi nella straziante bellezza del creato. E Dio si ricordò che doveva ancora decidere il destino degli esseri viventi, e, come gli capitava spesso a quei tempi, volle affidarsi alla sorte, purtroppo quel giorno non aveva in tasca neppure una monetina da cinque centesimi, allora afferrò il camaleonte per il collo scuotendolo come un topo in bocca al gatto. Tu maledetto camaleonte scoglionato, sveglia! Corri ad annuciare agli uomini la resurrezione dopo la morte. Quando il camaleonte era già un puntino spaurito e strillante all’orizzonte Dio si accorse di una lucertolina che se ne stava beata su un sasso ad abbronzarsi tutta nuda, e le tirò un sasso, tanto per non perdere l’abitudine, e ovviamente fece centro (che in queste cose Dio era un Dio), e alé via la coda, Tu maledetta lucertola scodata, sveglia! Corri ad annunciare agli uomini la morte senza ritorno. Ma prima Dio le promise che se fosse arrivata prima del camaleonte le avrebbe riattaccata la coda con la colla uhu.
Eccolo là sprofondato in un’enorme poltrona tappezzata di pelle cangiante di Altair IV, di un color fulvo tendente al giallo, con gli occhi come una fessura, occhi verdi di ramarro, e le mani unite per i polpastrelli delle dieci dita, e sulle labbra sottili aleggiare il soffio di un sorriso ionico.
Uhu!, disse la lucertolina, che capiva il giusto, e via alla rincorsa matta del camaleonte. La lucertolina raggiunse il camaleonte e gli disse, Amico vai piano, chi va piano va sano e va lontano, non vedi che scuoti il mondo? Poi preso il vantaggio annunciò la morte senza ritorno agli uomini, che sentitamente ringraziarono.
Da quel tempo mitico che è solo leggenda, o da quel tempo leggendario che è solo mito, alla lucertolina Dio riattaccò la coda, come promesso, e in seguito, che era un tipo distratto, gliene attaccò un'altra, Allegria! ché piove sul bagnato. La lucertolina se ne sta nascosta sulla porta del Duomo di Pisa, ma gli esseri umani la toccano e l’accarezzano tutti, dicono che porti fortuna. A forza di toccarla e accarezzarla è diventata così lucida che sembra non più di bronzo ma d’oro zecchino, ancora un po’ e l’oro zecchino sembrerà trasparente come aria, ma gli addetti all’Opera del Duomo sono corsi al riparo (anche a Pisa piove) e hanno transennato la porta.
E il camaleonte? Be’ il poveretto da allora ha imparato a roteare gli occhi in modo indipendente. Non sia mai che Qualcuno sopraggiunga alle spalle, con passo felpato e un messaggio urgente da consegnare.


(*) "Con il rospo, la lucertola svolge un ruolo importante nelle leggende sulle origini dei popoli del Camerun. Essa interviene soprattutto nelle leggende sull'origine della morte:
All'inizio Dio inviò due messaggeri sulla terra: il camaleonte doveva annunziare agli uomini la resurrezione dopo la morte; la lucertola portava l'annunzio della morte senza ritorno. Il messaggero che fosse arrivato primo avrebbe prevalso. La lucertola ingannò il camaleonte e gli disse: 'Vai lentamente, lentamente!... se corri scuoti il mondo!'
Poi preso il vantaggio annunziò la morte senza ritorno."
(J. Chevalier, A. Gheerbrant, Dizionario dei simboli, Rizzoli).
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martedì 26 gennaio 2010

Bestiario n. 6 (lumache e colombe)

Ok, siete viaggiatori del tempo e camminate sulle strade di una magica città atemporale che non è mai esistita, ma è l’unica città dove avreste voluto nascere e morire. Una città che alterna larghi e infiniti viali a strette viottole contorte, musei e gallerie e botteghe di cianciafruscole sparpagliate sul marciapiede. All’orizzonte le torri di babele si stagliano nel blu del cielo estivo, sulla strada si affacciano banche e sporti d’ortolani, pizzicagnoli e fornai, librerie antiquarie e straccivendoli, enigmatiche insegne, pizzerie da asporto.
Le strade sono fiumi in secca sul fondo di canyon d’ombra di terra di siena bruciata, e le persone che vi si agitano dentro sono simili a quelle figurine dipinte sullo sfondo dei teleri di Vittore Carpaccio, inconsapevoli dell’accadere di un evento miracoloso in primo piano, San Girolamo che conduce nel monastero il leone ammansito, perseguono le loro attività quotidiane, chi passeggia leggendo il giornale, chi porta a spasso il cane, chi in faccende affaccendato blatera barbaricamente nel cellulare e pesta una molle deiezione canina, il cui autore, portato fuori da un padrone dimentico di paletta e sacchetto, sta girando il canto della strada e s’intravede appena, nella limpida brillantezza di un attimo fuggente, l’agitare festoso della coda, uomini calvi e glabri in costume giallo cantano e danzano al ritmo di un tamburello, turisti giapponesi fermi all’incrocio sorridono al semaforo rosso.
Tirate fuori la vostra macchina digitale e cominciate a scattare istantanee, ad una fontanella secca posta sul canto di una stradina che s’affina nell’ombra fresca e umida, ad un monumento equestre pazientemente zebrato da generazioni di colombe selvagge, ad un portico di luci e di ombre, ad un pittoresco muro crostoso e ammuffito che vi nasconde la vista di un silente giardino di periferia, alle nuvole che si dipanano lente nel cielo blu.
È una sera d’estate. Dall’ombra profonda e blu planano sopra le vostre teste misteriose parole quotidiane, suoni di piatti e posate, Chopin duetta con Hendrix, uno speaker ordina indifferente i fatti del giorno quasi andato. E in strada, all’ombra di un albero, sonnecchia indifferente un magro gatto soriano. Filippo ha le placche in gola. Un cane boxer maschio si accuccia per urinare l’orina accumulata in un pomeriggio di tedio e noia aspettando il ritorno a casa del padrone, non ha ancora imparato che deve alzare la zampa e segnare il territorio. Una ragazza vi passa accanto, Tutte le kose k hai detto sn vere sekondo me, ma non lo dice a te. E le ombre della sera si allungano e sembrano ghignanti demoni etruschi, e colorano le strade di un assurdo blu oltremare. Entrate in un ristorante alla francese e vi sedete ad un tavolo coperto da una tovaglia a scacchi bianchi e rossi, due uomini, uno è vecchio, l'altro non più giovane, parlano e ridono, uno dei due ha davanti a sé un breve futuro e un piatto di lumache. Escargot. Lumaaache. Lumache. Rpiene di burro e aglio. Buon vino, pane francese e lumaaache.



Se non capite una parola una della conversazione, be’ potete sempre leggere i sottotitoli, che diamine. Uno dei due è russo, l’altro invece no, uno è pieno di sé, assolutamente vuole vincere una partita a scacchi domani, l’altro ha già vinto e perderà per questo la vita. Gli scacchi sono la prova più ardua a cui è sottoposta la mente umana, no? Lei crede? Ho sempre pensato che fossero le donne. Quasi per caso, quasi per gioco, forse spinto dal suo demone il vecchio sposta il sale e l’altro gli risponde muovendo il pepe, inizia così la finale di partita (a scacchi), le cui mosse sono state decise, per entrambi, da uno stronzo di creativo vissuto circa cinquemila anni fa, già deciso il risultato: per uno toccano le fiamme eterne dell'inferno, ma qualche girone sopra il prete con l'amante e l'assessore ladro, l'altro non volerà però in paradiso, sosterà, solo qualche millennio, in purgatorio, a purgarsi come una lumaca. Loro solo eseguono, come un pianista di piano bar, e non sperate di farli piangere perché piangere non sanno, solo giocare fino all’ultima mossa, fino all'ultima nota. Scacco, ma non è ancora quello decisivo, che dicono sia matto.


E uno è un assassino sordo e l’altro è la sua vittima, ghiotta di lumache.


Se il giorno dopo tornerete sui vostri passi entrate nel ristorante alla francese potrete chiedere l'autografo al mite tenente Colombo e sorridere al suo cane di nome Cane, Colombo non crede né all'inferno né al purgatorio ma ha già scritto nel taccuino il nome dell'assassino.

E' giusto? Non è giusto? Ma così era la vita in una Los Angeles primi anni settanta del secolo scorso, prima del diluvio e ancora bazzicata da Sanford e figlio demente (ocio ciò! che l'ha detto Brunetta), ma per poco ancora prima di lasciare il campo e le strade e le piazze e gli ospedali e le scuole pubbliche, come già le private, a mutanti medievalisti nerovestiti con occhi bianchi e una croce fiammeggiante all'altezza del cuore.

Immagini da The Most Dangerous Match.

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lunedì 25 gennaio 2010

no free dogs (1)

Vi ricordate quei vecchi magici cartoni animati della WB, dove la storia, qualunque essa sia, inizia sempre con un grosso gatto tonto che saltella girando attorno ad un gatto piccoletto, fosco in viso e dagli occhi impazienti? Il gatto piccoletto procede per la sua strada, andante cupo, con i pugni stretti e lo stomaco vuoto. Il gatto grosso non è capace di fare un passo senza chiedere cosa ne pensa il compagno di questo e di quello e di codesto. Tutte le sue frasi sono domande. E tutte le domande terminano - come una invocazione, come una preghiera - con il nome del piccoletto, George. George è il leader, è la mente della coppia, l’altro è la spalla, o meglio il braccio. Talvolta al posto della coppia di felini c’è una coppia di cani, ma le parti non cambiano. Sono due personaggi straordinari, ma legati da un'amicizia che capita di vedere anche nella vita reale. All'inizio della storia deve esserci stata una rissa tra i due, o forse no, forse è bastato lo sguardo magnetico e fosco del piccoletto per definire per sempre i rispettivi ruoli, ruoli che quasi sempre non mutano, a meno che nella storia non si infili un canguro, scambiato per un topo gigante (se i due sono gatti) o una pantera scappata dallo zoo (se i due sono cani). Ecco un esempio di dialogo fra i due:

Lennie gli volse uno sguardo timido:
“George?”
“Eh, che c’è?”
“Dove andiamo, George?”
L’uomo piccolo volse in giù la tesa del cappello e sogguardò torvo Lennie: “Te lo sei già dimenticato, eh? Bisogna che te lo dica un’altra volta, vero? Sangue di dio, che razza di scemo.”
“Ho dimenticato,” disse Lennie sommesso. “Ho cercato di non dimenticare. Davvero ho cercato, George.”
“E va bene. E va bene. Te lo dirò un’altra volta. Sicuro, non ho niente da fare. Posso passare tutto il tempo a dirti le cose e tu le dimentichi, e io debbo ripeterle.”
“Ho cercato davvero,” disse Lennie, “ma non sono riuscito. Dei conigli mi ricordo, George.”


Sorpresa! Il dialogo è copiato dall'inizio di un romanzo breve o racconto lungo (sing) di John Steinbeck, Uomini e topi, (1937) nella traduzione di Cesare Pavese del 1938. Le date sono fatti, non solo in archeologia, i creativi della WB hanno copiato Steinbeck.
E poi quelli della WB fanno tante storie sul (C)!
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domenica 24 gennaio 2010

Bestiario n. 5 (tutti besti liberi tutti)

I put a spell on you
Because you're mine.
You better stop
The things that you're doing
(*)

Come corre il tempo, ieri era appena Natale con panettoni fichi secchi datteri pistacchi noci nocciole noccioline arance e mandarini ed oggi è quasi Pasqua con colombina e ovetto kinder di cioccolato (ché l'estate batte alle porte), già accoliti nerboruti, Ministri senza portafoglio della parola del Signore e prestatori dell’Opera hanno tolto di mano e di forza pennello e secchio dalle mani dell'arcimago locale e via, corrono come il vento sulla mole morta del mondo, corrono come dannati sulle strade del quartiere, numeri dispari a Pippo numeri pari a Paperino, rincorsi da tre chierichetti urlanti e sgomenti, uno con le buste delle offerte, uno con i santini punt'omaggio e il terzo a mo' di ruota di scorta, salgono, gli accoliti, a tre per volta gli scalini di strette umide scale mal'illuminate e di larghi solari scaloni con piante di ficus, scale e scaloni di case e palazzoni della parrocchia, e l’ascensore vuoto salirà sopra i tetti di città. Salgono gli accoliti come cavallette, cicaleggiando con il secchio in una mano il pennello nell’altra e i tre chierichetti svenuti sulle spalle, mentre i parrocchiani in spaurita attesa se ne stanno muti dietro la porta di casa, ma prima di entrare l'omaccione di turno chiederà con voce di basso profondo, Si può?, come dicono è usanza tra i vampiri della Transilvania, come dicono che il tempo sia l'unica cura possibile, fugge il gatto sotto un letto, niente paura non è dracula redivivo è un accolito in pieno amok, non vuole scannare i vecchi e mangiare i bambini ma solo benedire stanze e stanzini cassettoni e comodini, pavimenti di graniglia parquet cotto, credenze e cristalliere e fedi al dito, e certo anche le persone se ci sono, bene sennò fa lo stesso che l'Accolito è in giro libero e selvatico per conto di Dio, insomma qualcosa devono benedire, e tirano fuori per la coda il gatto strillante da sotto il letto, e questo e quello e pure codesto, alé pure il nonno che sta a provare al gabinetto, e via (altra rampa di scale). Qualche don Camillo scaltro preferisce benedire tutti i parrocchiani in una sola volta come fossero un mazzo d’asparagi, benedice tutto il benedicibile dalla cima del campanile, e forse prima sputerà per vedere dove soffia il vento, e il vento… il vento… ah non è ancora il vento di marzo che annuncia la fresca primavera, Morning has broken, like the first morning, Blackbird has spoken, like the first bird, ché siamo, e non pare vero, appena alle soglie della fine del primo mese dell’anno duemiladieci d.C.
Già. E dunque, fedeli parrocchiani anime caritatevoli e pie gianne e marie aspettate qualche settimana ancora prima di chiudervi in cucina ad assodare uova di felici galline come se fosse l’unica cosa che vi resta da fare a questo mondo, oltre sgusciar fave, e che poi vi dimenticate sempre di sgusciarle (le uova, non le fave), che ha da arrivare prima carnevale, e con il carnevale vecchi e bambini hanno, anno dopo anno, da invadere le strade, in libera uscita fuori da bestiari e caravanserragli tutti, lieti danzando tarantelle e tippetappe e cantando liete carole e scarole insalatando.
Loro – i besti – come i barbari di Guccini sanno già la verità, quale non si sa, e calano le maschere e si svestono dei panni che sono soliti portare, escono fuori da usci e da portoni chi evaso da prigione texana, con palla al piede e testa rasa, e chi zorro con i capelli unti con l'olio di oliva, e chi silvio (una via di mezzo via), chi stella filante nel vento e chi coriandolo nell'occhio, chi supernova e chi buco nero, chi zichichi e chi hack, chi cobra e chi biscia, chi gatto di casa e chi cane fuori dalla chiesa, chi faina del bosco riarso e chi rovina fatiscente con misteriosa iscrizione in etruscogrecolatino, Facile, un mi faccio la barba per un mese e un mi cambio le mutande e parlo così, chi silvio sbeffeggiante e chi souvenir del duomo, chi ghiozzo che fa capolino da sotto un sasso e chi borraccino, chi c’ha la barba e si vede pirata barbanera e chi c'ha i baffi e si sente johnnydepp, chi giordano bruno e chi orrenda pira e chi solo sega mentale, chi intestino pigro e chi col corpo sciolto nei panni che è solito portare, C’ho solo questi, maremma sul ciuco, chi scheda bianca alle comunali e chi figlio d’arte terrorista, chi grullo e chi genio e chi una via di mezzo (ancora silvio), chi posseduto dagli spiriti e chi si è bevuto pure lo spirito, chi mangiafuoco e chi mangiapoco, chi orco e chi orchitico, chi opossum e chi stregatto, chi ateo convinto e chi indeciso mistico, chi dio della tempesta e chi solleone di luglio, chi lucertolina al sole e chi farfalla su corno di cervo, chi Ludo e chi Gertrude, chi buffo e chi sbuffante puffo.

E le genti si rinnoveranno dentro come fuori le strade dopo un temporale estivo.

(*)I put a spell on you, Creedence Clearwater Revival (C) 1968
Per i CCR è sempre vera questa riflessione di Mark Twain: I miei libri sono come l'acqua, quelli dei grandi talenti sono vino. Tutti bevono acqua.

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Bestiario n. 4 (tutti mostri, libera tutti)

Libera nos Domine.
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giovedì 21 gennaio 2010

Anabasi di una parola (finale)


Non c’entrerà nulla ma per la cronaca sto abborracciando e in fretta questo post con il sottofondo musicale di vecchie canzoni di Cat Stevens (Lady d'Arbanville, Rubylove, Tuesday's Dead, Morning Has Broken, Bitterblue, Moonshadow, Peace Train, Where do the children play? Hard Headed Woman, Wild World, Sad Lisa, Miles from Nowhere, Into White, Father and Son, Tea for the Tillerman, Angelsea, Ruins, Oh Very Young), perché sono arrivato alla soluzione del mistero dei misteri (critici patentati mangiatevi il fegato con contorno di crescione), e ho le ali ai piedi. Il mistero del post in particolare, il mistero contingente, è perché diavolo quel diavolo di Elio Vittorini non ha tradotto il termine bootlegger dalla frase ecc. E mi sono dato anche una risposta retorica, e cioè che Steinbeck attribuiva a questa parola un significato particolare, ma era solo un modo astuto per presentare un’altra parola che Steinbeck scrive, qualche pagina dopo, in corsivo, amok. A questo punto era inevitabile trovare una connessione tra le due magiche parole. C’era una volta l’America, ma non è non è mai stata l’America "vera", e non era ancora l’America dei film western di Sergio Leone, non era il mito di terza mano di Francesco Guccini, quel mito che svaniva nelle ombre sdraiate nelle immortali sere d’estate, non era neppure l’America di Bud Spencer e Terence Hill, ma c’erano una volta - Italia anni Trenta - due bei tipi, Elio Vittorini e Cesare Pavese, andavano inventando per se stessi soprattutto, e poi per il lettore il mito di una America mai esistita, infinita e deserta, una Terra Promessa più vera di quella inventata un tempo che è solo leggenda dal più grande raccontastorie del mondo (non era Silvio). E forse Melville e Steinbeck hanno scritto veramente romanzi ma non fa testo, chi se ne frega, fa testo quell’Italia di quel tempo là.
Ora, poiché sono fondamentalmente un pigro un ripetitivo e uno smemorato di collegno qui riporto, integralmente, un post scritto l’otto settembre dello scorso anno:

Il mondo magico (*) di Ernesto de Martino (etnologo e allievo di Benedetto Croce) inaugura nel 1948 la “Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici” dell’Editore Einaudi. Per de Martino l’uomo primitivo è continuamente soggetto al rischio di perdere se stesso e di perdersi nel mondo. E’ interessante notare che per il de Martino del Mondo magico “la realtà, anche quella cosmica, è sempre storica, cioè condizionata dal livello della condizione umana. Così, per esempio, gli spiriti esistono per coloro che partecipano a un mondo magico, ma non possono esistere per gli spiritisti dell’Europa contemporanea, perché la nostra storia interdice l’esistenza oggettiva delle anime dei defunti; per conseguenza è oggettivamente possibile ad uno stregone primitivo parlare con i morti, ma la voce dei morti non può esistere per gli spiritisti moderni” (**). Sembra l’idea per la trama di un film comico. Volendo si potrebbe pensare che l’uomo primitivo, per il de Martino, è come un cane portato al guinzaglio che impaurito, da cause per noi risibili, si libera dal collare e guinzaglio (il debole io del primitivo) e fugge fino a sparire all’orizzonte, sordo ai richiami dell’io, salvo poi tornare, svanita la paura, in cerca del padrone (l’io sapiens-sapiens) e come se nulla fosse stato, come se tutto fosse solo un sogno. La magia allora è come l’amore che lega il cane al padrone, ed è più forte del guinzaglio. Ma questo mio pensiero rende troppa grazia alla stramba teoria di Ernesto de Martino.
Teoria che fu attaccata dal Croce, negatore dell’idea che si potesse “cangiare l’idea stessa del cangiamento”, dell'idea eretica - ma no, siamo tutti amici - che si potesse storicizzare le categorie dello spirito (***). Effettivamente è strano (molto strano) che una presenza debole e sempre sul punto di svenire istericamente possa avere la forza di piegare i cucchiaini del caffè con la sola forza bruta del pensiero (anche perché il caffè non era stato ancora inventato in quei tempi bui; forse la cicoria, ma non il caffè). Comunque, passano gli anni, cangiano le mode (de Martino intanto beve la cicuta) ma nel 1959 Italo Calvino scrive Il cavaliere inesistente, e sembra un plagio del Mondo magico. Vedi il personaggio di Gurdulù che si immedesima nelle cose e negli animali, fino a perdersi nelle cose e negli animali. Mangia la zuppa e diventa la zuppa che mangia Gurdulù. Come in una fiaba, cioè come in un incubo, Gurdulù sarà assegnato come scudiero al cavaliere inesistente. Il medioevo per Calvino “era un’epoca in cui la volontà e l’ostinazione d’esserci, di marcare un’impronta, di fare attrito con tutto ciò che c’è, non veniva usata interamente, dato che molti non se ne facevano nulla […] Poteva pure darsi allora che in un punto questa volontà e coscienza di sé, così diluita, si condensasse, facesse grumo […] e questo grumo, per caso o per istinto, s’imbattesse in un nome e in un casato, come allora ne esistevano spesso di vacanti […] e – soprattutto – in un’armatura vuota, ché senza quella, coi tempi che correvano, anche un uomo che c’è rischia di scomparire, figuriamoci uno che non c’è…” (****).
Pare che anche la leggera scrittura di Calvino porti sulle spalle il fardello dell’idealismo. Nautilus che cambia continuamente casa restando sempre nella stessa casa.

Cos’è questo rischio del soggetto di perdere se stesso e di perdersi nel mondo, o in altre parole, da un altro punto di vista, perché la zuppa di avena vuole mangiare il bambino? Avete letto Calvin & Hobbes? Ok, questa esperienza di un soggetto che si trasforma in oggetto eravamo tutti noi, così è stato per ognuno di noi, quando eravamo gamberottoli e saltellavamo qua e là, come Calvin predato da Hobbes, e combattevamo chi con la purè di patate chi con il porridge chi con gli spinaci cotti.
E quella sensazione di essere un’allodola che vola alta nel cielo imprendibile e che sfida ogni analisi aveva pure un nome e più di uno (certo, nomi inventati dai primitivi per prendere per il culo gli etnologi), probabilmente oggi è una malattia psichica cronica inventata da psicologi per prendersi per il culo. In quel tempo mitico quella malattia si chiamava latah, olon, irkunii, amurak, menkeiti, imu, e amok. I debiti si pagano (prima o poi). Tutti i nodi vengono al pettine. Quel che è fatto sarà reso. Le azioni ricadono sempre su chi le commette. E tra dire e fare c'è di mezzo il mare. Calvino andava plagiando de Martino, e de Martino andava plagiando Steinbeck che non è mai esistito, inventato da Elio Vittorini.
Forse è da lì che dobbiamo prendere le mosse per la soluzione del mistero. Volando con le ali dell’immaginazione vediamo quel mito sbriciolarsi come un castello di sabbia in balia delle onde di un mare cambriano, vediamo una città giocattolo di sassi e ramoscelli nascosta tra le foglie gialle e rosse di un bosco in autunno. I lettori non sanno di essere stati giocati da due veri gangster della parola. Bootlegger, amok sono solo parole magiche, e loro e i lettori giocavano con queste parole e mille altre come il mio cane giocava in autunno con i frutti degli ippocastani. I ricci esplodevano cadendo sul marciapiede bagnato svelando lucidi e duri tesori, che dicono portano fortuna se si conservano per un anno. Facevano un gran baccano i ricci cadendo, a tre o quattro per volta, sui cofani delle auto in sosta. Il mio cane non sapeva di essere ingannato dall'Autunno, era assolutamente convinto che quell’accadimento fosse uno spettacolo straordinario, allestito solo per lui e che sarebbe durato una stagione infinita. Oh very young.


(*) E. de Martino, Il mondo magico (U.S. Boringhieri, 1981)
(**) M. Eliade, Scienza, idealismo e fenomeni paranormali (in Il mondo magico)
(***) B. Croce, Intorno al magismo come età storica (in Il mondo magico)
(****) Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959
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martedì 19 gennaio 2010

Bestiario n. 3 (Ludo)


Forse da qualche parte, o nel profondo mondo di Internet, è già stato scritto che da una qualunque wunderkammer si può uscire se si scopre al suo interno un “bestiario”, o forse no, non è mai stato scritto né detto né e va da sé (come il moto perpetuo) pensato. E tuttavia è indubitabile la connessione tra wunderkammer e bestiario, se si traduce, con un po' di equilibrismo sul filo, la parola "wunderkammer" in "labirinto". E il labirinto è per definizione il palazzo cretese di Minosse dove, imprigionato al suo centro, era in agguato il Minotauro (bestiario e bestio allo stesso tempo). E cos’è il labirinto cretese se non la razionalizzazione della caverna, luogo per eccellenza delle meraviglie, in fondo alle caverne pitture di animali attendevano il visitatore per meravigliarlo e spaventarlo.
Caverna, tela di ragno, ricerca di un centro, viaggio iniziatico e più che altro fisico alla volta della Terra Santa sulle strade labirintiche del mondo, tra mille meraviglie e mille mostri in agguato, ma talvolta, per i pigri e troppo indaffarati borghesi della parrocchia che si scaldavano i piedi al sacro (sacer?) fuoco della beneficenza, era il labirinto inciso sul pavimento delle cattedrali il surrogato - la ciofeca - del "viaggio reale" (sudore e sangue del prossimo tuo e istantanee per l'Eterno, olé).
Il labirinto è caos che sogna l’ordine (l'ordine, ovviamente, delle wunderkammern), ricerca del centro, del nocciolo delle cose. Ma non esistono mappe, non esistono nomi. Le strade non hanno nomi. Non esistono procedure per toccare il centro del labirinto: “La via non ha un nome; la Via che ha un nome non è la vera via” (Tao Te Ching). La via per toccare il centro del labirinto (il centro della Terra) non è la stessa per andare in Centro o per girare con il carrello tra gli scaffali della Coop, o forse sì.

Ed ecco il protagonista del post, nell’immagine in alto (*), un grosso bestio dal pelo rosso e dall’aspetto vagamente mostruoso (causa forse la mandibola leggermente prognata) ma dal cuore fedele di cane. Il bestio è la chiave per uscire dal labirinto, dunque per uscire da tutte le wunderkammern del mondo.
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(*) Labyrinth, con David Bowie e Jennifer Connelly
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domenica 17 gennaio 2010

Bestiario n. 2 (Gertrude)

Un sera di settembre dello scorso anno ho definito un particolare tipo di wunderkammer come la camera delle necessità appagate . C’è un tale che entra in una stanza con una necessità in testa, afferra visivamente il contenuto della stanza, e subito esulta in esclamazioni di meraviglia e zompi pindarici, perché lì in quella stanza, in quella piccola porzione dell’ecumene, ovvero là in quella minima porzione della parte non acquorea del globo terrestre il tizio ha trovato la più completa ed esaustiva soddisfazione alla sua necessità, qualunque essa sia, non c’interessa adesso scendere in particolari contingenti.
E una mattina di domenica, sempre del mese di settembre dell'anno 2009, ho dimostrato che all’interno dell’insieme delle camere delle necessità appagate si trova un insieme W'' di elementi w'' che, pur non avendo l’aspetto e la forma canonica di stanze, sono recipienti, contenitori, scatole o piani di appoggio di manufatti strambi e esotici reperti naturali, e, infine, ho dimostrato che all’interno di una scatola o cassetto w'' esiste almeno un insieme W''', universalmente noto come aula della meraviglia dubitativa.
Fermo restando che una qualsiasi wunderkammer non è mai un insieme frattale , e poiché da un elemento w''' qualunque, ce ne possiamo uscire dalla finestra - se l’aula si trova al pianoterra - e andare a spasso per Boboli, ché mica siamo prigionieri di un frattale (come già scritto), ma solo di una routine (volendo si può usare anche il Ctrl-Alt-Del), mi resta solo da dimostrare: 1. che il mondo è sorretto dalla provvidenza divina; 2. che da un elemento w''' qualunque noi possiamo uscire chiamando in nostro soccorso un bestiario, sempre se presente in prossimità di w''', cioè sul confine di W'''. Cosa dimostro? Per ora il n. 2.


Ma prima, tanto per chiarire il senso di ciò che può fare una stanza normale ad una persona relativamente sana di mente, ripresentiamo il professor Oliver Lindenbrook, titolare della cattedra di Geologia applicata alla ricerca di una via per toccare il centro della Terra, dell’università di Edimburgo, intorno l’anno di grazia 1880 (così nel film, nel romanzo di Verne, Viaggio al centro della Terra, il prof si chiama Otto Lidenbrock e vive ad Amburgo, intorno alla metà del secolo Ottocento). Ecco il prof, a destra nell'immagine a sinistra, accanto al suo allievo e assistente Alec McEwen (nel romanzo si chiama Alex Lidenbrock). I due tapini sono stati randellati e scaraventati dentro un magazzino di piume d’oca, forse da un tirapiedi al soldo dell’eminente ladro professor Goetaborg di Stoccolma.
Il deposito di piume d’oca è indubbiamente una wunderkammer, infatti, chi non si meraviglierebbe nel rinvenire, dopo aver preso una randellata in testa, chiuso dentro un deposito di piume d’oca, situato nell’estrema periferia di Reykjavik (è talmente scontata la risposta che non metto neppure il punto interrogativo alla domanda). Dirò di più, chi non desidererebbe trovare subito una via di fuga e liberarsi da quest’angoscia esistenziale di sentirsi come un ghiozzo sotto un sasso, che le piume d’oca forse hanno un senso se raccolte e contenute in materassi e cuscini e non accumulate sul pavimento. Dunque, non solo il deposito è una camera delle meraviglie, ma è un elemento w''' del sottoinsieme W'''. Ok, se dimostro che da una camera delle meraviglie w''' si può uscire con l’aiuto di un bestiario, allora, e se la logica non è una gazzosa, la dimostrazione sarà valida per ogni elemento w.

E’ maschio o femmina?, tipica domanda che il titolare di cane porge ad altro titolare di cane, mai visto prima, intanto che i due si guardano, si annusano alla lontana, e tirano disperati i guinzagli, alla disperata ricerca di un contatto, qualunque esso sia. E nonostante che l’anello di re Salomone non sia mai stato ritrovato, forse finito in bocca a un salmone, c’è chi insiste, duro e capatosta, a scandagliare in lungo e in largo l’intero universo o almeno parte della Via Lattea, alla ricerca di un segnale di vita aliena e intelligente (un tap tap tip tap tap). Anche se nell’improbabile ma non impossibile contatto con qualche specie di alieni, noi esseri umani tutti avremo a che fare con esseri pensanti (e già questo ci dovrebbe far pensare) che hanno meno in comune con noi di quanto noi abbiamo in comune con un moscerino della frutta, perché con i moscerini della frutta abbiamo, almeno, la mela di Eva in comune, oltre ad una parte del DNA. E se non abbiamo niente in comune, se non abbiamo mai mangiato la pappa assieme, manco bevuto un cappuccino al bar, di cosa mai parleremo con gli alieni? Della transubstanziazione del pane e del vino? Meglio, molto meglio, tacere sorridendo come micchi, simulando una parvenza di intelligenza empatica.
Ma un prof è un prof. Non può tacere e sorridere come un pacifico micco, deve fare domande, è scritto a lettere di fuoco nel suo DNA, come nel DNA del moscerino della frutta c’è l’insopprimibile, infinita necessità, di svollazzare gaiamente su una fruttiera colma di frutta matura e quasi andata, E’ alla frutta, come dicono i medici di famiglia pietosi, il moscerino, così un professor bennato e concorsato alla lavagna ESIGE risposte giuste ed articolate, capace, in caso di rifiuto, il professore di togliersi una scarpa e batterla sul tavolo a mo' di martello o di afferrare l’ascia in dotazione alla classe (in caso di emergenza rompere il vetro) e con il legno della cattedra fare un po’ di sano bricolage in stile mastro Geppetto. Dunque, dov’ero rimasto? Ah sì, il professor Oliver Lindenbrook sente una sorta di picchiettare affannato che proviene da dietro un tramezzo di legno, Zitto hai sentito? dei colpi. Colpi ritmici che sembrano causati dal becco di un ornitorinco o forse, chissà, di un'anatra, ma più probabilmente da una penna stilografica. Il professore deduce che dall’altra parte del tramezzo c’è un altro prigioniero in catene, sicuramente un esimio collega e non solo di sventura (vedi la penna stilografica), uno sventurato cui il Nemico nei panni del massimo esperto di sassi l'autoctono di Stoccolma, o nei cenci smessi di un suo accolito locale, ha probabilmente mozzata la lingua, poiché comunica con un codice. Morse? Ma il codice non ha alcun senso, querula l’assistente e allievo, e il professore neppure gli risponde, esplicitiamo per lui che un codice ha senso solo se si scopre la chiave di lettura altrimenti è solo un picchiettare contro un tramezzo di legno (zitto lettore astioso! Sì, potrebbe anche essere una parete portante, orsù non speculiamo sulla pula ma solo sul grano). Forse è un islandese, insiste sul querulo andante il buon vecchio Alex, ma il professore vola alto come un condor, come un'allodola, come un moscon d'oro, e sebbene non conosca una parola una in islandese, giustamente dubita, Non mi pare.
Ecco che finalmente il professore si decide ad imitare il collega e bussa alla parete, toc toc toc. Al che il prigioniero di Zenda interrompe per qualche istante il suo frenetico picchiettare contro il tramezzo, il suo cieco lavoro da alveare, alza la testa e porge orecchio (e anche un occhio)…



…e il professore esulta e zompa in aria, Abbiamo stabilito un contatto! Mio esimio amico, chiunque lei sia, lasci che mi presenti. Sono il professor Oliver Lindenbrook dell’università di Edimburgo – tap tap tip tap tap – Le dispiace smettere di battere per un attimo, e ascoltarmi? - tap tap tip tap tap – In quale lingua preferisce comunicare? Il professore tenta di comunicare con il muto disgraziato, prima prova con la lingua di Robespierre e poi con il russo, quasi sbigottito dell’ignoranza del suo collega - oramai solo in sventura - e forse rimembrando l’infanzia, quel tempo dorato quando allontanava da sé la scodella di porridge della mamma (il porridge è un semplice piatto preparato facendo bollire l'avena in acqua, latte o entrambi), e guardava su Canale 5 Don Camillo, tenta la carta del disperato, parlare in latino, che forse il silente carcerato è un prete, o forse un pastore, o forse un terribile monaco tedesco, o forse Mario Capanna. Ma dall’altra parte della parete sopraggiunge trafelato un giovanotto alto biondo e con un dente d’oro, invocante una certa Ghertrud, e il mistero è presto chiarito e si dissolve come nebbia al sole.


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sabato 16 gennaio 2010

Bestiario n.1 (l’uomo nero imbalsamato)


L'immagine di un “perplesso” astronauta Taylor, con tanto di collare, ma privo del guinzaglio (sfuggito dalle grinfie del gorillone tonto sorvegliante nello zoo cittadino), bloccato per sempre in un frame mentre osserva uno dei suoi tre ex compagni di navigazione sull’astronave, trasformato in cosa non si sa (faranno tutti e tre una brutta fine i compagni di Taylor, il primo, una donna eletta per la bellezza, e forse intelligenza, alla procreazione assistita a turno dai 3, è già una mummia incartapecorita ancor prima di arrivare sul pianeta, poi c’è questa cosa, e infine il terzo che sognava giorni di gloria, è un povero spettro lobotomizzato cui il chirurgo ha tolto per sempre la facoltà di comporre un pensiero in parole o di fare cucù dietro la finestra di un manicomio), manichino di cera o calco di gesso, un uomo nero imbalsamato per il divertimento domenicale delle scimmie grandi e piccine, condotte per mano le piccine, nella visita del museo zoologico della cittadina delle scimmie, dove un tempo - un tempo che è solo leggenda - esisteva una sterminata metropoli d’umani, prima del diluvio, quando ancora la metropoli era bazzicata dal vecchio rigattiere Fred Sanford e da suo figlio Lamont, prima che lasciassero il campo e le strade e le piazze e gli ospedali e i ponti e i negozi, bar, case, scuole, ecc. a nerovestiti mutanti medievalisti con occhiali neri e occhi bianchi, ebbene, questa immagine mi conduce a postare due riflessioni e una rifrazione.



Prima riflessione. Chi è il bestiario qui? E’ il gorillone tonto dello zoo (ricordo che il bestiario era anche un tizio che aveva cura delle fiere) o è l’uomo nero imbalsamato con due biglie di vetro bianco al posto degli occhi?



Seconda riflessione. Perché Taylor è perplesso? Forse è colto da un deja vu, percezione di un futuro alternativo, dove avrà da combattere contro medievalisti con gli occhi bianchi.

E poi la rifrazione. La legge della rifrazione afferma che il raggio di luce rifratto, il raggio incidente e la normale alla superficie rifrangente appartengono allo stesso piano. Qui la luce è sostituita da un proiettile sparato da un gorilla facente funzioni di poliziotto, materializzatosi improvvisamente alle spalle di Taylor, e che nel mirare Taylor ha centrato la nuca dell’uomo nero imbalsamato. Dalle tre immagini non si riesce a capire se Taylor chiuda gli occhi per l’orrore della visione di un Vladimir Lenin nero imbalsamato o più prosaicamente per proteggerli dalla polvere bianca di gesso.